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Home - “Chi è proprio di Foggia sa che deve pagare”. Dal Rolex del boss alle vittime del racket, ecco le due sentenze di “Decimabis”

“Chi è proprio di Foggia sa che deve pagare”. Dal Rolex del boss alle vittime del racket, ecco le due sentenze di “Decimabis”

I giudici hanno evidenziato anche il "danno all'immagine del Comune dauno". Quasi 600 pagine complessive per raccontare una città "infestata" dal sodalizio mafioso

Di Francesco Pesante
30 Gennaio 2024
in Inchieste
Pasquale Moretti; sotto, il figlio Rocco, Alessandro Morena e Patrizio Villani

Pasquale Moretti; sotto, il figlio Rocco, Alessandro Morena e Patrizio Villani

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“Gli illeciti accertati a carico degli imputati accusati di essere stati ai vertici o nell’organigramma della ‘Società’, un’associazione mafiosa storicamente radicata nel territorio foggiano (e quindi fonte di intimidazione, assoggettamento ed omertà nella comunità foggiana) importano automaticamente la provocazione di un danno all’immagine, allo sviluppo turistico e alle attività produttive del Comune dauno“. Lo riporta la sentenza di 62 pagine del processo di primo grado “Decimabis”, svoltosi a Foggia con rito ordinario. “Tale affermazione – si legge ancora – corrisponde ad un principio di diritto stabilito per gli enti comunali e può estendersi anche all’ente provinciale e alla Regione di appartenenza del Comune ‘infestato’ da siffatto sodalizio, visto l’impatto mediatico nazionale delle news sulla ‘Quarta Mafia’ (di cui la ‘Società foggiana’ è indiscussa ‘capofila’) certamente nocivo per l’immagine e l’economia di tutto li territorio di cui i predetti enti sono rappresentanti istituzionali”.

Tra la malefatte elencate in sentenza si annovera l’estorsione ai danni del dipendente di una ferramenta costretto a versare alla malavita 1.500 euro (“me li devi dare tutti quanti”), interessi usurari pari almeno al 10% mensile, con raddoppio della rata mensile di euro 200 in caso di mora (con possibilità di quantificare gli interessi per il mese di ottobre 2013 almeno nella misura del 100%); con corresponsione della somma finale complessiva di euro 15.000″.

Per questa e molte altre vicende, il Tribunale di Foggia ha condannato dodici persone ad oltre un secolo di galera tra cui l’anziano boss Vincenzo Antonio Pellegrino detto “Capantica”, condannato a 15 anni di reclusione.

Bersaglio dei clan, come detto, anche un lavoratore di una ferramenta. Così Alessandro Morena, fedelissimo del boss Pasquale Moretti: “Ma a te la testa nessuno te l’ha spaccata, ma veramente! Tu domani se non mi dai tutti i soldi ti rompo la testa. Non far passare domani sera se no ti rompo le corna, te le sfascio”.

Nel mirino anche due macellai costretti a versare mensilmente indebite somme di denaro provenienti dall’attività di usura: “Ora mercoledì se non me li da, lo picchio”, diceva Morena a Moretti. “Che lui ha detto: no, mercoledì ti do tutto quanto. Ora mercoledì se non me li dà, lo prendo e lo picchio!… in faccia gli butto bottiglie e tutto quanto!… Lo prendo e lo ‘palieo’ (lo picchio, ndr). L’ho detto, compà ora stai scherzando troppo col fuoco! Io non voglio fare il cattivo!”. Colpito dalla mafia anche un negozio di articoli per bambini costretto a versare una tangente periodica di 1000 o 500 euro al mese.

Rilevanti ai fini dell’inchiesta le dichiarazioni dei pentiti foggiani Carlo Verderosa detto “Sciallett”, Alfonso Capotosto e Giuseppe Folliero e dei garganici Patrizio Villani e Danilo Della Malva. Per i giudici “nessuna ‘ombra’ è stata prospettata sulla credibilità dei grandi accusatori“.

