Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio e Andrea Quitadamo detti “Baffino” costituiscono uno dei pilastri dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari che ha portato all’esecuzione di nove misure cautelari per tre omicidi attribuiti alla guerra tra il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre e il gruppo Li Bergolis sul Gargano.
Tra gli episodi ricostruiti nell’ordinanza figura la cosiddetta “lupara bianca” di Francesco Libergolis, conosciuto come “Faccia di Pecora”, scomparso nel 2011 e, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sequestrato, torturato, ucciso e sepolto in una fossa scavata in anticipo nella zona boschiva di Vergon del Lupo, a Mattinata.
Le confessioni dei due fratelli Quitadamo descrivono nei dettagli la preparazione dell’agguato, i ruoli attribuiti ai presunti partecipanti e le fasi successive all’omicidio.
L’agguato nato dopo il ferimento di Antonio Quitadamo
Secondo quanto riferito dai collaboratori, il movente dell’omicidio maturò dopo il tentato omicidio subito il 10 maggio 2011 da Antonio Quitadamo.
Nelle dichiarazioni viene raccontato che all’interno del clan maturò la convinzione che Francesco Libergolis fosse coinvolto nell’agguato o comunque fosse a conoscenza dei responsabili. A rafforzare quel sospetto, secondo i verbali, sarebbe stato un episodio avvenuto in un bar tra Matteo Lombardi e lo stesso Li Bergolis.
Quitadamo racconta che Lombardi avrebbe sentito Libergolis commentare il ferimento del fratello dicendo che “il Quitadamo ha preso tre botte, non l’hanno preso bene”. Da quel momento, sostiene il collaboratore, il clan ritenne che “Faccia di Pecora” sapesse qualcosa sull’attentato e decise di eliminarlo.
Nei verbali emerge anche che in precedenza erano già stati organizzati altri tentativi di catturarlo, senza successo.
La falsa paletta e il finto controllo delle forze dell’ordine
Il giorno dell’agguato, secondo la ricostruzione dei collaboratori recepita nell’ordinanza, il gruppo avrebbe simulato un posto di controllo.
L’automobile di Francesco Libergolis sarebbe stata fermata utilizzando una paletta contraffatta, un lampeggiante modificato e perfino uniformi simili a quelle della Guardia di Finanza. Un finto posto di blocco inscenato da Mario Luciano Romito, boss ucciso nel 2017, Francesco Scirpoli detto “Il lungo” e Giuseppe Lorusso alias “Mussolino” o “Mussolini”, gestore del bar “Golden” in via Di Vittorio a Manfredonia.
Secondo i verbali, la vittima venne bloccata, ammanettata e caricata con la forza su un’altra vettura, quindi trasportata nella località Vergon del Lupo, nel territorio di Mattinata.
Nel corso dell’interrogatorio, Antonio Quitadamo riferisce che la paletta era una copia in plastica e che il lampeggiante era stato acquistato e successivamente verniciato per renderlo simile a quello in uso alle forze dell’ordine.
Le torture per ottenere una confessione
Una volta condotto nel bosco, Francesco Libergolis sarebbe stato sottoposto, secondo le dichiarazioni dei collaboratori, a un violento interrogatorio.
L’obiettivo del gruppo sarebbe stato quello di ottenere informazioni sugli autori dell’agguato contro Antonio Quitadamo.
Entrambi i fratelli descrivono un pestaggio durato a lungo.
Secondo le loro dichiarazioni, la vittima sarebbe stata colpita con pugni, calci, bastoni, pietre e mazze. Andrea Quitadamo racconta di aver partecipato personalmente all’aggressione colpendolo con alcuni pugni per costringerlo a parlare, mentre attribuisce a Mario Luciano Romito, Francesco Scirpoli, Francesco Pio Gentile (ucciso nel 2019), Francesco Notarangelo (pentito) e ad altri componenti del gruppo ulteriori violenze culminate nell’uccisione.
I collaboratori riferiscono inoltre che Mario Luciano Romito, mentre infieriva sulla vittima, avrebbe ripetutamente evocato i familiari uccisi nell’ambito della faida mafiosa.
“Avevano già scavato la fossa”
Uno degli aspetti più inquietanti emersi nell’ordinanza riguarda la preparazione preventiva del luogo di sepoltura.
Secondo Andrea Quitadamo, quando arrivò sul posto trovò già una fossa scavata.
Il collaboratore racconta che il cadavere venne trascinato per alcune decine di metri e sepolto in quella buca, già predisposta da Francesco Notarangelo e Michele Silvestri alias “U’ russ”.
Nei verbali riferisce che il corpo venne sistemato a faccia in giù e coperto con grosse pietre per evitare che gli animali selvatici potessero riportarlo alla luce.
Gli inquirenti sottolineano come il mancato ritrovamento del cadavere possa essere stato favorito proprio dalla meticolosa attività di occultamento descritta dai collaboratori.
L’auto nascosta e il depistaggio delle indagini
Sempre secondo i verbali, dopo il delitto Michele Silvestri si sarebbe occupato esclusivamente dell’autovettura della vittima.
L’auto sarebbe stata allontanata dal luogo dell’omicidio e nascosta nelle campagne del territorio di Vieste con l’obiettivo di depistare le indagini.
Successivamente, raccontano ancora i collaboratori, il mezzo sarebbe stato incendiato in un’area boschiva.
