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Home - Mafia foggiana, scatta il processo per l’agguato allo “zio”. L’intercettazione: “Mi hanno fatto proprio una porcheria”

Mafia foggiana, scatta il processo per l’agguato allo “zio”. L’intercettazione: “Mi hanno fatto proprio una porcheria”

Di Redazione
1 Marzo 2019
in Inchieste
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Al via il processo al boss di Foggia, Roberto Sinesi, 56enne detto “lo zio”. Tutto pronto nel tribunale dauno dove, nei prossimi giorni, inizierà il procedimento penale relativo a uno dei fatti di cronaca più significativi nella storia recente della mafia locale. Sinesi, capo del clan Sinesi-Francavilla, è accusato di detenzione e porto illegale di una pistola, con cui avrebbe fatto fuoco contro i sicari che cercarono di ucciderlo il pomeriggio del 6 settembre del 2016. Il boss e suo nipotino rimasero feriti, scampando miracolosamente alla morte. Lo “zio” fu costretto a un delicato intervento chirurgico, tornando in buone condizioni di salute solo dopo diverso tempo. In seguito, venne trasferito nel carcere di Palermo.

Imputato nel processo anche un poliziotto penitenziario, Alfredo Terlizzi, 47 anni di Lucera, che risponde di omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale e favoreggiamento nei confronti di Sinesi sul presupposto che, nonostante avesse sentito Sinesi dire che aveva una pistola, non informò la magistratura. I due imputati si dicono innocenti.

Al boss, la DDA contesta l’aggravante della mafiosità per aver commesso il fatto per agevolare l’attività della mafia foggiana, in considerazione sia della platealità della difesa attuata in occasione del tentato omicidio subìto con l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco in un centro cittadino, sia del ruolo apicale rivestito da Sinesi nella batteria Sinesi-Francavilla, “e del conseguente scopo di assicurare il prestigio criminale del suo gruppo e quindi il controllo violento del territorio nel contesto della contrapposizione armata in corso tra il suo gruppo e i Moretti-Pellegrino-Lanza“.

Secondo gli inquirenti, quell’agguato segnò l’inizio dell’ennesima guerra tra le due fazioni criminali. La morte di Roberto Tizzano, avvenuta il 29 ottobre dello stesso anno nel bar H24 di via San Severo, fu per gli investigatori la vendetta all’agguato al boss.

Le conversazioni che incastrarono Sinesi

Di seguito le intercettazioni ambientali che costarono al boss Roberto Sinesi un ulteriore arresto, giunto mentre era già detenuto per altri reati. Per queste conversazioni sarà processato anche l’agente di polizia penitenziaria, il lucerino Terlizzi, accusato di favoreggiamento.

Agente: “Sicuramente qualche pisciaturo è stato”

Sinesi: “Devi prendere solo il cuore e ce lo devi togliere”

Agente: “E te lo devi mangiare”

Sinesi: “E te lo devi fare sulla brace”

Agente: “Comunque devono essere proprio pisciaturi quelli che l’hanno fatto… diciamo che se erano persone capaci, buone, ti avrebbero fatto”.

Sinesi: “Ma proprio perchè stanno a nullità, hai capito?”

Agente: “Anche perchè in tanti anni non te l’hanno mai fatto un fatto del genere, o no? A te personalmente non ti hanno mai colpito”

Sinesi: “No, ma io piangevo più il bambino ti dico la verità: di me non me ne importa, hai capito? E che mi hanno fatto proprio una porcheria”

Agente: “Ma loro come stavano, con la macchina o lo scooter?”

Sinesi: “Stavano con la macchina, io sono uscito da Candelaro e stavo con mia figlia. Mia figlia se ne accorge e dice: ‘papà vedi che ci stanno aspettando’, ha girato la macchina e l’ha bloccata. Poi questi cornuti hanno continuato a sparare sul bambino, hai capito. Io una cosa del genere non me l’aspettavo. Mica sono stupido a uscire il pomeriggio, che sono stupido? Proprio perchè non c’era nulla ci stava la tranquillità. Se erano ragazzi? Non lo so, a me la preoccupazione era del bambino. Mi auguro che nella vita non li trovo mai per la strada”.

In un’altra conversazione intercettata, il boss disse: “Negli anni non ricordo che se sta la tua signora dietro di te non si permetteva nessuno di fare il lavoro, nessuno, oppure se c’era il bambino, adesso non ti pensano proprio. C’era il bambino e quelli tun tun tun, cornuti. Mia figlia se n’è accorta e ha detto: ‘papà scendi, corri’ perchè ha capito che per me. Quando mi sono accorto che questi il bambino, ho detto no, adesso vi devo uccidere cornuti, capito, che avete fatto troppo infamità”.

In seguito, una volta trasferito al Don Uva, Sinesi parlò apertamente dell’uso di un’arma ad un poliziotto, così come registrato dai carabinieri: “Sono sceso dall’auto. Mi guardavano a me però sparavano sulla macchina, quello pensava che io me n’ero andato invece stavo là, stavano a distanza. Magari si avvicinavano. Se lo riuscivo a tenere proprio vicino, magari gli dovevo schiaffare io 4 proiettili. Sopra il fatto del bambino mi hanno fatto proprio imbestialire”.

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Tags: FoggiaMafia foggianaRoberto Sinesi
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