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Home - Mafia Gargano, la febbre dell’oro. C’è il “controllo” delle gioiellerie dietro l’ultima guerra tra le organizzazioni criminali

Mafia Gargano, la febbre dell’oro. C’è il “controllo” delle gioiellerie dietro l’ultima guerra tra le organizzazioni criminali

Di Francesco Pesante
7 Febbraio 2020
in Inchieste
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La pista dell’oro fa gola ai clan mafiosi del Gargano. Al vaglio degli investigatori la spaccata alla gioielleria “Paradiso” in corso Manfredi, pieno centro di Manfredonia. Attorno alle 3:30 della notte di poche settimane fa, ignoti hanno tentato di derubare l’attività distruggendo la porta blindata ma senza riuscire nell’intento grazie al tempestivo intervento dei vigilantes.

Un semplice furto sventato? Secondo gli inquirenti potrebbe nascondersi altro. Da qualche tempo i gruppi locali della criminalità organizzata si stanno facendo la guerra anche sul versante dei preziosi. La rapina del 18 febbraio 2017 ad una gioielleria (la “Dei Nobili” di Monte Sant’Angelo) starebbe alla base dell’omicidio di Giuseppe Silvestri, uomo del clan Li Bergolis-Miucci ucciso il 21 marzo dello stesso anno nella città dell’Arcangelo Michele. Si trattò di una rapina molto violenta (bottino 200mila euro) compiuta da viestani del clan Iannoli-Perna alleati dei montanari. Le indagini dell’epoca permisero di acclarare la responsabilità di Carmine Maiorano. L’uomo fu arrestato il 28 marzo successivo.

Secondo gli inquirenti, i titolari della gioielleria subivano estorsioni dal clan Li Bergolis-Miucci ma in seguito ad una temporanea decapitazione del gruppo criminale, avrebbero trovato “protezione” in altri referenti criminali che vedremo più avanti.

I tentacoli della criminalità organizzata si sarebbero allungati con forza nel settore dell’oro; sulla questione tiene le antenne dritte anche il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi che in riva al golfo, appena pochi giorni fa, ha emanato cinque interdittive antimafia, colpendo le attività di personaggi gravitanti nei clan di cui si parla. A Manfredonia sono almeno due le gioiellerie che orbiterebbero nel pianeta dei montanari: una riconducibile ad Andrea Clemente, cognato del patriarca del clan Ciccillo Li Bergolis, ucciso nel 2009, l’altra appartenente al fratello e al nipote dello storico boss. Clemente è un ex poliziotto, finito al centro di un caso di cronaca riguardante la faida tra i Primosa-Alfieri e gli stessi Li Bergolis.

L’arresto di Ciccillo Li Bergolis nel 2005; foto Cautillo

Era il 25 agosto 1982 quando Raffaele Primosa fu catturato dopo un periodo di latitanza. Il boss fu beccato al termine di un conflitto a fuoco con agenti di polizia nel corso del quale riportò lesioni cerebrali permanenti, rimanendo paralizzato. “Il fatto che a quell’operazione di polizia avesse partecipato Andrea Clemente, cognato di Francesco e Pasquale Li Bergolis – scrissero i giudici in una sentenza sulla mafia garganica (la numero 2650 del 2000, Tribunale di Foggia, sezione gip) -, determinò il convincimento nei componenti della famiglia Primosa-Alfieri, che in realtà il ferimento del proprio congiunto non fosse stato affatto una conseguenza accidentale”.

Leonardo Clemente, figlio di Andrea, fu ucciso il 30 giugno 2010 a Manfredonia. Due individui travisati e armati esplosero tre colpi di fucile calibro 12 all’indirizzo del giovane, cugino di Franco, Armando e Matteo Li Bergolis, tutti e tre in carcere (regime del 41bis) a scontare lunghe condanne per il processo “Iscaro-Saburo”.

La gioielleria “controllata” dai montanari

Nel corso delle indagini sull’omicidio Silvestri, spuntò la storia della violenta rapina del 18 febbraio 2017 alla “Dei Nobili” di Monte; la Pg appurò che il titolare della gioielleria era da tempo “soggetto sottoposto ad estorsione” e subì pressioni da Giuseppe Pacilli alias “Peppe U’ Montanar”, ex super latitante del clan Li Bergolis. Nell’ambito di un procedimento penale fu rinvenuta una missiva inviata dal malavitoso alla sorella per informarla che durante la sua latitanza si era incontrato con il titolare della gioielleria che gli aveva consegnato la somma di 500 euro, promettendogli in futuro la consegna della somma di 10mila euro. “La sottoposizione del Dei Nobili ad estorsione trovò conferma anche nella conversazione del 26 giugno 2011 – riportò il giudice –, allorquando il Pacilli invitò i suoi congiunti a recarsi presso la gioielleria per farsi dare bracciali e collane”.

Secondo quanto scritto nell’ordinanza cautelare sull’arresto di Matteo Lombardi, accusato di aver ucciso Silvestri, “appare ipotizzabile che in periodi successivi a tale indagine, atteso l’arresto e la conseguente decapitazione temporanea del clan dei Montanari, con la successiva detenzione dei suoi esponenti di spicco Enzo Miucci e Matteo Pettinicchio, tratti nuovamente in arresto per detenzione e porto di armi, e stante la detenzione in carcere dei Li Bergolis, l’orefice potesse aver trovato ‘protezione’ in altri referenti criminali, riconducibili al contrapposto gruppo Lombardi-Ricucci-La Torre” di cui sono esponenti principali Pasquale Ricucci ‘Fic secc’ (ucciso a novembre 2019), Pietro La Torre “U’ Muntaner” (al momento latitante) e Matteo Lombardi detto “A’ Carpnese”.

Giuseppe Silvestri sarebbe stato ammazzato dai rivali anche per aver fornito ospitalità ai viestani, ai quali diede sostegno nella consumazione della rapina e per aver favorito i sopralluoghi e la successiva fuga. “Il tutto ovviamente – precisò il gip – con il ‘necessario’ benestare di Enzo Miucci, attuale capo indiscusso del clan Li Bergolis dominante sul territorio”. (In alto, Miucci e Pacilli; sotto, Lombardi e Silvestri; al centro, la gioielleria Paradiso colpita dai malviventi; a destra, la rapina alla Dei Nobili)

Tags: gioielleriaLi BergolisLombardimafia Gargano
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