L‘ordinanza che ha portato all’arresto di nove appartenenti al clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, ricostruisce nei dettagli l’omicidio e la successiva scomparsa del corpo di Francesco Armiento, il giovane di Mattinata ucciso nel 2016 con un colpo di pistola in faccia e fatto sparire in località Alvaro-Bucecchia dell’agro del comune di Monte Sant’Angelo. Del suo corpo venne ritrovata solo la calotta cranica.
Le confessioni dei collaboratori di giustizia mattinatesi, Antonio e Andrea Quitadamo, detti “Baffino”, descrivono un pestaggio, l’uccisione, la sepoltura in una fossa scavata in precedenza e il tentativo di cancellare ogni traccia del delitto.
Eppure, proprio leggendo le quasi 500 pagine dell’ordinanza, emergono alcuni elementi che continuano a lasciare aperti interrogativi.
Un’auto incendiata basta a spiegare una lupara bianca?
La ricostruzione accusatoria individua come movente principale l’incendio dell’automobile di Francesco Pio Gentile detto “Passaguai”, storico referente del gruppo criminale di Mattinata.
Secondo i pentiti, Armiento avrebbe dato alle fiamme la vettura provocando la reazione del clan.
Ma è proprio questo il primo elemento che suscita interrogativi.
La risposta criminale descritta nell’ordinanza appare infatti di una violenza estrema: un agguato organizzato, il pestaggio, l’uccisione e la successiva scomparsa del cadavere, modalità generalmente riservate a vicende considerate di eccezionale gravità negli equilibri mafiosi.
Una sproporzione che porta inevitabilmente a chiedersi se dietro quell’omicidio vi fosse soltanto la vendetta per l’auto incendiata o se quel gesto rappresentasse soltanto l’innesco di dinamiche più complesse.
I due principali accusati non possono più difendersi
Un altro elemento che colpisce riguarda i nomi indicati dai collaboratori.
Antonio e Andrea Quitadamo attribuiscono infatti il ruolo principale nell’omicidio a Mario Luciano Romito e al cugino Francesco Pio Gentile, descritti come gli organizzatori e gli esecutori dell’agguato.
Entrambi, però, sono morti da anni.
Romito venne assassinato il 9 agosto 2017 nella strage di San Marco in Lamis, mentre Gentile fu ucciso nel 2019.
Circostanza che rende impossibile qualsiasi confronto processuale diretto con le accuse mosse dai collaboratori di giustizia.
La DDA non esclude un movente diverso
Ma è soprattutto un altro passaggio dell’ordinanza ad attirare l’attenzione.
Gli stessi magistrati della Direzione distrettuale antimafia non si fermano infatti al solo movente dell’auto incendiata.
Nelle carte viene richiamata anche una diversa pista investigativa, quella sentimentale.
Secondo quanto riportato nell’ordinanza, Francesco Armiento era solito intrattenere relazioni con diverse donne, comprese donne sposate.
Tra gli elementi analizzati dagli investigatori vi sarebbero anche alcuni messaggi che Armiento avrebbe scambiato con la moglie di Renato Quitadamo, fratello dei due pentiti, l’uomo che, secondo la ricostruzione accusatoria, accompagnò proprio Armiento all’incontro con Gentile per quello che sarebbe dovuto essere un chiarimento.
Un particolare che assume un peso ancora maggiore considerando che Renato Quitadamo e Armiento erano amici e frequentavano abitualmente gli stessi ambienti.
La DDA, proprio per questo, non esclude che dietro il delitto possano esservi state motivazioni ulteriori rispetto alla sola vicenda dell’automobile incendiata.
Un possibile regolamento di conti interno?
Le carte non forniscono una risposta definitiva.
Resta però un interrogativo che emerge leggendo l’intera vicenda.
L’incendio dell’auto di Gentile fu davvero il motivo dell’eliminazione di Armiento oppure rappresentò soltanto il pretesto per risolvere altri contrasti?
Negli ambienti mafiosi episodi apparentemente marginali possono infatti trasformarsi in occasioni per ridefinire rapporti di forza, leadership e alleanze interne.
L’ordinanza non sostiene questa ricostruzione e non individua elementi sufficienti per affermarla, ma lascia aperta la possibilità che il movente del delitto sia stato più articolato di quanto possa apparire a una prima lettura.
È proprio per questo che l’omicidio di Francesco Armiento, a distanza di anni, continua a essere uno degli episodi più complessi e ricchi di zone d’ombra della recente storia della mafia garganica.













