Ecco come la mafia foggiana truffava l’Unione Europea. I ruoli dell’organizzazione: capi, soldati e professionisti della cosca Delli Carri

Gli interessi internazionali della Società Foggiana scoperchiati nel blitz “Grande Carro”. I ruoli dell’associazione mafiosa ricostruiti nelle oltre mille pagine dell’ordinanza del gip

“Grande Carro” è una delle operazioni più imponenti messe a segno negli ultimi dieci anni contro la mafia foggiana. Il blitz di DDA e carabinieri del Ros ha portato a ben 48 arresti (41 in carcere, 7 ai domiciliari), scoperchiando gli interessi della batteria Delli Carri (costola del clan Sinesi-Francavilla). “Grande Carro” ha evidenziato la capacità della malavita locale di infiltrarsi nel mondo dei fondi europei grazie a professionisti compiacenti, fondamentali per quel “salto di qualità” tanto auspicato dai boss. L’Unione Europea avrebbe subito una truffa vicina ai 13 milioni di euro.

Nella lunga lista dei soggetti coinvolti nel blitz spicca un gruppo di persone che per gli inquirenti avrebbe formato un’associazione per delinquere armata di tipo mafioso. Questi i nomi: Cristoforo Aghilar, Fabio Alberici, Antonio Andreano, Vincenzo Buonavita detto “Enzo o Enzuccio”, Luciano Cupo detto “Cuppitill”, Aldo Delli Carri detto “Gianni”, Antonello Delli Carri, Donato Delli Carri, Francesco Delli Carri detto “Franco”, “Francuccio”, “Malagigio” e “u’ malat”, Leo Delli Carri detto “Moreno”, Michele Pio Gianquitto, Antonio Ippedico, Adriano Leone, Giovanni Marrano, Cono Morena, Giuseppe Antonio Pagliarulo detto “sceriffo”, Michele Pelosi, Francesco Russo, Luigi Speranza detto “Gino o Gigino” e Pasquale Spinetti.

Tutti – si legge nell’ordinanza di 1178 pagine del gip De Benedictis – avrebbero partecipato ad un’associazione per delinquere armata di tipo mafioso, formata da più di dieci persone, costituente articolazione della batteria Sinesi-Francavilla, “la cui esistenza – riportano gli inquirenti – è stata già affermata da numerose sentenze passate in giudicato”.

L’organizzazione criminale avrebbe commesso delitti in materia di armi, esplosivi e munizioni, contro il patrimonio, la vita e l’incolumità individuale, in particolare estorsioni, usure, sequestro di persona, incendi, danneggiamenti, truffe ai danni dell’Unione Europea, reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche, corruzione e coercizione elettorale, intestazione fittizia di beni.

Il gruppo di Delli Carri e soci avrebbe acquisito direttamente e indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche nei settori edilizio, movimento terra, ristorazione, giochi e scommesse. Avrebbe inoltre acquisito appalti pubblici e privati e procurato voti in occasione di competizioni elettorali, convogliando in tal modo le preferenze su candidati vicini ai boss in cambio di progettate utilità.

In alto, Donato Delli Carri; sotto, Cupo e Aghilar

I ruoli: promotori, dirigenti e organizzatori

Francesco Delli Carri, elemento storico della “Società foggiana” (condannato nel processo “Day Before”), sarebbe promotore, dirigente ed organizzatore dell’associazione, sovraintendendo alla totale gestione del sodalizio con compiti decisionali ai fini della commissione di una serie indeterminata di delitt, nonché all’acquisizione in modo diretto o indiretto della gestione o comunque del controllo delle attività economiche.