Nelle dichiarazioni viene precisato che Silvestri non avrebbe preso parte direttamente al pestaggio, ma avrebbe avuto il compito di gestire l’occultamento del veicolo.
I nomi indicati dai collaboratori
Nel corso degli interrogatori, sia Andrea Quitadamo sia Antonio Quitadamo hanno indicato come partecipanti all’omicidio Mario Luciano Romito, Francesco Scirpoli, Francesco Pio Gentile, Francesco Notarangelo, Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo, Giuseppe Lorusso e un uomo identificato come “Lele” di Manfredonia, successivamente riconosciuto in Raffaele Russo.
L’ordinanza evidenzia come le rispettive dichiarazioni risultino in larga parte convergenti e si integrino reciprocamente nella ricostruzione dell’intera vicenda.
Le accuse e il valore delle dichiarazioni
Le ricostruzioni dei due collaboratori rappresentano uno degli elementi centrali dell’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia, che ha portato ai nove arresti eseguiti nei giorni scorsi nell’ambito dell’indagine sui tre omicidi attribuiti alla faida tra il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, un tempo guidato da Mario Luciano Romito, e il gruppo Li Bergolis.
Le dichiarazioni, tuttavia, costituiscono elementi d’accusa e saranno sottoposte al vaglio del dibattimento e del contraddittorio processuale, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati fino a eventuale sentenza definitiva.
Il piano per eliminare “Faccia di Pecora”: tutti sapevano dell’agguato
Nel verbale, Antonio Quitadamo sostiene che l’omicidio di Francesco Libergolis, detto “Faccia di Pecora”, fosse stato pianificato nei dettagli e che tutti i presenti fossero consapevoli dell’obiettivo. Racconta che l’ordine sarebbe arrivato direttamente da Mario Luciano Romito, il quale avrebbe deciso di gestire l’azione senza coinvolgere il gruppo dei cosiddetti “Montanari”. Secondo il collaboratore, Romito avrebbe detto: “Ce la dobbiamo vedere noi di Mattinata, lasciateli perdere”, riferendosi agli appartenenti all’altro gruppo criminale.
Quitadamo riferisce inoltre che il commando era pesantemente armato: all’interno dell’auto vi sarebbero stati due fucili automatici calibro 12 e diverse pistole. A suo dire, tutti erano consapevoli che quel giorno Libergolis dovesse essere ucciso e che, qualora fosse riuscito a fuggire con la vettura, sarebbe stato lo stesso Romito ad aprire il fuoco.
Il pestaggio, la fossa già scavata e il corpo nascosto sotto le pietre
Secondo la ricostruzione fornita da Quitadamo, prima dell’uccisione Libergolis sarebbe stato colpito ripetutamente con un bastone di legno trovato sul posto e preso a pugni, soprattutto dal fratello Andrea del collaboratore. L’indagato ricorda in particolare il violento ematoma all’occhio e il rigonfiamento alla testa provocati dal pestaggio.
Successivamente, racconta, Notarangelo avrebbe allontanato tutti, trattenendo soltanto lui e il fratello Andrea per occuparsi della sepoltura del cadavere. Quitadamo sostiene di aver trovato la fossa già scavata al suo arrivo. Il corpo sarebbe stato adagiato a faccia in giù e ricoperto con due grosse pietre, sistemate – secondo il suo racconto – per evitare che gli animali selvatici potessero riportarlo in superficie.
L’auto della vittima portata nel bosco e data alle fiamme
Nel verbale emerge anche il racconto relativo alla Fiat Punto di Libergolis. Secondo Quitadamo, Michele Silvestri non avrebbe preso parte all’omicidio, ma avrebbe avuto il compito di recuperare l’auto della vittima e condurla nella zona di Paradiso Selvaggio.
Successivamente, sempre secondo la sua versione, sarebbero stati il fratello Andrea e Notarangelo a trasportare la vettura nel bosco per incendiarla. Quitadamo afferma di aver sentito l’esplosione dell’auto mentre si trovava ancora nelle vicinanze e di aver rimosso dal veicolo alcune armi e il lampeggiante prima che fosse distrutto dalle fiamme.
Le false divise della Guardia di Finanza e il materiale eliminato
Un altro passaggio dell’interrogatorio riguarda il presunto utilizzo di uniformi e accessori riconducibili alle forze dell’ordine. Quitadamo racconta che durante il sequestro di Libergolis, Giuseppe “Mussolini” e Francesco Scirpoli, avrebbero indossato divise della Guardia di Finanza.
Terminate le operazioni, sostiene che le uniformi sarebbero state portate via dai rispettivi utilizzatori, mentre lui avrebbe eliminato il lampeggiante e la paletta utilizzati durante l’azione. Precisa inoltre che la paletta non sarebbe stata originale, ma una riproduzione in plastica, mentre il lampeggiante sarebbe stato acquistato come dispositivo destinato ai trattori e successivamente verniciato di azzurro per renderlo simile a quello in uso alle forze dell’ordine.
Tra i passaggi più significativi del verbale vi è quello relativo alle manette procurate da Scirpoli a Manfredonia. Quitadamo sostiene che Francesco Libergolis sia morto con le mani ancora legate e afferma di essere stato lui stesso a rimuoverle successivamente dal cadavere.