Il rolex del boss

Ben più profonda, dettagliata ed importante, la sentenza di 502 pagine emessa al termine del rito abbreviato di “Decimabis” dove vennero processate quasi trenta persone tra cui proprio il super boss Pasquale Moretti e suo figlio 27enne Rocco, omonimo del nonno, il “Mammasantissima” Rocco Moretti detto “Il porco”. Circa due secoli di carcere inflitti, 16 anni a Pasquale e 10 al figlio.

In questo processo è stato molto importante il ruolo di un imprenditore edile che ebbe il coraggio di denunciare favorendo la scoperta di una rete di estorsioni che colpiva anche altri costruttori molto noti di Foggia.

Curiosità, tra i beni confiscati a Pasquale Moretti ci fu anche un orologio marca Rolex modello submariner, un pezzo che può costare oltre 20mila euro. Vicenda evidenziata chiaramente in sentenza quando si parlava della sperequazione tra tenore di vita e redditi inesistenti del boss: “La difesa del Moretti nulla ha inteso eccepire in merito – si legge -; non è dato rilevare l’esistenza di elementi idonei a giustificare la lecita provenienza del denaro e dell’orologio Rolex sottoposto a sequestro, tenuto conto della irrisorietà dei redditi prodotti e dell’attività economica svolta dal Moretti”.

Nel documento vennero citate alcune imprese colpite dal racket, come quelle dei settori onoranze funebri e movimento terra. Molti affari sotto Natale come emerso da una conversazione tra Francesco Tizzano, Alessandro “Schiattamurt” Aprile e il neo pentito Ciro Francavilla “il capellone”, il primo legato ai Moretti-Pellegrino-Lanza, gli altri due ai Sinesi-Francavilla. 

I tre “facevano apertamente riferimento – si legge – alla fase esecutiva delle attività estorsive e concordavano, in vista dell’approssimarsi delle festività natalizie, di effettuare il giro per la riscossione delle tangenti presso le attività economiche assoggettate. Francavilla: “Dobbiamo ripulire (riscuotere tutti i soldi delle estorsioni, ndr)”. Aprile: “Oggi o massimo lunedì”. Tizzano: “Dobbiamo ripulire, Ciro io sono come te, che li abbiamo chiusi questi tre mesi”. Durante tale conversazione, Tizzano spiegò a Francavilla di aver inviato tale Tonino da un’azienda di movimento terra ove il sodale aveva riscosso 10mila euro. “Ho fatto ‘Tonino vai da quello che da 10mila euro, prendili e portali a me’ e me li ha già portati’“.

“Chi è proprio di Foggia sa che deve pagare”

Eloquente il passaggio della sentenza sulle parole del pentito Villani: “Il radicamento del sistema mafioso fa sì che non sia più necessario da parte degli associati fare continuo ricorso esplicito a minacce e violenze, essendo per gli stessi sufficiente, in quel particolare contesto ambientale, poter contare esclusivamente sulla carica intimidatoria insita nella fama criminale, promanante dal vincolo associativo, perfettamente nota alla generalità dei consociati. In ciò, il neo collaboratore Patrizio Villani è stato molto chiaro: ‘Ci stanno posti dove non devi fare niente, devi solo chiedere e ci sta l’attività che te li dà; e ci stanno posti dove non vogliono pagare e devi fare le lettere, i proiettili, oppure quando chiudono, vai con un motore vestito e ti fai vedere con la pistola in mano e gliela batti vicino al vetro (…) Ci stanno posti, ad esempio, nel 2009 stavo in carcere a Foggia, hanno arrestato un ragazzo; quello dice che andava in un negozio di scarpe e faceva: ‘Voi lo sapete chi mi manda’, e quelli gli davano i soldi così, tanto per darli. Cioè così, per senza niente, un mese, due mesi, poi quello si è saputo e quello l’ha fatto arrestare. Cioè ci stanno posti che te li danno tranquillamente. Perché dice. Ma perché chi c’ha l’attività… Cioè, chi apre l’attività a Foggia, chi è proprio di Foggia, che è nato in quella città, sa che deve pagare. Allora dice: ‘Li devo dare allo Stato? Li do a loro’. Chi invece no, quello devi lavorare un po’, li devi andare a minacciare, li devi rendere la vita impossibile, glielo devi far capire, telefonate (…) quelle bombe vengono messe a chi è che non vuole pagare”.

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Tags: Foggiamafia
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