Una struttura criminale stabile, organizzata secondo ruoli precisi, capace di pianificare assalti ai portavalori, rapine, furti di mezzi e ricettazione, facendo ricorso a kalashnikov, esplosivi e tecniche operative di tipo paramilitare. È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari nell’ordinanza che ha portato all’arresto di numerosi presunti componenti della banda cerignolana ritenuta responsabile dell’assalto al portavalori della Battistolli, avvenuto il 6 novembre 2024 sulla statale 96, nel territorio di Toritto.
Per il gip il gruppo sarebbe stato guidato da Biagio Barrasso detto “Gino”, 41enne cerignolano, indicato come promotore e organizzatore dell’associazione, con il compito di reperire uomini e mezzi, pianificare le azioni criminali e coordinarne l’esecuzione.
L’assalto al blindato con kalashnikov ed esplosivi
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, il commando avrebbe agito con almeno nove persone e numerosi veicoli di provenienza furtiva.
Gli assalitori avrebbero inseguito il furgone portavalori, lo avrebbero accerchiato e speronato, aprendo poi il fuoco con un kalashnikov contro la cabina di guida. Successivamente sarebbero state utilizzate cariche esplosive per far saltare il vano posteriore del blindato e impossessarsi del denaro custodito all’interno, mentre altri mezzi venivano incendiati per bloccare le vie di accesso e favorire la fuga.
Il giudice evidenzia come la violenza dell’azione, l’impiego di armi da guerra, esplosivi e un’articolata pianificazione preventiva costituiscano elementi riconducibili al modus operandi tradizionalmente attribuito alla criminalità organizzata cerignolana.
Le intercettazioni: “Lo massacriamo”, “Ci portiamo la lancia termica”
Tra gli elementi ritenuti più rilevanti dalla procura figurano le intercettazioni telefoniche e ambientali.
Secondo quanto riportato nell’ordinanza, gli indagati avrebbero progettato un’altra rapina ai danni di un imprenditore del quale conoscevano perfettamente spostamenti e abitudini.
Nelle conversazioni captate emerge la determinazione del gruppo a portare a termine il colpo con estrema violenza. “Dobbiamo rapinarlo?”, si chiedono gli interlocutori. E ancora: “Dobbiamo prendere a lui e lui ce lo deve dire… li dobbiamo trovare o gli distruggiamo la casa… ci portiamo il cannello, ci portiamo la lancia termica e boom… lo massacriamo e ce ne veniamo”.
Per gli investigatori non si trattava di semplici parole. Il gruppo, infatti, sarebbe già arrivato nei pressi dell’abitazione della vittima con una Mini Countryman, una BMW M3 e un’Audi Q3, tutte ritenute di provenienza delittuosa, munito di radio ricetrasmittenti, indumenti per travisare il volto e dell’attrezzatura necessaria all’azione criminale. Il piano sarebbe fallito soltanto per l’attivazione dell’allarme e il tempestivo intervento delle forze dell’ordine.
Dal portavalori ai bus di linea: tutti i colpi contestati
L’assalto di Toritto rappresenta soltanto uno dei numerosi episodi contestati.
L’ordinanza attribuisce infatti al gruppo un lungo elenco di reati: dall’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine, furti e ricettazione, alla rapina aggravata del 2021 a Cerignola durante la quale, secondo l’accusa, vennero aggrediti anche militari della Guardia di finanza; dal furto di quattro autobus della STP Brindisi avvenuto a Ostuni all’utilizzo e alla ricettazione di numerose autovetture rubate impiegate nei vari assalti.
Contestata anche la detenzione e il porto illegale di kalashnikov, pistole, munizioni da guerra e cariche esplosive.
L’indagine partita dal ferimento di Barrasso
Come ricostruisce il gip, l’intera attività investigativa prende avvio proprio dopo l’assalto al portavalori.
