Mafia Gargano, avanza lo spettro del super boss dei montanari. “Ora che esce ci sarà il bordello, si devono uccidere…”

Negli ambienti criminali spunta il nome del capo storico del clan di Monte Sant’Angelo. Oggi Armando Li Bergolis è detenuto in regime di 41 bis dopo la condanna nel processo Iscaro-Saburo. L’uomo è citato nelle conversazioni presenti all’interno dell’ordinanza sulla strage di San Marco in Lamis

Non si placa la guerra tra i clan storici del Gargano. Da un lato i Li Bergolis-Miucci di Monte Sant’Angelo, dall’altro i Lombardi-La Torre-Ricucci di Manfredonia-Mattinata. Tensione altissima dopo l’uccisione di Francesco Pio Gentile detto “Rampino”, il 51enne esponente di spicco dei Romito, trucidato il 21 marzo scorso. Una rivalità ormai decennale, riemersa in tutta la sua brutalità il 9 agosto 2017 nella strage di San Marco in Lamis. Nelle carte giudiziarie relative all’arresto di Giovanni Caterino, il 38enne di Manfredonia accusato di aver preso parte a quel fatto di sangue, spunta una conversazione nella quale si preannunciano scenari lugubri, molti dei quali si stanno già verificando alla luce della sequenza di morti ammazzati sul Gargano, ultimo in ordine di tempo il boss di Vieste, Girolamo Perna.

A.D.M. (riportiamo le iniziali in quanto è persona non coinvolta nel caso di cronaca) riferì a Giovanni Caterino quanto appreso riguardo all’ambiente delinquenziale locale. In particolare, in relazione al fatto che, con l’eventuale uscita dal carcere dei fratelli Li Bergolis, Armando e Franco, a Manfredonia si sarebbe ricominciato ad uccidere. “Ora che esce Armando… ora che esce Francesco… il bordello… si devono uccidere…”.

Sarà Armando Li Bergolis, 44 anni (foto in alto nel riquadro), il primo del “clan dei montanari” a ritrovare la libertà. Ma solo tra alcuni anni. Attualmente è detenuto in regime di 41 bis, dopo che la Cassazione gli ha respinto il ricorso contro il carcere duro ad inizio dello scorso anno. Il 44enne sta scontando una pena di 27 anni in quanto fu condannato nel maxi processo contro la mafia garganica, “Iscaro-Saburo”.

A.D.M. aveva saputo che “quelli” (i Romito secondo il giudice Galesi, ndr) al momento temono Enzo Miucci, giovane boss ritenuto dagli inquirenti l’attuale reggente del clan mafioso di Monte Sant’Angelo. Miucci, di recente condannato ma al momento libero con la “sorveglianza speciale”, sarebbe a capo dell’organizzazione criminale proprio alla luce della lunga detenzione dei leader storici (oltre ad Armando e Franco, è in cella anche Matteo, ndr).

Nell’ordinanza sull’arresto di Caterino, che DDA e carabinieri ritengono abbia preso parte all’agguato di San Marco nel quale morirono quattro persone tra le quali il boss, Mario Luciano Romito, sono riportati alcuni passaggi molto rilevanti ai fini investigativi e che si collegano ai più recenti fatti di cronaca.

Caterino, scampato ad un agguato nel febbraio 2018 che, secondo chi indaga, sarebbe scaturito allo scopo di vendicare la morte di Romito, conversando con alcuni alleati, accusò duramente i rivali. L’uomo, ritenuto vicino ai Li Bergolis-Miucci, tirò in ballo il montanaro Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, uno dei capi del nuovo gruppo Lombardi-La Torre-Ricucci. L’idea era di piazzare una bomba sotto l’auto del nemico. “Mettere un po’ sotto la macchina quei fatti… si può calare sotto qualche cosa…” E il suo interlocutore: “Per schiacciare il bottone devi venire solo poi”.

“Ma Ricucci – scrisse il giudice nell’ordinanza – era molto accorto nel controllare l’auto per verificare eventuali installazioni di microspie o GPS”. Nonostante tutto, Caterino era molto fiducioso: “Se ci mettiamo, lo facciamo”.

Oltre a Ricucci, Caterino si interessava anche di Francesco Pio Gentile, detto “Passaguai” o “Rampino”, esponente di spicco dei Romito, ucciso lo scorso 21 marzo sotto casa sua a Mattinata. “Sempre con l’intento di svolgere un’azione di fuoco nei confronti dei rivali”, si legge nelle carte dell’inchiesta. Di “Passaguai”, Caterino voleva conoscere tutte le autovetture a lui in uso. A Gentile venne attribuito l’utilizzo di una Maserati e, in precedenza, di una BMW X3 “piena di microspie”.

I propositi di vendetta del 38enne manfredoniano furono stroncati dal blitz di DDA e carabinieri. Indagini sono ancora in corso per fare piena luce sulla strage di San Marco in Lamis e su tutto quello che ha scatenato nei mesi successivi.

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