L‘inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari sull’assalto al portavalori Battistolli del 6 novembre 2024, consumato lungo la Statale 96 nei pressi di Toritto, non racconta soltanto di un commando armato di kalashnikov, esplosivi e mezzi incendiati per bloccare la carreggiata. L’ordinanza del gip descrive anche ciò che sarebbe accaduto nei giorni successivi all’interno dell’ospedale “Giuseppe Tatarella” di Cerignola, dove uno dei presunti componenti della banda, Biagio Michele Nazareno Barrasso, venne ricoverato dopo essere rimasto ferito durante il conflitto a fuoco con le guardie giurate.
Secondo la procura, proprio da quel ricovero prende forma un presunto tentativo di ostacolare le indagini, vicenda nella quale compare anche l’ex sindaco di centrodestra di Cerignola Antonio Giannatempo, ginecologo oggi in pensione, indagato a piede libero per favoreggiamento.
L’assalto paramilitare al blindato
Per gli investigatori quella del 6 novembre non fu una semplice rapina.
Il gruppo avrebbe agito con modalità tipiche delle organizzazioni criminali più strutturate: armi da guerra, fucili d’assalto AK-47 Kalashnikov, ingenti quantitativi di esplosivo, mezzi rubati utilizzati per bloccare la circolazione e una pianificazione ritenuta estremamente accurata.
Durante l’azione vennero esplosi numerosi colpi contro il portavalori Battistolli che trasportava circa un milione di euro. La deflagrazione provocò anche la distruzione di parte del denaro custodito nel blindato, circostanza che ha impedito agli investigatori di ricostruire con esattezza l’entità del bottino.
Per la prima volta la DDA di Bari ha contestato anche l’aggravante del metodo mafioso, ritenendo che le modalità operative e la capacità intimidatoria della presunta organizzazione richiamino quelle tipiche della criminalità organizzata cerignolana.
Sono state anche rinvenute e sequestrate ben 7 autovetture di provenienza delittuosa, ritrovate in un autoparco di Trinitapoli.
Sette arresti e gli altri indagati
Le misure cautelari in carcere sono state eseguite nei confronti di Riccardo Acquaviva di Andria, 43 anni, Biagio Barrasso di Cerignola, 41 anni; Cosimo Attila Cirulli di Cerignola, 36 anni; Riccardo Magno di Andria, 35 anni; Pasquale Sciusco di Cerignola, 58 anni; Giovanni Terlizzi di Cerignola, 42 anni; Pasquale Pazienza di Bitonto, 57 anni.
Il gip ha invece rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Michele Piarulli, nome storico della criminalità cerignolana, così come per alcuni capi d’imputazione contestati a Biagio Barrasso, Riccardo Magno e Riccardo Acquaviva.
Per Pasquale Barrasso, Antonio Braschi, Giuseppe Da Bellonio, Francesco Gaeta, Alberto Macchiarulo e Giustina Pollice, il giudice si è riservato di decidere dopo gli interrogatori preventivi.
“Voglio entrare quando non c’è nessuno”
Uno dei capitoli più delicati dell’ordinanza riguarda proprio il ricovero di Biagio Barrasso.
Il 18 novembre 2024, secondo quanto riportato dal gip, il fratello Pasquale Barrasso contatta telefonicamente uno stretto parente dell’ex sindaco.
Nella conversazione emerge chiaramente, secondo gli investigatori, la volontà di incontrare il fratello fuori dagli orari consentiti e senza la presenza di altre persone.
“Sì, io devo andare quando non c’è… io non devo andare all’orario di visite… digli che c’è il fratello che vuole entrare senza orario di visite… non lo deve sapere nessuno, io voglio andare a ragionare“, dice Pasquale Barrasso nell’intercettazione riportata nell’ordinanza.
Per la procura, il riferimento al fatto che “non lo deve sapere nessuno” dimostrerebbe l’intenzione di parlare con il ricoverato senza il rischio di essere ascoltati.
Il ruolo contestato all’ex sindaco
Secondo la ricostruzione della DDA, dopo quella telefonata sarebbe intervenuto direttamente Antonio Giannatempo, all’epoca ancora molto conosciuto all’interno dell’ospedale “Tatarella” per la sua lunga attività da ginecologo.
Gli investigatori contestano all’ex sindaco di aver favorito l’ingresso dei familiari del ricoverato oltre gli orari consentiti e, soprattutto, di averli messi in guardia sulla possibilità che la stanza fosse intercettata.
Le indicazioni sarebbero state precise: parlare il meno possibile, evitare conversazioni compromettenti e, se necessario, comunicare soltanto per iscritto.
Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Bari, l’ex sindaco avrebbe favorito i contatti tra Biagio Barrasso, ricoverato dopo essere stato ferito da un colpo d’arma da fuoco durante la rapina contestata nell’inchiesta, e alcuni suoi familiari.
In particolare, secondo l’accusa, si sarebbe adoperato affinché Pasquale Barrasso e Giustina Pollice potessero accedere al reparto al di fuori degli orari consentiti per le visite. Non solo. Avrebbe anche raccomandato al padre dei fratelli Barrasso, Francesco, di invitare i visitatori a mantenere la massima prudenza: “Parlare poco… non tutto si può dire… tutt’al più le scrivessero le cose… risponde scritto Gino. Poi ti spiego… portassero un foglio e una penna”.
Per gli investigatori, quelle indicazioni avrebbero avuto lo scopo di evitare che le conversazioni venissero captate dalle intercettazioni audio-video installate nella stanza di degenza del paziente. Sempre secondo l’ipotesi accusatoria, le cautele suggerite sarebbero state effettivamente adottate, consentendo a Biagio Barrasso di sottrarsi alle investigazioni sulle circostanze del suo ferimento. L’ex sindaco avrebbe inoltre invitato il ricoverato a non parlare con nessuno.
I pizzini e lo sciacquone del water
Per il gip, la conferma che quelle raccomandazioni fossero state recepite arriva dalle immagini registrate il 22 novembre 2024 nella stanza di degenza.
L’ordinanza descrive una scena ritenuta particolarmente significativa: Biagio Barrasso impartisce istruzioni al fratello Pasquale esclusivamente attraverso messaggi scritti. Quest’ultimo, dopo aver letto ogni foglio, lo strappa immediatamente e lo getta nel water, azionando lo sciacquone.
Una modalità di comunicazione che il giudice considera coerente con le indicazioni ricevute nei giorni precedenti e finalizzata a impedire qualsiasi captazione delle conversazioni.
L’inchiesta prosegue
L’intero impianto accusatorio si fonda su intercettazioni telefoniche e ambientali, servizi di osservazione, pedinamenti e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Resta fermo che il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e che tutti gli indagati devono considerarsi innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.