Poche ore dopo il colpo, Biagio Barrasso si presentò al Pronto soccorso dell’ospedale di Cerignola con una ferita d’arma da fuoco. Per gli investigatori le lesioni erano compatibili con quanto accaduto durante l’assalto, quando il conducente del blindato aveva risposto al fuoco esplodendo alcuni colpi con l’arma di ordinanza.
Da quell’episodio prese il via una complessa attività di intercettazioni, pedinamenti, osservazioni e perquisizioni che, secondo la procura, ha consentito di documentare l’esistenza di un’organizzazione criminale stabile dedita alla pianificazione di una serie indeterminata di azioni delittuose.
Il capo, Ibiza e la spregiudicatezza
Il capo della banda, Biagio Barrasso avrebbe anche manifestato l’idea di cambiare vita. Dalle carte spunta anche questa intercettazione: “Non voglio stare più in Italia, non voglio stare più a Cerignola. Prima che succede il casino dico la verità, mi voglio andare a fare una vacanza a Ibiza. Ci apriamo un ristorante, una cosa e me ne vado proprio. Piazzo un noleggio pure là”.
Per gli inquirenti “la spregiudicatezza e pericolosità di Barrasso” sarebbero “desumibili dalle intercettazioni, da cui si evince come non abbia alcuna remora nel reagire con violenza e efferatezza a eventuali reazioni di guardie giurate e forze dell’ordine”.
Diceva: “A ogni chiusura mettiamo un fucile nella macchina. Ma non col fucile che quello che guida lo deve prendere. Un cristiano col fucile che spara. Il suo mestiere è che deve sparare. Vi faccio mettere vicino all’autostrada, ancora arrivano gli sbirri. E tu gli devi sparare forte. Mettiti subito con il fucile dentro, che se vengono gli sbirri gli spari. Non mettono neanche il muso, li spariamo forte”.
L’episodio contestato all’ex sindaco Antonio Giannatempo
Tra gli indagati compare anche Antonio Giannatempo, ginecologo in pensione ed ex sindaco di Cerignola, al quale viene contestato il reato di favoreggiamento.
Come già emerso nei giorni scorsi, secondo la procura avrebbe favorito l’incontro tra Biagio Barrasso e alcuni familiari durante il ricovero ospedaliero successivo all’assalto, consentendo visite fuori dagli orari consentiti.
L’ordinanza riporta anche il contenuto delle conversazioni attribuite al medico. “Parlare poco… non tutto si può dire… tutt’al più le scrivessero le cose… risponde scritto Gino. Poi ti spiego… portassero un foglio e una penna”, avrebbe raccomandato, secondo gli investigatori, invitando a evitare qualsiasi conversazione che potesse essere captata, mentre la stanza di degenza era già sottoposta a intercettazione audio-video.
Le misure cautelari: chi finisce in carcere e chi resta in attesa dell’interrogatorio
Con l’ordinanza il gip del Tribunale di Bari ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di Riccardo Acquaviva, Biagio Barrasso, Cosimo Attila Cirulli, Riccardo Magno, Pasquale Pazienza, Pasquale Sciusco e Giovanni Terlizzi detto “Topolino”, ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in relazione ai diversi capi d’imputazione contestati.
Il giudice ha invece rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Michele Piarulli. Inoltre non sono state accolte, limitatamente ad alcuni capi d’imputazione, le richieste formulate dalla procura nei confronti di Biagio Barrasso, Riccardo Magno e Riccardo Acquaviva.
Per altri sei indagati, invece, il gip si è riservato di decidere all’esito dell’interrogatorio preventivo. Si tratta di Pasquale Pio Barrasso, Antonio Braschi, Giuseppe Da Bellonio, Francesco Gaeta, Alberto Macchiarulo e Giustina Pollice, moglie del capo Barrasso.
Le accuse contenute nell’ordinanza rappresentano l’impostazione accusatoria della procura e saranno ora sottoposte al vaglio del procedimento. Tutti gli indagati devono ritenersi presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.