Donato Delli Carri, già condannato nel processo “Panunzio” per associazione di tipo mafioso e per l’omicidio dell’imprenditore edile Giovanni Panunzio, commesso per agevolare la “Società Foggiana”, avrebbe avuto il ruolo di dirigente ed organizzatore dell’associazione, affiancando il fratello Francesco nei compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle strategie. L’uomo avrebbe impartito disposizioni, comminando sanzioni agli altri associati a lui subordinati, sovrintendendo e direttamente partecipando alle attività delittuose del sodalizio, in quanto responsabile dell’infiltrazione nel tessuto economico, con il reinvestimento di capitali illeciti, nel settore della ristorazione e dei giochi e delle scommesse nella città di Rimini.

Aldo Delli Carri, una sorta di imprenditore di riferimento dell’organizzazione in virtù delle proprie competenze, si sarebbe occupato dell’investimento di capitali illeciti nel settore immobiliare, favorendo l’infiltrazione del sodalizio in tale settore, avvalendosi del potere d’intimidazione insito nel vincolo associativo e beneficiando dei vantaggi riconosciuti agli esponenti mafiosi competenti per territorio. E, in qualità di imprenditore agricolo, in concorso con Antonio Andreano e Ippedico, nonché con il funzionario della Regione Puglia, Giovanni Bozza incaricato dell’istruttoria delle domande di aiuto, con artifici e raggiri consistiti nel simulare la sussistenza dei presupposti necessari per fruire degli aiuti economici comunitari, avrebbe indotto in errore l’organo erogatore AGEA, procurando un ingiusto profitto patrimoniale per sé e per l’organizzazione mafiosa d’appartenenza (con rientro in Italia dei capitali precedentemente inviati in Romania per il fittizio acquisto di macchinari agricoli nel contesto del meccanismo delle frodi comunitarie). Inoltre, si sarebbe occupato del sostegno elettorale a candidati, in occasione delle elezioni del maggio 2014 per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Foggia e nel giugno 2015 per l’elezione del Consiglio della Regione Puglia, nella prospettiva (non attuata) di ottenere agevolazioni nell’erogazione dei finanziamenti comunitari in materia agroalimentare da parte della Regione Puglia.

C’è poi Antonio Ippedico, presunto “organizzatore” dell’associazione. L’uomo avrebbe messo a disposizione le proprie competenze nel settore agroalimentare. Poi, con i sodali Antonio Andreano e Aldo Delli Carri e in concorso con un funzionario della Regione Puglia incaricato dell’istruttoria delle domande di aiuto, con artifici e raggiri consistiti nel simulare la sussistenza dei presupposti necessari per fruire degli aiuti economici comunitari, avrebbe indotto in errore l’organo erogatore AGEA, procurando un ingiusto profitto per sé e per l’organizzazione mafiosa d’appartenenza.

Ruolo di rilievo anche quello di Michele Pelosi – si legge sempre nell’ordinanza -, elemento di “spicco” quale luogotenente di Francesco Delli Carri. Pelosi è ritenuto colui che impartiva direttive ai componenti del gruppo a Orta Nova; nello specifico avrebbe avuto compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere e degli obiettivi da perseguire, sovrintendendo e direttamente partecipando alle attività delittuose del sodalizio, finalizzate alla commissione di una serie indeterminata di delitti, tra i quali estorsioni, danneggiamenti, delitti contro la persona, detenzione e porto illegale di armi, intestazione fittizia di attività commerciali, nonché all’acquisizione in modo diretto o indiretto della gestione o comunque del controllo di attività economiche. Tra l’altro, in quanto referente della cosca per il territorio dell’alta Irpinia, avrebbe riscosso i proventi delle estorsioni praticate nella zona, che andavano anche a beneficio dei sodali detenuti.

