L‘omicidio di Ivan Rosa, conosciuto con il soprannome di “Ciucchett”, viene ricostruito in ogni dettaglio nell’ordinanza cautelare che ha portato all’arresto di nove presunti appartenenti alla mafia garganica. Per la Direzione distrettuale antimafia si trattò di un’esecuzione maturata nel pieno della guerra di mafia che insanguinò il Gargano, con l’obiettivo di eliminare un uomo ritenuto vicino al gruppo dei Li Bergolis.
Secondo l’accusa, il delitto fu commesso dal clan oggi indicato come Lombardi-Scirpoli-La Torre, organizzazione che all’epoca faceva capo a Mario Luciano Romito, assassinato nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, e che ebbe successivamente tra i propri leader anche Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, ucciso l’11 novembre 2019.
Al centro della ricostruzione ci sono soprattutto le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Quitadamo detto “Baffino jr” che ammette la propria partecipazione all’agguato e descrive ruoli, preparativi, movente e dinamica dell’omicidio.
L’agguato preparato all’alba a Bosco Quarto
L’omicidio risale al 19 marzo 2014. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, il commando si appostò lungo una strada interpoderale in località Bosco Quarto, nell’agro di Monte Sant’Angelo.
Quitadamo racconta di essere stato prelevato nelle prime ore del mattino da Pasquale Ricucci, Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” (cognati tra loro) e Leonardo D’Ercole, che li accompagnò fino al punto dove era stata nascosta una Fiat 16 grigia rubata, destinata a essere utilizzata per l’agguato.
Ad attendere il passaggio della vittima c’era anche un “palo”, identificato dagli investigatori in Antonio di Monte Sant’Angelo, genero di Matteo Buenza, incaricato di avvisare telefonicamente il gruppo dell’arrivo di Rosa. Tutti non indagati.
Ricevuta la telefonata, Quitadamo e La Torre si nascosero tra la vegetazione ai margini della strada, mentre Ricucci avrebbe dovuto bloccare la via di fuga con l’autovettura.
L’inseguimento e gli ultimi colpi sparati a distanza ravvicinata
Quando la Fiat Punto grigia guidata da Ivan Rosa raggiunse il punto prestabilito, partirono i primi colpi di fucile calibro 12.
Secondo la ricostruzione, però, Rosa riuscì inizialmente a superare il punto dell’imboscata, costringendo gli aggressori a inseguirlo per circa un chilometro.
Durante la fuga il commando avrebbe continuato a sparare contro l’auto, colpendola anche dal finestrino posteriore, fino a quando la vettura uscì fuori strada.
A quel punto, sempre secondo il racconto del collaboratore, Pietro La Torre sarebbe sceso dall’auto raggiungendo la vittima ormai ferita all’interno della Fiat Punto e avrebbe esploso altri colpi di fucile al volto da distanza ravvicinata, finendo l’uomo.
Quitadamo riferisce anche un particolare particolarmente crudo: mentre Rosa, ancora vivo, chiedeva perché gli stessero sparando, La Torre avrebbe continuato a fare fuoco pronunciando parole intimidatorie. “Mo’ ti faccio vedere io”.
Le armi nascoste, l’auto incendiata e l’alibi per Ricucci
L’ordinanza ricostruisce anche ciò che sarebbe avvenuto subito dopo l’omicidio.
Secondo Quitadamo, Leonardo D’Ercole avrebbe atteso Ricucci lungo la strada per allontanarlo immediatamente dal luogo del delitto e consentirgli di costruire un alibi.
Quitadamo e La Torre, invece, avrebbero trasportato la Fiat 16 e i fucili utilizzati nell’agguato in località Tagliata, nel territorio di Mattinata, dove le armi furono nascoste e successivamente spezzate.
La Fiat 16 sarebbe stata incendiata la sera stessa e, mesi dopo, recuperata da un raccoglitore di ferro vecchio di Cerignola, circostanza che, secondo il collaboratore, ne avrebbe impedito il ritrovamento da parte degli investigatori.

Il movente: “Era con i Li Bergolis e non rispettava gli ordini”
Per gli inquirenti il delitto fu aggravato dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare l’associazione criminale.
Quitadamo racconta che Ivan Rosa era considerato vicino ai Li Bergolis e ritenuto responsabile di comportamenti non graditi ai vertici del gruppo rivale.
Secondo il collaboratore, gli sarebbe stato spiegato che Rosa “aveva alzato la cresta”, agiva senza rispettare gli ordini imposti dal gruppo guidato da Ricucci e Matteo Lombardi e veniva considerato un elemento pericoloso perché schierato con la fazione avversaria.
Nelle dichiarazioni richiamate nell’ordinanza emerge anche un ulteriore episodio ritenuto significativo dagli investigatori: Rosa sarebbe stato indicato come l’autore di un’intimidazione armata contro il garage dell’allora responsabile tecnico del Comune di Monte Sant’Angelo, Gianpiero Bisceglia, figura ritenuta vicina a Ricucci.
Anche il pentito Matteo Pettinicchio, ex numero due del clan Li Bergolis-Miucci ne ha parlato alla DDA: “Ricucci Pasquale – si legge nella ricostruzione degli inquirenti del racconto di Pettinicchio – era l’autista dell’autovettura mentre La Torre e Quitadamo coloro che avevano esploso i colpi di arma da fuoco verso la vittima. Rosa era stato colpito a distanza e, dopo essere stato inseguito, era stato giustiziato dopo aver terminato la sua corsa fuori dalla sede stradale. Pettinicchio ricollegava il movente dell’omicidio all’attentato intimidatorio commesso da Rosa e Bartolomeo Rignanese Bartolomeo nei confronti dell’architetto Bisceglia, quest’ultimo grande amico di Ricucci Pasquale“.
L’accusa: omicidio aggravato dal metodo mafioso
Per la Direzione distrettuale antimafia, l’agguato rappresentò uno degli episodi più emblematici della guerra tra i clan del Gargano.
L’accusa sostiene che l’omicidio fosse finalizzato a rafforzare il controllo del territorio da parte del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, eliminando un uomo ritenuto vicino ai Li Bergolis e lanciando un chiaro messaggio intimidatorio nel pieno del conflitto mafioso che, in quegli anni, insanguinò Monte Sant’Angelo, Mattinata e l’intero promontorio garganico. Si sospettano anche interessi del clan nel settore appalti del Comune micaelico.
Come per tutti gli indagati coinvolti nell’inchiesta, anche queste contestazioni rappresentano al momento l’ipotesi accusatoria formulata dalla procura e dovranno essere vagliate nel corso del procedimento giudiziario.













