Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Marco Raduano, ex boss di Vieste, riportate nell’ordinanza del gip del Tribunale di Bari sull’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che ha portato all’arresto di diversi presunti componenti della banda specializzata negli assalti ai portavalori, delineano il presunto assetto organizzativo della criminalità cerignolana impegnata nelle grandi rapine.
Secondo il collaboratore, il sistema sarebbe stato governato da una struttura verticistica, nella quale i gruppi operativi avrebbero fatto riferimento ai fratelli Piarulli, indicati come i vertici del sodalizio criminale, mentre diverse “batterie” avrebbero partecipato ai colpi in base alle esigenze operative.
Le dichiarazioni sono riportate nell’ordinanza cautelare e costituiscono uno degli elementi valutati dagli inquirenti nella fase delle indagini preliminari. Tutti gli indagati devono ritenersi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
“I fratelli Piarulli erano al vertice”
Durante uno degli interrogatori, viene chiesto a Marco Raduano chi comandasse la criminalità organizzata cerignolana.
Il collaboratore risponde senza esitazioni: “Sono solo a conoscenza di vari gruppi che agiscono sotto il controllo dei fratelli Piarulli, che sono i capi al vertice del sodalizio criminale cerignolano”.
Alla successiva domanda che gli chiede se a Cerignola esistesse un vertice unico, Raduano ribadisce di aver sempre sentito dire che tutti facevano riferimento ai fratelli Piarulli, i quali avrebbero avuto referenti sul territorio per gestire droga, rapine ai portavalori e assalti ai caveau.
“Con loro solo traffici illeciti, armi e portavalori”
Il collaboratore racconta di aver conosciuto personalmente entrambi i fratelli Piarulli tramite Arcangelo Brandonisio detto “lo sfregiato”, incontrato in un lido balneare di Mattinata sul Gargano.
Alla domanda se i rapporti fossero legati ad attività criminali, Raduano risponde di aver avuto a che fare con loro esclusivamente “per questioni illecite”, spiegando di aver ricevuto anche armi e di aver organizzato rapine ai portavalori.
Aggiunge che, dopo una propria ordinanza di custodia cautelare, sarebbe stato sostituito dal cognato Giampiero Vescera, che avrebbe preso parte a una rapina ai danni di due furgoni portavalori da circa quattro milioni di euro.
Le batterie criminali e i gruppi specializzati
Secondo il racconto del collaboratore, le rapine non sarebbero state eseguite sempre dagli stessi uomini.
Esistevano infatti diverse batterie criminali che si univano in base al colpo da realizzare.
Tra quelle indicate figurano i gruppi facenti capo a Pasquale Saracino, ai fratelli Morra, a Paolo Sorbo e a Pietro Raffaeli.
Alla domanda del pubblico ministero se tali gruppi lavorassero insieme, Raduano risponde: “Sì, dipendeva dal colpo e dall’organizzazione che ci voleva”.
Per un assalto ai portavalori, secondo il collaboratore, partecipavano normalmente tra venti e trenta persone, “anche di più”.
Le quote, le spese e il via libera dei vertici
Uno degli aspetti più significativi delle dichiarazioni riguarda il sistema economico che avrebbe regolato i grandi assalti.
Secondo Raduano, tutti coloro che partecipavano all’organizzazione anticipavano denaro per acquistare camion, mezzi, armi e logistica.
Chi sosteneva le spese iniziali riceveva una quota maggiore del bottino.
Una parte dell’incasso, però, sarebbe andata anche ai fratelli Piarulli, oltre che agli organizzatori.
“Una quota andava ai fratelli Piarulli, un’altra a chi aveva organizzato e anticipato le spese”, racconta il collaboratore.
Alla domanda se fosse necessario ottenere il loro assenso prima di organizzare una rapina, Raduano risponde: “Un nullaosta sì”.
Secondo il pentito, i referenti avrebbero fornito anche il supporto logistico necessario, individuando capannoni, basi operative e appoggi nelle varie regioni italiane.
Auto rubate, camion modificati e logistica
Il collaboratore descrive anche il sistema utilizzato per reperire i mezzi.
Le automobili sarebbero state rubate direttamente oppure acquistate tramite reti specializzate, mentre per i grandi colpi venivano predisposti camion modificati con doppi fondi.
