Storie di mafia tra Foggia e Gargano, dal tradimento di Orti Frenti alla vendetta per la strage di San Marco. L’inchiesta che ha incastrato Perdonò

Altro capitolo della guerra tra clan per il controllo del territorio. 12 anni di reclusione al noto pregiudicato foggiano, condannato perché doveva vendicare la mattanza dell’agosto 2017

Legami indissolubili, vendette e favori. E soprattutto, tanto sangue. Uno spaccato della mafia foggiana è stato raccontato nel processo a Massimo Perdonò, che si è concluso nelle scorse ore con la condanna a 12 anni di carcere per l’imputato. L’uomo, nipote del Mammasantissima Rocco Moretti, storico boss della “Società Foggiana”, è stato ritenuto colpevole del tentato omicidio del manfredoniano Giovanni Caterino, membro del clan Li Bergolis-Miucci, noto anche come il “clan dei montanari”. Ma cosa c’entra Perdonò con la malavita garganica? La storia della criminalità organizzata foggiana è contrassegnata da numerose alleanze tra le varie realtà mafiose della provincia. Una di queste è quella tra i Moretti-Pellegrino-Lanza e il gruppo un tempo guidato da Mario Luciano Romito, il boss di Manfredonia ucciso il 9 agosto 2017 nell’ormai celebre strage di San Marco in Lamis. Romito cadde sotto colpi di lupara, raggiunto anche in pieno volto, nel più cruento degli omicidi di mafia. Il boss venne ammazzato nell’ambito della guerra con i “montanari”, scoppiata alla fine della prima decade degli anni 2000 dopo il “tradimento di Orti Frenti”, quando lo stesso Mario Luciano e suo fratello Franco fecero piazzare alcune cimici dai carabinieri per incastrare i “Calcarulo” Matteo, Armando e Franco Li Bergolis. Un summit mafioso passato alla storia, datato 2 dicembre 2003, organizzato all’interno di una masseria di San Giovanni Rotondo, in località Orti Frenti, appunto, e che segnò la fine del clan Li Bergolis-Romito. Il gruppo dei manfredoniani – che si scoprì essere confidente di alcuni militari dell’Arma – tese una trappola ai fratelli Li Bergolis che durante l’incontro parlarono apertamente di estorsioni, omicidi e vendette. Nel processo che ne scaturì, denominato “Iscaro-Saburo”, i “Calcarulo” vennero condannati in via definitiva a lunghe pene. Ergastolo a Franco Li Bergolis, 27 anni a testa ad Armando e Matteo: tutti al 41bis (carcere duro), rispettivamente nei penitenziari di Nuoro, Viterbo e Parma. Per i due Romito caddero le accuse di mafiosità.

La guerra scoppiata negli anni successivi ha visto scorrere parecchio sangue. Fino ai giorni nostri. Nel 2017 l’uccisione di Mario Luciano Romito, nel 2018 quella di suo cugino Francesco Pio Gentile detto “Passaguai”, nel 2019 l’omicidio di Pasquale Ricucci alias “Fic secc”, un tempo legato ai montanari, salvo poi “mettersi in proprio” per fondare il clan Lombardi-Ricucci-La Torre, contrapponendosi agli ex amici Li Bergolis. Oltre a ricostruire trame e alleanze, il processo a Perdonò ha svelato soprattutto la volontà dei vecchi sottoposti di Mario Luciano Romito di vendicare il proprio capo. Come? Uccidendo il basista della strage di San Marco, il 40enne Giovanni Caterino alias “Giuann Popò”. Tentativo fallito miseramente.

Sangue da pagare col sangue

I riassetti dei clan foggiani e garganici dietro l’agguato fallito a Caterino emergono dall’ordinanza cautelare che portò all’arresto di Perdonò. “Non sfugge come in questa indagine taluni indici dell’aggravante della mafiosità trovino pieno riscontro nelle risultanze dell’attività investigativa – l’analisi degli inquirenti -. Significativa innanzitutto è l’identità di Giovanni Caterino e quella di Massimo Perdonò: il primo è soggetto inserito nella fazione dei Li Bergolis; quanto al secondo la sua appartenenza alla ‘Società foggiana’ quale esponente del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, alleato della consorteria dei Romito contrapposta a quella dei Li Bergolis, è ampiamente documentato dagli atti dell’inchiesta Decima Azione”. E ancora: “Se dunque si considera l’annosa rivalità dei sodalizi criminali di appartenenza di Caterino e di Perdonò e la partecipazione del primo alla pianificazione dell’omicidio di Mario Luciano Romito è verosimile ravvisare le ragioni a fondamento dell’agguato ai danni di Caterino nella volontà di vendicare l’omicidio di Mario Luciano Romito, in modo tale da ridefinire gli assetti di potere nella criminalità mafiosa operante sull’area garganica”.

Secondo l’accusa, Perdonò e altri due presunti complici ancora ignoti si appostarono con una “Giulietta” rubata, sotto casa di Caterino per ammazzarlo. “Se dietro la strage di mafia c’è il clan Li Bergolis che voleva liberarsi, sia per vendetta sia per questioni d’affari criminali, dell’esponente di spicco del clan rivale, dietro il tentato omicidio di Caterino – riporta l’ordinanza – c’è il desiderio di vendetta e riaffermazione del proprio potere dei nemici che con l’aiuto del gruppo Moretti-Pellegrino-Lanza volevano vendicare la morte violenta di Mario Luciano Romito. L’agguato a Caterinò fallì perché la vittima designata vide i sicari incappucciati e armati e riuscì a scappare con l’auto, nonostante il tentativo dei killer di speronarlo con la propria macchina che rimase incidentata, tanto da costringerli a rapinare l’utilitaria di un passante per fuggire”.

