Le recenti intercettazioni della Direzione distrettuale antimafia di Bari hanno riportato al centro dell’attenzione il profondo contrasto tra Emiliano Francavilla e il fratello Antonello, una frattura che, secondo gli investigatori, affonderebbe le radici nell’omicidio del padre Mario Francavilla, detto “il nero”, assassinato nel 1998.
Un sospetto che, in realtà, emergeva già molti anni fa nelle dichiarazioni di Antonio Catalano, tra i primi collaboratori di giustizia della storia della mafia foggiana, un tempo ritenuto uomo di fiducia del boss Roberto Sinesi detto “lo zio” e componente del gruppo di fuoco del clan insieme al fratello.
Le sue dichiarazioni, rese agli inquirenti nei primi anni Duemila, tornano oggi d’attualità perché sembrano anticipare proprio quella ricostruzione investigativa secondo cui Emiliano Francavilla non avrebbe mai smesso di nutrire dubbi sul ruolo avuto da Roberto Sinesi e dai suoi alleati nella morte del padre.
“C’era già un progetto per ucciderlo nel 1996”
Nel corso degli interrogatori, Catalano raccontò che già nel 1996, quando Mario Francavilla uscì dal carcere, sarebbe stato predisposto un primo piano per eliminarlo.
Secondo il collaboratore, il progetto sarebbe stato affidato a Franco Vitagliani e Franco Viscillo, mentre lui stesso avrebbe dovuto fornire supporto logistico all’interno della discoteca Metropoli.
Il piano, sempre secondo il suo racconto, saltò soltanto perché il proprietario dell’auto rubata destinata all’agguato riconobbe il veicolo prima che l’azione potesse essere portata a termine, costringendo gli uomini incaricati ad allontanarsi e facendo sfumare l’omicidio.
Le minacce durante la detenzione
Catalano riferì inoltre di un episodio avvenuto quando Mario Francavilla era detenuto.
Secondo il collaboratore, Vincenzo Parisi, all’epoca latitante, avrebbe telefonato ad Antonello Francavilla, intimandogli di riferire al padre di “stare zitto”, altrimenti, una volta tornato in libertà, gli avrebbero “tagliato la testa”.
Per gli inquirenti, anche questo episodio contribuiva a delineare un clima di fortissima contrapposizione tra Mario Francavilla e una parte della criminalità foggiana già prima dell’agguato mortale.
“Un delitto nato da questioni economiche”
Nel prosieguo dell’interrogatorio, Catalano venne incalzato sul possibile movente dell’omicidio.
L’ex affiliato spiegò di ritenere che alla base del delitto vi fossero soprattutto interessi economici legati alla gestione del denaro del clan.
In particolare parlò della figura di Anna Russo, indicata come la persona che amministrava somme riconducibili a Mario Francavilla e utilizzate, secondo il collaboratore, anche per attività usurarie.
Catalano raccontò che, prima dell’omicidio della donna, uomini vicini al clan si sarebbero recati nella sua abitazione alla ricerca del denaro custodito per conto di Mario Francavilla e aggiunse che quei soldi sarebbero stati richiesti anche per conto di Roberto Sinesi.
Il sospetto su Roberto Sinesi
Alla domanda dei magistrati su chi potesse avere interesse alla morte di Mario Francavilla, Catalano precisò di non poter indicare con certezza gli esecutori materiali.
Aggiunse però che, per quanto gli risultava, Antonello Francavilla avrebbe sempre sospettato che l’ordine di uccidere il padre fosse partito proprio da Roberto Sinesi, pur ammettendo di non essere in grado di affermarlo come fatto certo.
Un passaggio che assume oggi un particolare rilievo alla luce delle più recenti indagini della Dda di Bari.
Nelle informative depositate nell’ultima inchiesta, infatti, gli investigatori ritengono che proprio il sospetto mai superato sul ruolo di Roberto Sinesi nell’omicidio di Mario Francavilla abbia rappresentato uno degli elementi che hanno progressivamente allontanato Emiliano Francavilla dal resto della batteria, fino alla rottura con il fratello Antonello, divenuto negli anni uno dei principali riferimenti del clan Sinesi-Francavilla, nonché genero del boss Sinesi.
Le dichiarazioni di Catalano, pur risalenti a oltre vent’anni fa, tornano così ad assumere interesse investigativo perché sembrano inserirsi nello stesso filone ricostruttivo che oggi la Direzione distrettuale antimafia considera alla base delle tensioni interne alla storica batteria della Società foggiana.













