“Ci credo ancora”, dal carcere di Foggia è il podcast sulla Costituzione e il cambiamento ideato dalla operatrice culturale Lisa Graziano.
Dieci puntate, disponibili su Spotify e sulle altre piattaforme audio, per raccontare la Costituzione attraverso le voci delle persone detenute. “Ci credo ancora” è il podcast nato nella Casa Circondariale di Foggia a 80 anni dalla nascita della Repubblica e dall’elezione dei padri e delle madri costituenti.
Un lavoro costruito sugli articoli della Carta e sui valori fondanti di libertà, pace e lavoro. Dentro un sistema penitenziario segnato dal sovraffollamento — 63mila detenuti e un indice di affollamento del 134 per cento, che in Puglia supera il 170 per cento — il progetto prova a mettere al centro il senso della pena e la possibilità del cambiamento.
Pierpaolo D’Andria, dirigente del Provveditorato Penitenziario Puglia e Basilicata, richiama il tema della funzione rieducativa della detenzione. “Il trattamento rieducativo non è coattivo, non può essere imposto, ma costituisce qualcosa che l’amministrazione offre al condannato o all’internato. Ci deve essere una adesione spontanea”.
Per D’Andria ogni esperienza di sofferenza personale può essere vissuta “in maniera acritica senza porsi interrogativi” oppure “in modo critico”, chiedendosi: “Quali sono i fattori che mi hanno portato a questo? Cosa posso fare in questa parentesi per migliorare dopo?”. È un percorso che “si lega molto alla volontà di cambiamento”. “Credo nel cambiamento”, dice.
L’obiettivo è offrire strumenti concreti: istruzione scolastica, formazione professionale, possibilità di lavoro. In Puglia e Basilicata sono in corso 19 progetti per la realizzazione di panifici, pizzerie e birrifici, attività legate alla tradizione agroalimentare. “Il lavoro è un diritto ma anche un dovere”, sottolinea D’Andria, ricordando anche i benefici della Legge Smuraglia per il reinserimento lavorativo delle persone detenute.
Il direttore del carcere di Foggia, Michele De Nichilo, definisce la rieducazione “ontologicamente connessa con l’esecuzione della pena”. E vede nel podcast “un chiaro esempio di partecipazione attiva”, come ha spiegato sollecitato dalle domande della giornalista Michela Magnifico.
Tra le riflessioni emerse durante il lavoro sulle puntate, una in particolare lo ha colpito: quella sull’articolo 10 della Costituzione, dedicato alla condizione giuridica dello straniero. “Lo stigma dello straniero è lo stesso che vivono loro quando lasciano l’istituto di pena”.
Per Claudio Ronci, comandante della Polizia Penitenziaria, il progetto ha avuto un peso particolare perché i detenuti “intrecciavano gli articoli della Costituzione alle loro esperienze dentro e fuori”. “Ho visto una crescita non solo nelle persone detenute ma anche nel personale della polizia penitenziaria”.
Ronci ricorda anche il cambiamento vissuto dal carcere di Foggia dopo il 2020 e la “piaga della fuga”: “Il cambiamento non ha riguardato solo i detenuti ma anche le realtà e le istituzioni esterne”.
Paola Errico, dirigente dell’Area Trattamentale, mette al centro il tema del tempo. “Per trasmettere la speranza in carcere bisogna dare senso al tempo. La disperazione nasce spesso dalle giornate tutte uguali”. Scuola, lavoro, podcast e laboratori teatrali “danno un senso al tempo”.
Secondo Errico il valore più forte del progetto è avere restituito competenze e voce alle persone detenute. “Di loro pugno hanno scritto i testi e raccontato le loro vite personali”. Il podcast, spiega, è diventato “una narrazione autentica che spinge al superamento dello stigma perché trasforma l’esperienza detentiva in un esperimento narrativo collettivo che crea un ponte tra il dentro e il fuori”.
“Il carcere non è solo un luogo di esecuzione della pena, ma anche un luogo di rinascita. Noi ci crediamo”. La giornalista Annalisa Graziano, da anni impegnata nelle attività dentro l’istituto, racconta il lavoro fatto con i detenuti e con l’ausilio dei giovani volontari del servizio civile dell’associazione Genoveffa de Troia. “Le persone entrate in conflitto con la legge” si sono rispecchiate negli articoli della Carta. Le prime settimane sono servite a convincerli che proprio loro potevano prendere parola.
“La teoria non era di aiuto”, spiega. Le riflessioni sugli articoli della Costituzione sono state scritte nelle celle detentive. “Non sono beneficiari di un progetto ma autori di un contenuto culturale destinato ai giovani”.
Il podcast ha ricevuto i messaggi di apprezzamento del Papa e della Presidenza della Repubblica grazie al tema della contaminazione tra carcere e luoghi esterni. Un tentativo di costruire un ponte stabile tra il dentro e il fuori, usando la Costituzione come linguaggio comune.











