Editoriale di Davide Grittani, per gentile concessione del Corriere del Mezzogiorno – Puglia.
“Niente è più necessario del superfluo”, aforisma che incorona di diritto Oscar Wilde come cittadino foggiano ad honorem. Nemmeno il tempo di capire come si possa morire portando a spasso un cane (l’incomprensibile sorte toccata al personal trainer Dino Carta) o come abbia potuto radicarsi così profondamente la cultura patriarcale da causare almeno due femminicidi l’anno (l’ultimo quello di Stefania Rago, uccisa dal marito con la pistola d’ordinanza), che Foggia sembra pronta a indossare il frac.
La città ideale di Godot, in cui la speranza che qualcosa di normale possa accadere si dilata fino a farsi miraggio, sta per accogliere uno dei festival lirici più costosi e pretestuosi d’Italia. Oltre un milione e mezzo, che potrebbero spingersi fino a due. Una rara comunione d’intenti – che per i servizi essenziali alla comunità si verifica sempre più a fatica – ha convinto Regione (400mila euro), Camera commercio Foggia (600mila), Comune di Foggia (300mila) e vari privati (150mila) che attingere al “brand giordaniano” fosse la scorciatoia più agevole per risollevare l’immagine del territorio. Si chiama GIO Festival, in onore del compositore Umberto Giordano che da Foggia fu costretto a scappare definendola “città ingrata”. Un’operazione di maquillage più spregiudicata che utile, se si pensa che i foggiani non dispongono di una biblioteca da quasi tre anni e che la capienza del teatro comunale (dedicato a Giordano, ça va sans dire) è stata ridotta perché privo di agibilità. Insomma, a chi offrire questo caviale se mancano persino i piatti?
Invece Foggia, che suo malgrado vanta il reddito medio pro capite più basso d’Italia, si è laureata all’università del paradosso. Soffre di un infantile anelito di grandeur, mentre per strada la misura del degrado e dell’abbandono parlano al posto di qualsiasi buona intenzione. Chi non dispone di un pedigree se lo inventa, e poco importa se Napoli e Bari hanno prima ricostruito il tessuto dei servizi indispensabili e solo dopo si sono proposte come mete del turismo internazionale. Così mentre per strada, o dentro casa, sembra ricominciata la lirica delle pistole, ai piani alti hanno smarrito il buon senso che governa l’equilibrio tra le esigenze primarie di una comunità stremata dall’emergenza e le proposte culturali da offrirle. Tornando al concittadino Wilde, non ci sarebbe nulla di male ad accogliere un po’ di futilità (sotto forma di grande lirica, sia chiaro) se all’origine di questo azzardo senza precedenti non ci fosse la scellerata ambizione di zuccherare la realtà di una classe dirigente senza orizzonte.











