Il summit mafioso nel covo dei latitanti, ecco come si stavano “riorganizzando” i rivali dei montanari. Riflettori accessi sui nuovi vertici del clan Lombardi

La carcerazione di “A’ Carpnese” e il recente omicidio dello storico alleato Pasquale “Fic secc” Ricucci avrebbero lasciato un vuoto di potere all’interno del gruppo criminale. Una questione che sarebbe stata dibattuta nel nascondiglio di Apricena

Si indaga senza sosta per ricostruire le dinamiche mafiose del Gargano. L’arresto dei latitanti nella cava di Apricena, grazie ad una brillante operazione di squadra mobile, DDA condotta da Volpe e Procura di Foggia guidata da Vaccaro, ha confermato quanto riportato più volte dalla nostra testata: gli scenari sono notevolmente cambiati, oggi i clan principali che “governano” il promontorio sono due, i montanari Li Bergolis-Miucci e il gruppo Lombardi-Ricucci-La Torre, attivo soprattutto tra Manfredonia, Macchia e Mattinata. Entrambi con diramazioni e alleanze nel resto della provincia e anche oltre.

Nato dalle ceneri dell’organizzazione criminale di Mario Luciano Romito, ucciso nella strage di San Marco in Lamis, il clan Lombardi-Ricucci-La Torre sarebbe ora guidato da Matteo Lombardi, 50enne boss di Macchia alias “A’ Carpnese” (nomignolo manfredoniano), attualmente detenuto a Voghera con l’accusa di aver ammazzato “l’Apicanese” Giuseppe Silvestri appartenente al gruppo rivale. Nei prossimi giorni, la Corte d’Assise di Foggia riaprirà le porte al processo, giunto ormai alle battute finali.

La carcerazione del presunto capo e il recente omicidio dello storico alleato Pasquale “Fic secc” Ricucci avrebbero lasciato un vuoto di potere all’interno del clan. Di questo e molto altro avrebbero discusso nella cava i latitanti arrestati. Nel nascondiglio erano presenti i due grandi evasi dal carcere di Foggia, Francesco Scirpoli e Angelo Bonsanto, lo storico sodale di Lombardi e Ricucci, Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” che era latitante da oltre un anno, e il figlio di “A’ Carpnese”, Michele Lombardi, detto “U’ Cumparill”.

Beccati, inoltre, Antonio Renzulli detto “Tonin u’ sicilien” e Raffaele Russo detto Lele. Infine, il 55enne di San Marco in Lamis, Antonio Radatti, proprietario della dimora. I latitanti e Radatti sono finiti agli arresti, gli altri sono stati rilasciati ma la loro posizione resta al vaglio.

Covo dei latitanti; nei riquadri, a sinistra Volpe, Vaccaro e Grassi; a destra, Lombardi jr, Scirpoli e La Torre; sotto, Renzulli e Russo

Secondo gli inquirenti graviterebbero tutti nel gruppo Lombardi, con Scirpoli, La Torre e “U’ Cumparill” in posizione apicale, probabilmente in compagnia di personaggi orbitanti nelle aree di San Marco in Lamis – presunti “compagni di rapine”, come sempre sostenuto da l’Immediato – e San Nicandro Garganico. Non sarebbe un caso la presenza di un sammarchese in quella cava.

Intanto, il lavoro di chi indaga si starebbe concentrando soprattutto sul ruolo ricoperto dal 29enne Michele Lombardi all’interno dell’organizzazione. Il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi ci aveva visto giusto incasellando il giovane tra i membri di spicco della criminalità manfredoniana. Nella relazione antimafia relativa allo scioglimento dell’ente comunale sipontino, Lombardi veniva indicato come una sorta di ras nel mondo della marineria locale, affiancato da una serie di “soggetti controindicati”.

L’Immediato, in esclusiva assoluta, riportò mesi fa il contenuto di una perizia relativa all’inchiesta sulla strage di San Marco in Lamis.

Emblematico il racconto di tale “Cicciolin” che avrebbe assistito ad una vera e propria sfuriata di “U’ Cumparill” nei confronti di Ricucci: “Vanno dicendo che fa il boss lui, ma sotto a quello faceva la pecora”.

Ma nei brogliacci dei carabinieri, finiti all’interno dell’ordinanza cautelare sulla strage di San Marco in Lamis, quelle parole furono collegate erroneamente ad altra persona. È servita un’attenta perizia per fare luce sulla conversazione.





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