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Home - Mafia Gargano, la figura dei fratelli Luciani e tutti gli interrogativi (ancora irrisolti) della strage di San Marco

Mafia Gargano, la figura dei fratelli Luciani e tutti gli interrogativi (ancora irrisolti) della strage di San Marco

Di Francesco Pesante
1 Settembre 2019
in Inchieste
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Nuovi interrogativi sulla strage di San Marco in Lamis. Squarci che si aprono sulla morte di Mario Luciano Romito, del cognato Matteo De Palma e dei contadini Aurelio e Luigi Luciani, tutti trucidati senza pietà. Ma perchè Romito, appena uscito dal carcere, doveva andare lì dove è stato ammazzato? Chi lo aspettava ad un probabile appuntamento o incontro? Chi lo attendeva in un territorio ritenuto per lui protetto e che riscuoteva la sua fiducia? Qualcuno che già sapeva gli ha teso una trappola?

Di certo, quel giorno, il boss imboccò la Pedegarganica sicuro di raggiungere uomini di fiducia. Con lui il sempre devoto cognato De Palma, alla guida del Maggiolone nero. Non si esclude che qualcuno del posto possa aver fatto da “gancio”, accompagnando il boss all’appuntamento mortale, considerato che certi incontri possono sempre nascondere insidie e per questo devono avvenire in zone sicure e riservate, in luoghi poco conosciuti ai più ma anche allo stesso Romito che doveva avvalersi, per forza di cose, di uno o più uomini in loco. Si parlò di una compravendita di auto ma le ultime ore di vita del capoclan raccontano altro.

Il boss di Manfredonia sarebbe stato ucciso perchè solo con la morte poteva pagare la sua collaborazione e relative confidenze fatte all’epoca ai carabinieri. Informazioni costate il carcere alla famiglia mafiosa Li Bergolis, incastrata dalle cimici piazzate nella masseria di Orti Frenti. Qualcuno avrebbe girato le spalle a Romito, consegnandolo ai rivali per porre fine alle ostilità? La sua morte avrebbe in un certo senso “liberato” i propri sottoposti?

In buona sostanza, un piacere ai Li Bergolis ma anche una necessità per chi scalpitava alle spalle del boss e che adesso avrebbe campo libero, non escludendo chi oggi è in carcere, stando alle recenti rivelazioni del pentito Carlo Magno. Tant’è che attualmente gli inquirenti non parlano più di Romito ma di clan Lombardi-Ricucci-La Torre. Questa la pista che si sta facendo largo tra chi indaga, anche grazie a quanto dichiarato dal 62enne manfredoniano Magno che ha escluso coinvolgimenti di Mario Luciano Romito nel mondo della droga. Magno è stato ritenuto dai magistrati affidabile e credibile. L’uomo, reo confesso dell’omicidio Tucci ad Amsterdam, ha dato numerose dritte utili agli investigatori, raccontando anche di un episodio avvenuto il giorno prima della strage.

In un passaggio dell’interrogatorio del pm della DDA, Giuseppe Gatti, si fa riferimento ad un incontro tenuto dal boss nella sua abitazione.

Gatti: “Tucci le ha detto che sapeva che delle persone di San Marco erano state a casa di Romito”.

Magno: “Si, un giorno prima. E che la moglie avrebbe detto che quelle persone non se ne erano andate tanto… tanto contente”.

Gatti: “E che queste persone di San Marco non se ne erano andate contente dalla casa di Romito”.

Magno: “Non tanto contente, si…”

C’è correlazione tra questo evento e quanto successo poche ore dopo nelle campagne assolate di San Marco in Lamis? Un boss non si sposta per caso e non va in zone che non ritiene sicure, protette. Qualcuno lo ha incastrato? E chi sarebbero i sammarchesi di cui parlò la moglie?

L’omicidio Rendina

Quelle terre vicine alla Pedegarganica si macchiarono di sangue già 5 anni prima della strage, il 16 ottobre 2012. Quel giorno un bracciante agricolo di San Marco in Lamis, il 60enne Carmine Rendina, fu ucciso nelle campagne a colpi d’arma da fuoco. L’omicidio, il cui movente e responsabile sono rimasti ignoti, avvenne nei pressi di una tenuta, sui terreni di un tale Luciani, soltanto omonimo dei contadini ammazzati. Gli assassini di Rendina percorsero una stradina sterrata che collega la masseria alla provinciale Pedegarganica. I killer avvicinarono il 60enne uccidendolo con un colpo alla tempia, a bruciapelo e con una efferatezza inusuale. Rendina finì a terra, pancia in su. All’epoca fu un vero mistero. L’uomo, senza alcun precedente, non aveva legami con i clan del Gargano. Eppure morì come negli omicidi di mafia.

Dalle indagini dell’epoca si appurò che Rendina non avesse intenzione di lasciare quei terreni e allora ci si domanda: qualcuno avrebbe risolto la questione con la forza? C’è una correlazione tra l’omicidio del 2012 e la strage del 9 agosto 2017?

Uno strano suicidio

A San Marco in Lamis, lo storico luogotenente di Mario Luciano Romito era Luigi Ferro, detto “Gino di brancia”, compagno di rapine anche nell’operazione “Ariete”, per la quale furono entrambi arrestati insieme ad altri personaggi noti della mafia garganica. Pochi giorni dopo la strage, si suicidò il fratello di Ferro. Perchè? Cosa lo avrebbe spinto all’insano gesto? L’aver mandato qualcuno a morire? E ancora: sono mai stati controllati i tabulati telefonici del suicida e della moglie relativi ai periodi precedenti al quadruplice omicidio? Regna il mistero su questo strano suicidio, forse anch’esso correlato alla mattanza del 9 agosto 2017.

E il ruolo dei Luciani? Il processo a Giovanni Caterino (al momento unico imputato della strage) iniziato a Foggia qualche settimana fa, servirà a fare chiarezza sulla morte dei due contadini. Perché accanirsi anche su di loro, addirittura rincorsi dai killer e ammazzati senza pietà? Atteggiamento atipico delle organizzazioni mafiose. Nelle ore successive all’agguato, una turista straniera disse di aver visto la Ford con all’interno il commando armato. Fu notata dagli assassini ma risparmiata. La donna – riportò in quei giorni la Gazzetta del Mezzogiorno – riferì ad agenti della polizia locale di Apricena di aver visto “uomini armati di mitra” che l’avrebbero anche minacciata intimandole di allontanarsi. Perché ai contadini venne riservato tutt’altro trattamento? Cosa sapevano o avrebbero potuto dire? Erano depositari di informazioni compromettenti? Sarebbero risultati scomodi a qualcuno? E a chi? Tutti interrogativi ai quali gli investigatori sperano di dare presto una risposta. (In alto, in foto, Mario Romito; sotto, Luigi Ferro; a destra, i Luciani)

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Tags: garganoLucianimafiastrage San Marco
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