Le organizzazioni mafiose della provincia di Foggia non agivano come compartimenti stagni, ma collaboravano tra loro anche per commettere omicidi. È uno dei passaggi più significativi della deposizione resa dal collaboratore di giustizia Francesco Notarangelo, detto “Natale”, di Mattinata, davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Foggia nel processo sulla mafia garganica.
Sollecitato dalle domande del pubblico ministero Ettore Cardinali, il pentito ha concentrato gran parte del proprio racconto sulla figura del compaesano Francesco Scirpoli, 43 anni detto “il lungo”, indicato come uno degli uomini del suo gruppo criminale e descritto come un soggetto pienamente inserito nei rapporti operativi con il clan Moretti, storico sodalizio della Società foggiana.
“Scirpoli faceva gli omicidi con il gruppo Moretti”
L’esame prende avvio proprio dai rapporti tra Scirpoli e il gruppo Moretti.
Quando il pm chiede come possa affermare che Scirpoli fosse legato al clan foggiano, Notarangelo risponde che lo sapeva perché “andava a fare parecchi servizi insieme a quel gruppo”.
Alla richiesta di chiarire cosa intendesse con il termine “servizi”, il collaboratore non lascia spazio a interpretazioni.
“Come omicidi”, afferma.
Secondo il suo racconto, non si trattava di episodi occasionali ma di una vera collaborazione tra organizzazioni criminali diverse.
“Era uno scambio di favore tra i clan”
Il pubblico ministero insiste per comprendere il meccanismo di questi rapporti.
Notarangelo descrive un sistema basato sulla reciproca assistenza nell’esecuzione dei delitti.
“Tu vieni da me e io vengo da te a fare gli omicidi”, spiega, sintetizzando quello che definisce uno “scambio di favore” tra gruppi mafiosi.
Alla domanda se i sodalizi si aiutassero reciprocamente nell’eliminazione dei nemici, il collaboratore risponde semplicemente: “Sì”.
“Gli omicidi servivano a difendere gli affari”
Secondo il pentito, i delitti avevano una precisa funzione strategica.
Parla innanzitutto di “sterminio degli avversari”, ma soprattutto dell’eliminazione di “persone scomode” che rischiavano di compromettere gli interessi economici delle organizzazioni.
Interrogato dal pm sul significato degli “introiti” a cui aveva fatto riferimento, Notarangelo spiega che riguardavano l’intero sistema criminale.
“Di tutto”, risponde.
Poi precisa che si trattava di traffico di droga, rapine e di tutte le altre attività illecite attraverso cui i clan producevano denaro.
In questo quadro, secondo il collaboratore, gli omicidi rappresentavano uno strumento per consolidare il controllo del territorio e garantire la continuità degli affari.
“Scirpoli faceva tutti i ruoli: rapine e omicidi”
La parte più significativa dell’esame riguarda proprio il ruolo attribuito a Francesco Scirpoli.
Alla domanda del pm su quale fosse la sua funzione all’interno dell’organizzazione, Notarangelo risponde con una frase netta.
“Faceva tutti i ruoli: rapine, omicidi”.
Per spiegare da dove derivasse questa convinzione, il collaboratore distingue tra fatti vissuti personalmente e informazioni ricevute da altri.
Racconta infatti di aver partecipato insieme a Scirpoli a una rapina compiuta a Sannicandro, episodio che afferma di conoscere direttamente.
Per quanto riguarda invece gli omicidi, sostiene che a parlargliene fosse stato Antonio Quitadamo detto “Baffino”, con il quale dice di trascorrere praticamente ogni giorno.
“Stavamo sempre insieme, tutti i giorni”, racconta.
“Con Scirpoli non parlavamo mai dei delitti”
Un passaggio curioso dell’interrogatorio riguarda proprio il rapporto personale tra Notarangelo e Scirpoli.
Il collaboratore conferma di conoscerlo bene, spiegando che erano dello stesso paese e che si frequentavano.
Quando però il pm gli chiede se tra loro si parlasse di omicidi o di altri crimini, la risposta è negativa.
“No, con lui non parlavamo di queste cose.”
Un’affermazione che induce il pubblico ministero a evidenziare l’apparente contraddizione.
“Però facevate la rapina insieme”, osserva Cardinali.
Notarangelo ribadisce allora che le informazioni sugli omicidi non provenivano da Scirpoli, ma da Antonio Quitadamo, indicato come la persona dalla quale avrebbe appreso numerosi particolari sulle attività del gruppo.
Le vittime della guerra di mafia
Nel prosieguo della deposizione il collaboratore ricorda anche alcuni appartenenti al proprio gruppo criminale rimasti uccisi nel corso della guerra di mafia garganica.
Tra questi cita Pasquale Ricucci, detto “Fic Secc”, Mario Luciano Romito e Francesco Pio Gentile, detto “Passaguai”.
Alla domanda del pubblico ministero sulle ragioni della loro morte, Notarangelo risponde che furono tutti uccisi nell’ambito dello scontro tra gruppi rivali che ha insanguinato il Gargano per anni.











