Mafia foggiana, la cupola della “Società” nelle carte di “Decimabis”. I pentiti inchiodano boss e soldati, il gip: “Testimonianze credibili”

Nell’ordinanza, gli inquirenti indicano i ruoli all’interno della criminalità organizzata del capoluogo dauno. I nuovi collaboratori di giustizia, ritenuti credibili, fanno tremare i capiclan

La ricostruzione della “Società Foggiana” nelle carte di “Decimabis”. La maxi operazione del 16 novembre scorso ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata del capoluogo dauno. Nella lunga ordinanza del gip Agnino, si dà largo spazio agli assetti interni alle tre batterie. La cupola mafiosa della città, ormai da qualche decennio, è costituta dai gruppi Moretti-Pellegrino-Lanza, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese ma le evoluzioni sono costanti e negli ultimi anni si sono registrate anche alcune scissioni, soprattutto tra i Sinesi-Francavilla. In seguito alle maxi condanne del boss Roberto Sinesi e di suo figlio Francesco, e alla detenzione dei fratelli Francavilla, alcuni gruppi si sono messi in proprio: su tutti i Delli Carri (coinvolti nel recente blitz “Grande Carro”) e i fratelli Frascolla, anche loro in grado di costituire una propria batteria. Ma vediamo come gli inquirenti ricostruiscono i ruoli di boss e sodali nell’ordinanza “Decimabis”.

I capi

Federico Trisciuoglio alias “Enrichetto lo Zoppo”, nonostante gli acciacchi, è ancora considerato “con il ruolo di capo e uomo di vertice della batteria Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese oltre che preposto, unitamente ai vertici della batteria Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, alla direzione del sodalizio denominato ‘Società Foggiana’ e all’assunzione delle scelte più significative sul piano delle strategie criminali”.

Ma “lo Zoppo” non è solo in questa posizione: accanto a lui, gli inquirenti indicano Vincenzo Antonio Pellegrino detto “Capantica” e Pasquale Moretti alias “Il Porchetto”, anche loro arrestati in “Decimabis”. Capantica e Moretti sono al vertice del clan omonimo, in compagnia di Vito Bruno Lanza e, soprattutto, del Mammasantissima Rocco Moretti, 70enne padre di Pasquale e nipote di Rocco junior, 23enne in rapida ascesa nelle gerarchie criminali della città.

In alto, Trisciuoglio, Pellegrino, Lanza e Sinesi; al centro, Pasquale Moretti, Rocco Moretti jr, Emiliano Francavilla e Rodolfo Bruno; sotto, Verderosa, Capotosto, Ciro Francavilla e Giuseppe Francavilla; a sinistra, Rocco Moretti

“Gli organizzatori”

Ed infatti, Rocco junior è indicato dai giudici soltanto un gradino sotto agli storici boss. Il giovane è infatti considerato nel gruppo degli “organizzatori”, con il compito di “coordinare le attività delittuose del sodalizio, con particolare riferimento alle attività estorsive, gestendo la cassa del sodalizio e fissando i criteri di ripartizione dei proventi illeciti all’interno delle singole batterie e in relazione ai singoli associati”. A casa del giovane, su indicazione del pentito Verderosa, gli inquirenti hanno persino trovato la “lista delle estorsioni”, con i nomi degli imprenditori che pagavano il pizzo. Tra gli organizzatori ecco anche Felice Direse, Nicola Valletta, Ernesto Gatta, Ciro Francavilla, Giuseppe Francavilla, Alessandro Aprile, Francesco Tizzano, Massimo Perdonò e Rodolfo Bruno, quest’ultimo ucciso a novembre di due anni fa.

“I partecipi”

Tra i “partecipi”, le carte di “Decimabis” indicano Gioacchino Frascolla, Antonio Riccardo Augusto Frascolla, Raffaele Palumbo, Benito Palumbo, Mario Clemente, Adelio Pio Nardella, Sergio Ragno, Ciro Stanchi, Marco Salvatore Consalvo, Michele Morelli, Savino Ariostini, Antonio Miranda, Tommaso D’Angelo, Domenico Valentini, Leonardo Gesualdo e Pietro Stramacchio. A tutti loro “il compito – si legge – di supportare il sodalizio nella fase esecutiva dell’attività estorsiva, con riferimento alla richiesta e alla riscossione delle tangenti, nonché alla consegna dei proventi destinati al mantenimento degli associati”.

