Mafia del Gargano, ergastolo al basista della strage di San Marco in Lamis. La sentenza della Corte d’Assise di Foggia

Si chiude con il massimo della pena il processo al manfredoniano Giovanni Caterino, ritenuto alleato ai montanari

La Corte d’Assise di Foggia ha deciso: ergastolo per Giovanni Caterino, ritenuto il basista della strage di mafia del 9 agosto 2017 nei pressi della vecchia stazione di San Marco in Lamis. Il processo di primo grado si è concluso oggi nel tribunale del capoluogo dauno con la sentenza emessa dalla Corte, presieduta dal giudice Antonio Civita. Accolta, dunque, la richiesta della pm della DDA, Luciana Silvestris formulata nella tarda mattinata di oggi. Pena massima per il 40enne manfredoniano, alias “Giuann Popò”, affiliato del clan dei Montanari “Li Bergolis-Miucci”, per conto del quale si sarebbe messo a disposizione allo scopo di uccidere Mario Luciano Romito, caduto in una trappola assieme a suo cognato Matteo De Palma. Quel giorno trovarono la morte anche i contadini sammarchesi, Aurelio e Luigi Luciani. A nulla sono valsi i tentativi della difesa di ribaltare l’esito, che per l’imputato pareva segnato fin dal principio. E a poco è servito l’apporto dei periti, uno di questi già presente nel maxi processo “Iscaro-Saburo” contro la mafia garganica, nominato da coloro i quali erano imputati per reati gravissimi (mafia e omicidi). All’epoca, i rilievi sulle intercettazioni furono rilevanti per determinare alcune assoluzioni. Ma per Caterino, nulla da fare.

Mattanza di mafia e vendette

Secondo gli inquirenti, il condannato, attualmente rinchiuso nel carcere di Bari (ha assistito all’udienza in videoconferenza), pedinò il maggiolone di De Palma e Romito da Manfredonia fino alla zona della mattanza di mafia, poi fece strada al commando armato che crivellò di proiettili le quattro vittime. Il basista guidava una Fiat Grande Punto, i killer lo seguivano a bordo di una Ford C-Max, trovata bruciata poco più tardi nei pressi della masseria dei Tarantino, famiglia malavitosa di San Nicandro Garganico, alleata ai Li Bergolis. Nelle settimane successive, Caterino fu individuato dagli inquirenti e intercettato. Dalle conversazioni emersero le preoccupazioni dell’uomo che si sentiva sempre più braccato dagli investigatori.

Ma allo stesso tempo, non dimenticava la sua vocazione per il crimine e preparava un piano omicidiario per eliminare un rivale – Pasquale Ricucci alias ‘Fic secc’ – così da vendicare l’agguato fallito nei suoi confronti, teso per vendicare la strage dell’agosto 2017. Il 18 febbraio 2018, infatti, Caterino scampò alla morte per un soffio, mentre stava per recarsi ad una partita di calcetto. Per quella vicenda fu arrestato, ed è ora sotto processo, il foggiano Massimo Perdonò della batteria mafiosa Moretti-Pellegrino-Lanza, alleata al gruppo di Ricucci. Lo stesso “Fic secc” fu a sua volta assassinato l’11 novembre 2019, nell’ambito della guerra di mafia tra clan garganici.

Lo scioglimento per mafia del Comune di Manfredonia

Il nome di Caterino appare inoltre nella relazione di scioglimento per mafia del Comune di Manfredonia per via dei suoi rapporti amicali con l’ex vicesindaco, Salvatore Zingariello. Di dominio pubblico l’intercettazione nella quale “Giuann Popò” rivelò di aver saputo di alcune indagini in Comune e per questo avrebbe subito avvertito il politico: “Mo glielo devo dire a Salvatore”. Mentre in un’altra circostanza avrebbe riferito ad alcuni suoi conoscenti che Zingariello si sarebbe “messo a disposizione” per risolvergli un problema non meglio precisato. Carte dello scioglimento e inchiesta sulla strage hanno disvelato il ruolo ancora attivo, ed egemone, del clan Li Bergolis-Miucci, in grado di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale anche attraverso professionisti compiacenti. Un potere evidenziato dall’operazione “Friends” che fece emergere i rapporti di Enzo Miucci detto “U’ Criatur”, reggente del clan, con alcuni gruppi della ‘ndrangheta per la gestione del traffico di droga.

Le ambizioni (sfumate) di “Popò”

Nelle conversazioni intercettate, Caterino “sognava” di affiancare Miucci nella guerra con i rivali “A me lo sai chi mi è stato un buon maestro, Renzo (Miucci Enzo scrivono in parentesi i carabinieri, ndr), è stato un buon professore. Quello mi raccontava tutto… si fa così… si fa così…”. Caterino era convinto che insieme a Saverio Tucci alias “Faccia d’Angelo” (ucciso ad Amsterdam il 10 ottobre 2017) e Miucci sarebbe andato allo scontro con il clan rivale Lombardi-Ricucci-La Torre. “Tutti e tre con la stessa testa, dov’è che devi andare… non ce n’è per nessuno te lo dico io… stavamo ancora tutti e tre, Pasquale (Ricucci) a quest’ora si faceva male e si faceva male forte, Pierino (Pietro La Torre), si facevano male, ce li mettevamo nella macchina tutti quanti, Matteo doveva dire ‘wagliò Pasquà mo’ ti devi mettere nella macchina’ allora può darsi che potevamo combattere”. Riferimenti piuttosto espliciti all’odio nei confronti di Matteo Lombardi detto “A’ Carpnese”, Pasquale Ricucci e Pietro “U’ Muntaner” La Torre; il primo condannato all’ergastolo per l’omicidio Silvestri, il secondo ucciso, il terzo arrestato ad aprile scorso dopo un periodo di latitanza. Mire e ambizioni di Caterino finite ben presto, prima con l’arresto dell’ottobre 2018, poi con l’ergastolo, stabilito oggi dal Tribunale di Foggia. (In alto, Romito, De Palma e i fratelli Luciani; nella foto grande, Giovanni Caterino)

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