Mafia Gargano, la volontà omicidiaria del clan Li Bergolis col sostegno di gruppi locali. “L’Alleanza Bianca” della cocaina dietro la strage di San Marco

Narcotraffico e sete di vendetta al centro del processo a “Giuann Popò”, al momento unico imputato per la mattanza del 9 agosto 2017. Il puzzle si sta componendo

Lentamente i frammenti del puzzle della strage di San Marco in Lamis cominciano a comporsi. Ieri l’ennesimo atto del processo a Giovanni Caterino, 39enne di Manfredonia detto “Giuann Popò”, ritenuto da DDA e forze dell’ordine appartenente al gruppo criminale Li Bergolis-Miucci, conosciuto anche come il clan dei montanari, chiamati “Maschi della Montagna” da alcuni alleati della Società Foggiana.

Il pentito Carlo Magno, in videoconferenza da una località protetta, ha confermato quanto già riferito al pm Giuseppe Gatti in fase di interrogatorio. Magno era in auto con Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo” quando quest’ultimo gli confidò di aver fatto parte del gruppo che il 9 agosto 2017 uccise Mario Luciano Romito, Matteo De Palma e i contadini Aurelio e Luigi Luciani. 

Tucci, storico appartenente dei Li Bergolis-Miucci, come emerso già nel corso del maxi processo alla mafia garganica, “Iscaro-Saburo”, voleva riorganizzare il commercio degli stupefacenti su tutto il Gargano per espandere il proprio traffico di droga tra Colombia, Olanda, provincia di Foggia e Bat. Era intenzionato a farlo sotto l’egida del suo clan e servendosi degli alleati Giuseppe Bergantino e Cosimo Damiano Vairo, entrambi di Manfredonia e del barlettano Ruggiero Di Salvo, tutti soggetti finiti in carcere l’estate scorsa per traffico internazionale di stupefacenti.

In alto, Caterino e Vairo; sotto, un momento del processo; a destra, Magno in videoconferenza e Tucci; sotto, ancora Caterino in collegamento dal carcere di Bari

Come si sa, Tucci è stato ucciso da Magno per un affare di cocaina finito male. Ma prima dell’omicidio, datato 10 ottobre 2017 ad Amsterdam, i due facevano fronte comune allo scopo di smerciare droga a Manfredonia e Barletta. In uno dei loro incontri, avvenuto all’interno di un’auto di Tucci nel centro sipontino, “Faccia d’angelo” confidò di aver preso parte alla strage del 9 agosto, raccontando anche di un incontro che sarebbe avvenuto a casa di Mario Luciano Romito un paio di giorni prima della mattanza. “Persone di San Marco andarono via dall’abitazione del boss non tanto contente”, l’oscuro dettaglio fornito da Magno al pm Gatti e confermato in Corte d’Assise ma comunque rimasto indecifrabile.

Dunque, Mario Luciano Romito, già scampato ad alcuni agguati, doveva pagare per quelle confidenze ai carabinieri costate il carcere ai fratelli Li Bergolis; su di lui pendeva una vera e propria condanna a morte, poi eseguita dai killer dei montanari, ma agevolata da alcune figure emblematiche di San Marco in Lamis, le quali avrebbero aderito all’Alleanza Bianca della coca. Una decisione finita in contrasto col boss manfredoniano che di droga non ne voleva sentire parlare (come ammesso dal pentito Magno ritenuto credibile dalla stessa DDA).

D’altronde, sarebbe quantomeno singolare pensare che Romito possa essersi recato così incautamente in un territorio a lui poco conosciuto. Soltanto qualche aggancio in zona avrebbe potuto consentirgli di spostarsi in sicurezza ma la sete di vendetta dei Li Bergolis-Miucci condusse il nemico verso una mattanza. Anche la realtà dei fatti ne dà tangibile conferma: verso quale masseria scapparono i killer il giorno della strage? Giorni dopo la mattanza, Caterino si recò in quei territori, ci dicono le intercettazioni e il sistema satellitare, nella residenza di chi? Perchè all’improvviso e proprio il giorno della carneficina scomparve nel nulla una importante figura criminale di quel luogo, per riapparire proprio tre giorni dopo: il tempo necessario per bonificarsi dai residui della polvere da sparo?

Le risposte ai quesiti, benché già nel fascicolo del pm, saranno fornite nel contradditorio delle parti processuali. Ieri, il pm non è riuscito ad estrapolare nulla di nuovo dal pentito Magno che non sia già emerso dalle carte e anticipato in esclusiva da l’Immediato nei mesi scorsi.

Stesso discorso per la difesa di Caterino che non ha certo brillato di acume posto che l’intento di fornire altri alibi alla morte del boss sta apparendo nella sua interezza inconsistente: anzi, tutto ciò rafforza le accuse del pm. Nessun intervento, invece, dagli avvocati di parte civile.

Si attende la trascrizione delle intercettazioni per fare piena luce su quanto accaduto, per questo il processo si è aggiornato all’anno nuovo, 14 gennaio 2020.