Antonio Andreano, invece, avrebbe fornito supporto ai sodali nella consumazione di reati ovvero nell’intento di eludere le investigazioni, in modo da garantire la protezione del sodalizio, nonché occupandosi del sostegno elettorale a candidati in occasione delle elezioni del maggio 2014, per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Foggia, e nel giugno 2015 per l’elezione del Consiglio della Regione Puglia, nella prospettiva (non realizzata) di ottenere agevolazioni nell’erogazione dei finanziamenti comunitari in materia agroalimentare, veicolati tramite la Regione Puglia. Nella sua qualità di imprenditore agricolo e reale dominus delle aziende agricole intestate ai figli, Luca e Incoronata, come istigatore, organizzatore e beneficiario dell’attività delittuosa, insieme ad Aldo Delli Carri e Ippedico, e in concorso con un pubblico ufficiale della Regione Puglia incaricato dell’istruttoria delle domande di aiuto, con artifici e raggiri consistiti nel simulare la sussistenza dei presupposti necessari per fruire degli aiuti economici comunitari, anche Andreano avrebbe indotto in errore l’organo erogatore AGEA, procurando un ingiusto profitto patrimoniale per sé e per l’organizzazione mafiosa d’appartenenza e creando anche a tal fine una rete di società a lui riconducibili, per far rientrare in Italia i capitali precedentemente investiti in Romania per il fittizio acquisto di macchinari agricoli.

Infine, Giuseppe Pagliarulo che avrebbe rappresentato il principale referente nel contesto delle plurime attività di tipo estorsivo, abbinate talvolta a forme di illecita concorrenza con minaccia, commesse ai danni di società attive nel comparto della produzione di energia eolica, nell’area territoriale compresa tra il basso Tavoliere e l’alta Irpinia.

Partecipi all’organizzazione

L’ordinanza dedica un capitolo anche a coloro che sono ritenuti “partecipi” all’organizzazione con ruoli di rilievo. Tra questi Antonello Delli Carri che avrebbe coadiuvato il fratello Francesco nelle attività estorsive del gruppo finalizzate ad agevolare l’operatività del sodalizio, atteso che le quote di denaro richieste, ed in parte ottenute, erano finalizzate all’assistenza degli associati in stato di detenzione.

Leo Delli Carri, invece, si sarebbe prodigato intestandosi fittiziamente imprese e società avviate a Rimini, riconducibili in realtà al padre Donato; e avrebbe gestito il controllo delle locali attività economiche, in tal modo implementando la forza imprenditoriale del sodalizio mafioso di appartenenza.

C’è poi Francesco Russo, già condannato con sentenza irrevocabile del 2007 (come “partecipe” della batteria “Sinesi-Francavilla” in qualità di componente del gruppo di fuoco). L’uomo avrebbe beneficiato – da detenuto a seguito della condanna irrevocabile nel processo “Araba Fenice” – dell’assistenza economica da parte del sodalizio. Espiata la pena, si rese latitante a fronte della condanna irrevocabile alla pena dell’ergastolo, in relazione all’omicidio di Francesco De Luca e al tentativo di omicidio di Luigi Perdonò, commessi nell’interesse della batteria Sinesi-Francavilla. Durante la latitanza si sarebbe avvalso dell’assistenza del sodalizio, che lo collocò in Romania (dove l’uomo prestò la propria attività per conto dell’organizzazione d’appartenenza anche in virtù degli interessi del sodale Antonio Andreano titolare di diverse società) e, subito dopo l’arresto, si sarebbe prodigato per l’assistenza legale e per la successiva estradizione in Italia, con richiesta da parte del medesimo Russo, nel periodo di detenzione e attraverso i colloqui carcerari con i familiari, di assistenza legale ed economica all’organizzazione mafiosa di appartenenza.

Luciano Cupo – stando all’ordinanza cautelare – sovrintendeva e direttamente partecipava alle attività estorsive del sodalizio, con destinazione delle quote di denaro richieste anche all’assistenza degli associati in stato di detenzione e con funzione di raccordo con la batteria Sinesi-Francavilla.

Pasquale Spinetti avrebbe invece avuto il compito di assicurare le comunicazioni tra gli associati, intervenendo alle riunioni tra gli stessi ed eseguendo le direttive dei vertici dell’associazione. Avrebbe fornito supporto ai sodali nella consumazione di reati ovvero nell’eludere le investigazioni; e si sarebbe messo a completa disposizione degli interessi del sodalizio cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso della cosca, curando nello specifico settore delle estorsioni il canale comunicativo con le persone offese.

