Mafia Gargano, nuove rivelazioni: “Romito mai nel giro della droga”. Il boss doveva morire per quelle confidenze ai carabinieri

Le microspie di Orti Frenti dietro l’agguato di San Marco in Lamis. Il pentito Magno ricostruisce il business degli stupefacenti prima e dopo la morte del capo clan manfredoniano

Gli intrecci della guerra di mafia sul Gargano stanno riservando una sorpresa dopo l’altra. Emergono nuovi scenari grazie alle rivelazioni del pentito Carlo Magno, manfredoniano, ritenuto dagli inquirenti “un collaboratore di giustizia credibile e affidabile”, tanto da aver fornito, si legge nelle carte degli inquirenti, “dichiarazioni perfettamente collimanti con le emergenze investigative”.

L’uomo uccise Saverio Tucci, “Faccia d’angelo”, nell’ottobre 2017 per contrasti nel traffico di droga. Rapporti incrinati lungo l’asse Colombia-Amsterdam-Gargano. Fu proprio nella città olandese che si consumò il delitto. Poi Magno si costituì, iniziando a collaborare e dando agli inquirenti numerosi spunti sulla strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017 alla quale avrebbe preso parte anche Tucci.

Quel giorno furono uccisi il boss Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i contadini Luciani.

Nelle dichiarazioni rese ai magistrati, Magno ha fugato ogni dubbio sul reale motivo dell’uccisione di Romito che non sarebbe legata al mondo della droga. 

“Riguardo a Romito, che io so il nome Romito a 10 anni l’ho sentito, non ho mai sentito una volta che qualcuno ha detto che faceva traffico di stupefacenti – ha detto ai pm il pentito Magno -. Lei ci crede o non ci crede non l’ho mai sentito. ‘Ma Romito?’, ‘No, quello rapine, questo…’, ma mai nessuno ha detto che c’era in queste cose qua di stupefacenti. Mai sentito…”

Romito andava eliminato per quella collaborazione con i carabinieri che costò il carcere ai fratelli Li Bergolis. La vecchia storia delle microspie nella masseria di Orti Frenti, mai dimenticata dai montanari, tra questi Saverio Tucci, fedelissimo dei Li Bergolis fin dagli anni ’90. D’altronde nemmeno nelle carte dello storico processo alla mafia garganica, “Iscaro-Saburo”, si accosta il nome dei Romito alla droga. C’è solo un passaggio nel quale il boss Franco Li Bergolis parlava di Francesco Ciuffreda alias Pasqualotto, uomo di Mattinata, un tempo vicino a Romito e recentemente apparso in foto mentre banchetta con astice e champagne in compagnia di un prete locale. “Ti voglio dire una cosa – diceva Li Bergolis –, Pasqualotto ha ordinato duecento bottoni (200-300 grammi di droga, ndr)… trecento… a 120 (120mila lire al grammo, ndr)… fai il conto tu…”

Ciuffreda detto “Pasqualotto” appare largamente anche nella relazione di scioglimento per mafia del Comune di Mattinata, redatta dall’ex prefetto di Foggia, Massimo Mariani nel marzo 2018.

Il business del trio Tucci-Magno-Vairo

È sempre la droga l’affare principale delle organizzazioni criminali della montagna sacra. Proprio Tucci “Faccia d’angelo” si era eretto a capo di un gruppo trasversale per il controllo della cocaina. Un business messo in piedi grazie ai rifornimenti di stupefacenti ad Amsterdam favoriti dai contatti di Magno con i colombiani. In sei mesi il clan Tucci avrebbe mosso un milione di euro in droga. Un giro di affari vorticoso: chili e chili trasportati dall’Olanda al Gargano ma anche a membri del clan barese Di Cosola.

Il sodalizio – attivo almeno dal 2014 – era composto da Saverio Tucci, Carlo Magno e da un altro manfredoniano, Cosimo Damiano Vairo, quest’ultimo arrestato in una recente operazione antidroga proprio relativa a questi traffici. Ecco cosa ha raccontato Magno al pm della DDA Giuseppe Gatti in un interrogatorio.

Gatti: “Vairo aveva il compito di offrire uno stabile supporto logistico a questo gruppo?”

Magno: “Si, quelli erano soci”

Gatti: “Era lui che faceva il trasporto in Italia dello stupefacente quando vi organizzavate andando in Germania e poi dalla Germania raggiungendo l’Olanda?”

Magno: “Giusto, confermo… La pressione era troppa. Tucci e Vairo, una volta Vairo mi ha chiamato direttamente con il suo telefono, che non lo faceva mai, e dicevo: ‘Quelle persone stanno andando già in palestra da mio fratello che…’ Stavano andando lì da mio fratello… che se non paghi questi soldi… dovevo piangere io, piangere nel senso che mi ammazzavano mio fratello”. (Nella foto in alto, il maggiolone di Romito mentre si dirige presso la stazione di San Marco dove il boss troverà la morte; nei riquadri, in alto Mario Luciano Romito; sotto, da sinistra, Ciuffreda, Tucci e Vairo)

Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/immediatonet