Raduano racconta che all’interno dei mezzi veniva ricavata una sorta di cabina nascosta, accessibile attraverso una botola, dotata perfino di ricircolo dell’aria e telecamere.
“Era una sorta di doppia cabina dove si nascondevano”, conferma rispondendo alle domande del pubblico ministero.
Il riconoscimento fotografico degli indagati
Durante l’interrogatorio, Raduano viene invitato a riconoscere numerose fotografie.
Tra i soggetti identificati figura Biagio Michele Nazareno Barrasso, detto “Gino”, che il collaboratore indica come rapinatore di portavalori.
Riconosce anche Antonio Braschi, Cosimo Attila Cirulli e Giovanni Terlizzi, quest’ultimo definito “sempre un rapinatore di portavalori”.
Parlando di Cirulli, racconta di averne sentito discutere quando era stato arrestato per una rapina ai portavalori e di aver saputo che il gruppo stava cercando di aiutarlo sul piano legale dopo il ritrovamento di un’impronta e di un biglietto.
Piarulli, Sorbo, Morra e Saracino tra i vertici indicati
Il collaboratore identifica anche Michele Piarulli, precisando di averlo incontrato anni prima in un lido di Mattinata insieme ad Arcangelo Brandonisio.
Riconosce inoltre Paolo Sorbo, definendolo “uno dei capi di un’organizzazione degli assalti ai portavalori” e specificando che faceva riferimento ai Piarulli.
Indica poi i fratelli Alessandro e Tommaso Morra come responsabili di una delle batterie più forti attive negli assalti.
Secondo Raduano, erano frequentemente in contatto con Brandonisio e costituivano uno dei gruppi di riferimento insieme a quelli di Saracino e Sorbo.
Braschi, Saracino e il punto di ritrovo dei rapinatori
Nel corso del riconoscimento fotografico viene identificato anche Antonio Braschi, che il collaboratore afferma di aver visto spesso in una sala giochi di Cerignola utilizzata come punto di incontro da soggetti coinvolti nell’organizzazione degli assalti ai portavalori.
Riconosce inoltre Pasquale Saracino, descritto come uno dei vertici delle batterie criminali dedite alle rapine ai furgoni portavalori e particolarmente influente anche per i rapporti di parentela che gli avrebbero consentito di arrivare direttamente ai fratelli Piarulli.
Il collegamento con il Gargano
Le dichiarazioni si soffermano anche sul ruolo di Luigi Ferro, noto pregiudicato di San Marco in Lamis detto “Gino di Brancia”, indicato come uomo di collegamento tra il gruppo cerignolano e quello garganico.
Secondo il collaboratore, Ferro partecipava agli assalti ai portavalori e ai caveau con il ruolo di autista e rappresentava l’anello di congiunzione con uomini riconducibili al clan Lombardi-Scirpoli-La Torre.
“Se serviva un capannone si andava da Mazzeo”
Tra i nomi citati compare anche Rocco Mazzeo, di San Severo.
Raduano afferma di non averlo conosciuto personalmente, ma di averne sentito spesso parlare come punto di riferimento logistico per i gruppi cerignolani.
Secondo il collaboratore, quando servivano capannoni o basi operative si diceva: “Ci appoggiamo da Mazzeo”, facendo riferimento a strutture utili alla preparazione delle rapine.
La rapina al resort di Vieste
Nel verbale emerge anche il riferimento a una vecchia rapina compiuta tra il 2007 e il 2008 al resort di lusso Pugnochiuso, a Vieste.
Raduano racconta di aver preso parte al colpo insieme a un soggetto conosciuto con il soprannome di “Topolino”.
Secondo il suo racconto, il gruppo sarebbe entrato all’interno della struttura dopo aver aperto un cancello laterale e avrebbe raggiunto la direzione del villaggio per impossessarsi del denaro custodito nella cassaforte.
Le dichiarazioni sono contenute nell’ordinanza cautelare della DDA di Bari e rappresentano una parte del quadro investigativo attualmente al vaglio dell’autorità giudiziaria. Tutte le posizioni restano coperte dalla presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento definitivo di responsabilità.













