Tra i diciotto nomi finiti al centro del maxi blitz della Direzione distrettuale antimafia di Bari contro la Società foggiana, uno colpisce più degli altri per un motivo preciso: Antonio Bellofatto ha 79 anni ed è il più anziano tra gli indagati raggiunti dalla misura cautelare.
Fabbro foggiano conosciuto in città, Bellofatto è indicato dagli investigatori come una figura di collegamento tra gli imprenditori vittime delle estorsioni e i clan mafiosi. Secondo la ricostruzione della Dda, sarebbe stato incaricato di riscuotere periodicamente il denaro del pizzo e di consegnarlo agli esponenti delle batterie della Società foggiana.
Nelle settimane successive al blitz, il Tribunale della libertà di Bari ha sostituito la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, accogliendo parzialmente il ricorso della difesa. Una decisione che riguarda esclusivamente la misura cautelare e non modifica il quadro accusatorio contestato dalla procura, mentre le motivazioni saranno depositate successivamente.
Il presunto ruolo di intermediario
Secondo gli inquirenti, Bellofatto avrebbe svolto il ruolo di intermediario e “cassiere” per conto di esponenti di primo piano della criminalità organizzata foggiana. Gli vengono contestati tre episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso, in concorso con Francesco Abbruzzese, detto “Stoppino”, e con Alessandro Moretti, ucciso nel gennaio scorso prima dell’esecuzione delle misure cautelari.
La procura sostiene che il fabbro si occupasse materialmente della riscossione del denaro presso alcuni imprenditori cittadini, con versamenti periodici che variavano da mille a duemila euro ogni tre mesi e, in altri casi, tra i duemila e i tremila euro in occasione delle festività.
Le dichiarazioni degli imprenditori
A delineare il presunto ruolo del 79enne sono soprattutto le dichiarazioni di alcuni imprenditori ascoltati dagli investigatori.
Uno di loro avrebbe inizialmente sostenuto di pagare Bellofatto soltanto attraverso bonifici per lavori da fabbro, per poi riferire di consegnargli denaro come corrispettivo di una presunta guardiania dei cantieri che, secondo gli inquirenti, non sarebbe mai stata realmente svolta. Un altro imprenditore ha dichiarato che Bellofatto si presentava “per conto di qualcuno” a ritirare periodicamente 1.500 euro, mentre un terzo ha raccontato di aver effettuato versamenti per circa dieci anni dopo che il fabbro gli avrebbe spiegato che era “opportuno fare qualche regalo a personaggi della malavita foggiana per stare tranquilli”.
Le intercettazioni e il racconto del pentito
Nel quadro accusatorio trovano spazio anche intercettazioni e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Francavilla, ex esponente del clan Sinesi-Francavilla.
Il pentito ha indicato Bellofatto come una persona incaricata della riscossione del pizzo per conto dei clan, precisando però che, a suo dire, non avrebbe trattenuto per sé alcuna parte del denaro raccolto.
Secondo il gip, che aveva inizialmente disposto il carcere, Bellofatto avrebbe sfruttato la propria attività di fabbro per entrare con facilità nelle aziende, instaurare rapporti fiduciari con gli imprenditori e valutarne la capacità economica, agevolando così, sempre secondo l’accusa, il sistema estorsivo contestato dalla Direzione distrettuale antimafia.