Nello scacchiere mafioso figurano inoltre Giuseppe Perdonò e Massimiliano Russo, entrambi “con il compito di riscuotere materialmente somme estorsive presso i commercianti ambulanti del mercato settimanale del venerdì della città di Foggia”. Antonio Verderosa e Michele Cannone avevano invece il compito “di sovrintendere, su incarico di Rocco Moretti, a tutte le attività riguardanti il settore delle aste giudiziarie per conto del sodalizio, al fine di influire sul normale svolgimento delle offerte ed alterare il principio della libera concorrenza tra i singoli partecipanti, così da ottenere il condizionamento delle gare e l’aggiudicazione dei beni posti all’asta in favore di soggetti designati dall’organizzazione”. Giovanni Rollo è ritenuto tra coloro che supportavano “il gruppo di fuoco”, oltre che “addetto al settore delle estorsioni”. Completano il quadro Carlo Verderosa, “partecipe, con il compito di supportare il gruppo di fuoco e di addetto al settore dello spaccio di stupefacenti” e Giuseppe Folliero, con “il compito di supportare il gruppo di fuoco e di addetto al settore delle estorsioni e alla collocazione di ordigni a scopo intimidatorio”.

Verderosa e Folliero sono divenuti collaboratori di giustizia dopo il blitz “Decima Azione” del 30 novembre 2018 e hanno aiutato gli investigatori a ricostruire ruoli e compiti all’interno della “Società Foggiana”. Un fatto storico nel mondo della criminalità organizzata del capoluogo dauno, per anni priva di pentiti e testimoni. Al riguardo, l’ordinanza “Decimabis” dedica un intero capitolo.

I pentiti

Gli inquirenti ritengono credibili le affermazioni dei collaboratori di giustizia. Lo si apprende anche dalle carte della recente operazione antimafia. Il gip Agnino: “Con riferimento alle dichiarazioni accusatorie provenienti da Allegretti Yuri, Bruno Raffaele, Verderosa Michele, Campaniello Sabrina, Capotosto Alfonso, Nuzzi Pietro Antonio, Verderosa Carlo e Folliero Giuseppe – si legge nelle carte – il sottoscritto gip ha preliminarmente rilevato in relazione agli stessi l’assenza di specifici e concreti elementi di dubbio sulla ‘chiamata’ in sé e l’assenza di motivi di pregresso rancore nei confronti degli indagati attinti dalle varie dichiarazioni etero-accusatorie. La genesi di tali collaborazioni è da porre per lo più in stretta connessione con eventi negativi che hanno attinto i soggetti in questione allorché gli stessi erano ancora collegati con il mondo criminale ed è stata ovviamente incentivata anche dal trattamento premiale previsto dalla legge, senza che ciò ne abbia minato il carattere di spontaneità e genuinità. Si deve osservare, in generale, che le dichiarazioni dei collaboratori risultano essere state rese in modo del tutto indipendente tra loro ed in fasi diverse del procedimento: nessun serio e concreto elemento ha rivelato che esse siano state frutto di preventiva concertazione o che abbiano tratto origine da medesime fonti informative. Le stesse, peraltro, si sono mostrate scevre da significative contraddizioni e da rilevanti vizi di precisione, costanza e coerenza, risultando, anzi, quasi sempre accompagnate da affermazioni auto-accusatorie in ordine a fatti illo tempore in fase di accertamento da parte degli inquirenti: ci si riferisce alla confessata partecipazione a numerosi delitti in materia di sostanze psicotrope, di armi, delitti contro il patrimonio e contro la persona. Invero, i collaboratori di giustizia hanno affermato di avere diretta cognizione rispetto a reati gravissimi dagli stessi compiuti, neppure conosciuti dagli inquirenti nella loro storicità, circostanza che non può che essere positivamente apprezzata sotto il profilo della reale volontà dei propalanti di contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti”. Secondo il giudice, se i pentiti avessero solo voluto guadagnare ‘l’impunità’, “avrebbero potuto minimizzare la gravità dei fatti raccontandone solo una parte o edulcorandone la portata”. Non lo hanno fatto.

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