Giovanni Marrano, con il ruolo di partecipe, avrebbe favorito l’operatività del sodalizio mediante condotte strumentali all’impiego dei proventi illeciti del gruppo mafioso e volte a sottrarre attraverso l’intestazione fittizia i beni e le attività illecitamente accumulate alle previste misure ablatorie, implementando in tal modo la forza del sodalizio e determinando un accrescimento della posizione dello stesso sul territorio attraverso il controllo di un’attività economica.

Tra i “partecipi” anche Cono Morena, il quale avrebbe posto in essere condotte atte a favorire l’operatività del sodalizio, mediante l’assunzione fittizia del capo cosca Donato Delli Carri e l’intestazione di società estere, in funzione di un’articolata attività di truffa ai danni dell’Unione Europea, per l’indebita percezione di ingenti provvidenze comunitarie nello specifico settore agro-alimentare (con riferimento alla fase del rientro in Italia dei capitali precedentemente investiti in Romania per il fittizio acquisto di macchinari agricoli), implementando in tal modo consapevolmente la forza del sodalizio e determinando un accrescimento della posizione dello stesso sul territorio.

Fabio Alberici avrebbe posto in essere condotte atte a favorire l’operatività dell’associazione, in quanto finalizzate a sottrarre i beni e le attività illecitamente accumulate alle previste misure ablatorie, implementando così la forza dell’associazione e determinando un accrescimento della posizione dello stesso sul territorio attraverso il controllo di diverse attività economiche tra le quali, dal 12 marzo 2015 (data di nomina ad amministratore di tale ditta) la società rumena “Ald Global Trans Service S.r.l.” ubicata a Timisoara, strumentale al rientro in Italia dei capitali precedentemente investiti in Romania per il fittizio acquisto di macchinari agricoli per l’erogazione di finanziamenti comunitari in materia agroalimentare.

Il trio composto da Adriano Leone, Cristoforo Aghilar (ben noto per il femminicidio dell’ex suocera e per l’evasione dal carcere di Foggia, ndr) e Vincenzo Buonavita, in qualità di partecipi con funzioni operative, si sarebbe reso responsabile di detenzione e porto illegale di armi, di plurimi atti intimidatori di matrice estorsiva, al fine di agevolare l’operatività del sodalizio in termini di esteriorizzazione della capacità di intimidazione e di controllo del territorio.

Luigi Speranza, nel ruolo di collegamento con la batteria “Sinesi-Francavilla”, avrebbe eseguito le direttive degli organi apicali con specifico riferimento al controllo del territorio mediante l’uso delle armi ed al settore delle estorsioni.

Infine, Michele Pio Gianquitto. L’uomo, professione avvocato, avrebbe agevolato l’operatività del sodalizio, attraverso consulenze che esulavano dall’attività difensiva, proiettate a favorire le attività illecite e in particolare le operazioni delittuose. Tra queste, l’attribuzione dell’apparente titolarità e disponibilità in capo ad altri soggetti della società “Oblo’ S.r.l.” e delle attività commerciali ad essa collegate, di fatto riconducibili e nella piena disponibilità di Donato, Francesco e Aldo Delli Carri e di Michele Pelosi; la costituzione della società “DCM S.r.l.” a nome di Leo Delli Carri, di fatto riconducibile e gestita da Donato Delli Carri. E ancora, la costituzione dell’impresa individuale intestata fittiziamente a Leo Delli Carri con luogo di esercizio a Rimini, attiva sia nel “commercio al dettaglio di articoli da regalo e per fumatori” sia nelle “elaborazioni elettroniche di dati”, funzionale all’avvio dell’attività commerciale sala giochi e scommesse Planet Win 365, di Rimini, riconducibile a Donato Delli Carri. Infine, l’intestazione fittizia dell’abitazione sita a Rimini, a Leo Delli Carri di fatto nella esclusiva disponibilità del padre Donato. 

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