La Corte d’Appello di Bari ha confermato la colpevolezza dei sei presunti componenti della cosiddetta “banda della marmotta”, riducendo però le pene inflitte in primo grado dal gup di Foggia. Il nuovo verdetto porta a complessivi 34 anni di reclusione, con condanne comprese tra 4 anni e 3 mesi e 7 anni e 4 mesi.
Gli imputati erano stati arrestati il 17 dicembre 2024 con l’accusa, a vario titolo, di associazione per delinquere e di aver organizzato una serie di assalti agli sportelli bancomat e bancoposta utilizzando la cosiddetta “marmotta”, l’ordigno esplosivo impiegato per far saltare le casseforti degli Atm.
Secondo l’accusa, tra il 14 agosto e il 2 ottobre 2024 il gruppo avrebbe messo a segno 17 colpi tra Puglia, Campania, Basilicata, Lombardia e Piemonte, riuscendo in nove occasioni ad impossessarsi di circa 290mila euro, mentre altri otto assalti sarebbero falliti.
Le nuove condanne
La pena più alta è stata inflitta ad Angelo Pallotta, 45 anni di Orta Nova, ritenuto il promotore della banda, condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione, rispetto ai 9 anni inflitti in primo grado.
Per Antonio Battaglini, 38 anni, anche lui di Orta Nova, la Corte ha stabilito una pena di 6 anni, contro i 6 anni, 11 mesi e 10 giorni della sentenza emessa dal Tribunale di Foggia.
Ridotte anche le condanne per Lorenzo Di Michele, 29 anni di Ordona, che passa da 7 anni, un mese e 20 giorni a 5 anni, 9 mesi e 22 giorni; Pasquale La Gioia, 47 anni di Orta Nova, condannato a 5 anni, 6 mesi e 10 giorni invece dei precedenti 6 anni, 2 mesi e 10 giorni; Domenico Di Leo, 22 anni, anch’egli di Orta Nova, che riceve 5 anni e 2 mesi rispetto ai precedenti 6 anni e 6 mesi; e Gabriele Bruno, 21 anni di Orta Nova, per il quale la pena scende da 6 anni, 3 mesi e 20 giorni a 4 anni, 3 mesi e 20 giorni.
Pallotta e Battaglini restano detenuti in carcere, mentre gli altri quattro imputati si trovano agli arresti domiciliari.
La richiesta della Procura generale
Nel corso del processo d’appello il procuratore generale Desirée Digeronimo aveva chiesto la conferma integrale della sentenza di primo grado.
Pur evidenziando che le pene inflitte dal gup fossero già contenute rispetto alla gravità dei fatti contestati, il rappresentante dell’accusa ha ricordato che, in assenza di un appello del pubblico ministero contro il primo verdetto, non era possibile chiedere un aggravamento delle condanne.
Le difese avevano invece sollecitato l’assoluzione dall’accusa di associazione per delinquere e una sensibile riduzione delle pene relative ai singoli episodi contestati.
Diciassette assalti in meno di due mesi
L’inchiesta ricostruisce un’impressionante sequenza di colpi messi a segno nell’arco di appena cinquanta giorni.
Il primo episodio risale al 14 agosto 2024, quando venne assaltata la filiale Bper di San Nicandro Garganico con un bottino di 3.630 euro.
Nei giorni successivi il gruppo avrebbe colpito banche e uffici postali tra San Nicandro Garganico, Borgaretto, Flumeri, San Sossio Baronia, Ruvo di Puglia, Altamura, Cassolnovo, Mortara, Gudo Visconti, Montaguto, San Marco in Lamis, Ascoli Satriano, Grottaminarda, Fele e Favria, in provincia di Torino.
Tra i colpi più redditizi figurano quelli all’Unicredit di Borgaretto, dove sarebbero stati sottratti circa 100mila euro, al Postamat di Gudo Visconti con oltre 36mila euro, alla Bpm di Ascoli Satriano con circa 58.800 euro e all’Unicredit di Favria, dove il bottino sfiorò i 54mila euro.
La tecnica della “marmotta”
Secondo la ricostruzione investigativa, gli assalti venivano eseguiti con estrema rapidità, generalmente nell’arco di tre-cinque minuti e, in alcune notti, anche due o tre volte consecutivamente.
Il gruppo avrebbe dapprima effettuato un normale prelievo utilizzando una carta bancaria per provocare l’apertura dello sportello automatico. Successivamente veniva inserita nella fessura dell’Atm la cosiddetta “marmotta”, un ordigno esplosivo artigianale dotato di miccia.
L’esplosione consentiva di far saltare il battente della cassaforte e raggiungere i cassetti contenenti il denaro.
Secondo gli atti del processo, nove assalti sarebbero andati a segno, mentre gli altri sarebbero falliti per l’impossibilità di collocare correttamente l’esplosivo, per l’assenza di contanti all’interno degli sportelli o per la resistenza delle casseforti alle deflagrazioni.