L’intercettazione chiave dell’inchiesta a carico di Perdonò è il colloquio avvenuto la mattina del 24 febbraio 2018 – e quindi sei giorni dopo l’agguato fallito – tra lo stesso Perdonò e un suo amico estraneo a questa indagine, Francesco Abbruzzese detto “stoppino”, altro foggiano ritenuto legato ai Moretti. In quei giorni, Abbruzzese era ai domiciliari per un’altra vicenda e la microspia fu piazzata dalla squadra mobile nella sua abitazione nell’ambito di un’indagine sulla mafia del capoluogo. A dire dell’accusa, Perdonò, confidandosi con l’amico, di fatto confessò il proprio coinvolgimento nel tentativo di omicidio di Caterino e nella successiva rapina ai danni di un automobilista per poter fuggire dal luogo dell’agguato fallito.

“Come se ne è uscito quella mattina è andata la volante – disse Perdonò -, come ho visto tutto coso me ne sono andato. Ci siamo messi con la macchina ad aspettare, non ti dico Franco che è successo. L’ho visto io a quello poi, dopo quella là ha cambiato, la fortuna nostra è che quel ‘calamone’ è passato dritto, e lui è sceso a piedi, io l’ho visto, ho detto vedete che è lui. Ancora non è lui, oh, ho detto è lui, sentitemi che è lui, è lui, è lui, facevo io: devo andare io? No, non ancora si adesso passiamo avanti, quello ci ha visti, ci ha visto, quello all’ultimo momento piglia e va a prendere la macchina sua. Lo agganciamo davanti con la macchina, lo prendo di faccia, oppure se lascia spazio ci mengo una botta”.

Secondo il gip Cafagna, Perdonò riferì al suo interlocutore una scansione degli eventi perfettamente compatibile con le altre risultanze investigative. Va rimarcato che quando la squadra mobile intercettò la conversazione tra Perdonò e l’amico, non si sapeva nulla dell’agguato subito da Caterino sei giorni prima e mai denunciato alle forze dell’ordine. L’intuizione dei poliziotti, visto che nell’intercettazione si diceva anche “ho dovuto togliere una macchina a uno”, fu di controllare le rapine avvenute in quel periodo e si scoprì così che la mattina del 18 febbraio 2018, un manfredoniano era stato aggredito da tre persone armate e incappucciate, e rapinato della propria Fiat Panda. Quando poi il 16 ottobre 2018, Caterino fu arrestato per la strage di mafia e furono svelati gli atti d’indagine e le intercettazioni, si venne a sapere anche del tentato omicidio subìto dallo stesso manfredoniano il 18 febbraio precedente: a quel punto l’agguato fallito venne collegato alla conversazione intercettata che coinvolge Perdonò.

“Dovevano farmi buchi buchi

A conferma di tutto ciò, c’è anche un’intercettazione nella quale a parlare fu Caterino stesso. “A me mi dovevano fare buchi buchi, mi dovevano cancellare i connotati, però non ce l’hanno fatta”. E ancora: “Tutti quanti sanno che io non posso stare a Manfredonia, che io c’entro in qualche cosa, che a me mi devono uccidere. Il giorno che è morto Saverino mi sono detto ‘mo’ sono morto io’ perché loro tenevano due persone che dovevano uccidere, quelli tengono anche ad altri, però la priorità era a me e Saverio Faccia d’angelo”. Il riferimento è a Saverio Tucci, 44enne manfredoniano, ritenuto legato ai Li Bergolis, ucciso ad Amsterdam, in Olanda, il 10 ottobre 2017 dal compaesano Carlo Magno, reo confesso, poi diventato collaboratore di giustizia. Il pentito disse alla DDA di Bari che Tucci gli aveva confidato di essere uno dei componenti del commando responsabile della strage di San Marco.

Una “bomba atomica” con sete di vendetta

Giovanni Caterino, in un’intercettazione captata, affermò di sentirsi come una “bomba atomica”, preoccupato per un possibile arresto. “Ma tutto sta ad arrivare al 23 dicembre, allora mi devo scatenare… mi devo prendere una bottiglia di champagne e me la devo bere tutta” (probabilmente riferito al fatto che durante le feste natalizie c’è un rallentamento delle attività giudiziarie). Caterino, in una conversazione, rivelò di essere scampato all’agguato del 18 febbraio 2018 ed era convinto fosse stata opera degli alleati di Mario Luciano Romito che tramavano per eliminarlo. “Allora stanno in movimento questi bastardi… quello è facile facile togliere davanti a quel bastardo… va camminando da solo… ieri camminava lui da solo…”. Così parlava di Pietro La Torre alias “U’ Muntaner” oppure “U’ figl’ du poliziott'”, uno dei rivali da ammazzare. Dopo sarebbe passato al suo principale obiettivo ovvero Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, che Caterino ascriveva al gruppo degli “ex Romito” e che divenne bersaglio delle sue intenzioni di ritorsione. Ricucci trovò la morte l’11 novembre 2019 davanti casa sua a Macchia, trucidato da killer ignoti. Caterino, però, era già in cella per la strage di San Marco in Lamis e il 30 novembre scorso la Corte d’Assise di Foggia gli ha inflitto l’ergastolo. Anche La Torre è al gabbio, beccato dalla squadra mobile di Foggia lo scorso 14 aprile mentre si nascondeva con altri latitanti in una cava di Apricena. (In alto, in foto, da sinistra, i fratelli Franco, Armando e Matteo Li Bergolis; al centro, Franco Romito, Mario Romito e Pasquale Ricucci; in basso, Francesco Gentile, Giovanni Caterino e Massimo Perdonò; accanto, la strage di San Marco)

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