L’organigramma dei Montanari: capi, luogotenenti e cassieri del clan. Gerarchie ricostruite dai magistrati antimafia

Gli incartamenti del processo Caterino e l’ordinanza “Friends” accendono i riflettori sul gruppo capeggiato dai fratelli Miucci. Un’organizzazione capillare capace di interagire anche con le cosche calabresi nonostante sia “orfana” dei fratelli Li Bergolis, storici boss

Mentre continuano ad emergere novità dai fiumi di intercettazioni del processo Caterino, captazioni telefoniche e ambientali che non erano presenti nell’ordinanza cautelare – come il caso dei killer sangiovannesi e della “montagna”, esclusiva de l’Immediato ripresa anche da giornali locali – altri elementi di rilievo spuntano dall’inchiesta “Friends” contro il clan dei montanari. Il blitz di pochi giorni fa ha svelato gli agganci tra il gruppo di Enzo e Dino Miucci e i lucerini del clan Papa. Inoltre ha evidenziato i rapporti tra Enzo Miucci detto “U’ Criatur” e le cosche calabresi, in particolare i “Pesce-Bellocco”.

Nelle carte di “Friends”, gli inquirenti hanno anche ricostruito l’organigramma dei Li Bergolis-Miucci, da anni orfani dei fratelli Franco, Armando e Matteo Li Bergolis, tutti in carcere a scontare lunghe condanne per il processo “Iscaro-Saburo”.

“Il gruppo è attualmente composto dal 37enne capo clan Enzo Miucci – scrivono i magistrati -, dal suo luogotenente e braccio destro Matteo Pettinicchio, 34 anni da Libero Lombani, 32 anni, dal cassiere e braccio operativo dell’associazione Giulio Guerra, 30 anni nonché dall’insospettabile Rosario Starace, 39 anni. Un’organizzazione dedita in via preminente al traffico di droga, di tipo armato, quest’ultimo fattore confermato dal sequestro di tre pistole, un silenziatore e munizioni di vario calibro che Miucci, Lombani e Pettinicchio avevano ritirato a Torino da esponenti della criminalità calabrese di Rosarno. Armi che sarebbero servite per vendicare un agguato fallito ai danni di ‘U’ Criatur'”.

A questi va aggiunto, come accennato in precedenza, Leonardo Miucci detto Dino, 41enne fratello maggiore di Enzo, scampato ad un agguato lo scorso 29 novembre, ritenuto “un santo” dal presunto basista della strage di San Marco del 9 agosto 2017, quel Giovanni Caterino detto “Giuann Popò” a processo con l’accusa di aver favorito il clan dei montanari insieme all’amico Luigi Palena, insospettabile titolare del bar dell’istituto “Toniolo” di Manfredonia e di una paninoteca all’aperto di Siponto. Oltre a Caterino e Palena, sarebbe appartenente al gruppo criminale anche Cosimo Damiano Vairo detto “Piede storto”, 57 anni, arrestato la scorsa estate durante un blitz contro il narcotraffico tra Colombia, Olanda, Gargano e Barletta. L’uomo, di Manfredonia, era solito frequentare Saverio Tucci alias “Faccia d’angelo”, ucciso ad Amsterdam nell’ottobre 2017 e tra i presunti killer della mattanza di San Marco stando alle testimonianze del pentito Carlo Magno.

Un gruppo di manfredoniani quindi, composto da Caterino, Palena, Vairo e dall’ormai defunto Tucci, avrebbe allargato i tentacoli dei Li Bergolis-Miucci anche in riva al golfo.

Droga e sfruttamento della prostituzione

“Attraverso l’ascolto delle utenze telefoniche ricondubili ai ‘montanari’ – si legge ancora – si aveva contezza che quest’associazione godeva di diversi clienti cui destinava in maniera stabile e continuativa la sostanza stupefacente e tra questi spiccava la figura del 35enne Giovanni Melchionda. L’attività di captazione avrebbe consentito di appurare che l’uomo era estremamente abile non solo a rivendere lo stupefacente acquistato sulla piazza di San Giovanni Rotondo ma anche particolarmente versato nella commissione di reati in tema di sfruttamento della prostituzione, con la complicità di Giovanni Cappucci e Antonio Bucci, oltre che alla commissione di furti in abitazione con lo stesso Cappucci e i figli di quest’ultimo, e con ulteriori complici Leonardo Russo, Alessandro Stella e Giuseppe Sforza. Dopo l’arresto di Starace, Melchionda si è visto costretto a rifornirsi di stupefacente da altri soggetti tra cui il foggiano Michele Piserchia“.

Il “figlioccio” del boss

Non si ferma certo alle carte di “Friends” la ricostruzione dell’organizzazione dei Li Bergolis-Miucci. Altro elemento di rilievo del gruppo criminale sarebbe il 22enne di Manfredonia, Tommaso Tomaiuolo, apparso anche negli incartamenti del processo sulla strage di San Marco in Lamis, già oggetto di alcune esclusive de l’Immediato. Intercettazioni che non compaiono nelle risicate 50 pagine della Occ che portò all’arresto di Giovanni Caterino e Luigi Palena ma che promettono molte altre novità sullo scenario criminale in provincia di Foggia.

Tomaiuolo, ritenuto dai carabinieri a capo di una banda di scassinatori sgominata mesi fa tra Monte Sant’Angelo e Manfredonia, sarebbe una sorta di “figlioccio” del boss Miucci, elemento trasversale tra i montanari e i viestani Iannoli-Perna. Il giovane era in compagnia di Omar Trotta quando quest’ultimo fu ucciso in un ristorante di Vieste nell’estate 2017. Si salvò inspiegabilmente, Tomaiuolo, finito successivamente al centro di altre vicende di cronaca. Accusato di incendi dinamitardi e rapine. Spesso presente in episodi di criminalità violenta e sanguinaria. Con diversi procedimenti a carico. Un elemento di un certo spessore nonostante la giovane età, tanto che “U’ Criatur” – stando alle carte giudiziarie – era pronto ad “arrogarsi le spese legali a dimostrazione dell’esistenza di una vera e propria forma criminale associativa”, le parole dei magistrati. (In alto, a sinistra, i fratelli Franco e Armando Li Bergolis; sotto, Caterino, Vairo e Palena; a destra, Enzo e Dino Miucci; sotto, Tomaiuolo, Pettinicchio e Lombani; sullo sfondo, Monte Sant’Angelo)





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