Sono nove gli arrestati per i tre omicidi di mafia garganica avvenuti tra il 2011 e il 2016. DDA di Bari e carabinieri del ROS hanno fermato Antonio Quitadamo, il fratello Andrea e l’altro fratello Renato, soprannominati “Baffino”, tutti di Mattinata; i primi due collaboratori di giustizia. Agli arresti anche un altro pentito, Francesco Notarangelo detto “Natale” di Mattinata, Francesco Scirpoli detto “Il lungo” di Mattinata, Giuseppe Lorusso detto “Mussolini” di Manfredonia, Michele Silvestri di Mattinata, Matteo Lombardi detto “A’ carpnese” di Manfredonia e Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” di Manfredonia. Tutti in carcere ad eccezione dei tre pentiti per cui sono stati disposti i domiciliari.
Il gruppo mafioso è ritenuto responsabile degli omicidi e sparizioni dei corpi di Francesco Libergolis detto “Faccia di pecora” nel 2011 e Francesco Armiento nel 2016 e dell’assassinio di Ivan Rosa nel 2014.
Lombardi, Scirpoli e La Torre sono ritenuti a capo dell’organizzazione garganica, da anni nemica dei montanari Li Bergolis-Miucci.
I fatti contestati
Non fu un’esecuzione improvvisata, ma un piano preparato per settimane. Un commando che si finse una pattuglia delle forze dell’ordine, un sequestro in pieno giorno, un interrogatorio sotto tortura, una fossa scavata prima ancora dell’omicidio e il tentativo di cancellare qualsiasi traccia della vittima. È questo il quadro che emerge dall’ordinanza di quasi 500 pagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari,
Secondo gli inquirenti, l’obiettivo era colpire Francesco Libergolis, detto “Faccia di Pecora”, ritenuto vicino all’omonimo clan e sospettato di conoscere i responsabili del tentato omicidio di Antonio Quitadamo, avvenuto il 10 maggio 2011. Da quell’agguato, sostengono i magistrati, nacque la decisione di eliminarlo.
La guerra tra i Li Bergolis e il gruppo di Mario Romito
L’inchiesta ripercorre la storia della faida che ha insanguinato il Gargano. Secondo la DDA, i fatti si inseriscono nello scontro tra il clan Li Bergolis e il gruppo di Mario Luciano Romito oggi ribattezzato clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, nato dopo la rottura dell’alleanza tra le due organizzazioni criminali.
Una guerra combattuta per il controllo del territorio e delle principali attività illecite, che tra il 2008 e il 2016 ha provocato una lunga scia di omicidi, tentati omicidi e lupara bianca.
Tra questi, proprio l’omicidio di Francesco Libergolis, avvenuto il 24 giugno 2011 nelle campagne di Mattinata, quello di Ivan Rosa, assassinato il 19 marzo 2014 a Bosco Quarto, e la scomparsa di Francesco Armiento, ucciso e fatto sparire nel giugno del 2016.
Il falso posto di blocco e il sequestro
L’ordinanza per quanto riguarda la lupara bianca di “Faccia di pecora” individua tra gli indagati anche gli ormai deceduti Mario Luciano Romito, Francesco Pio Gentile detto “Passaguai” e Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, il primo ucciso nella strage di San Marco del 2017, gli altri due ammazzati nel 2019.
La ricostruzione della procura sostiene che il gruppo avesse studiato ogni dettaglio.
Nei giorni precedenti sarebbero stati effettuati pedinamenti e appostamenti. Addirittura sarebbe stata scavata una buca nel bosco di Vergon del Lupo, nelle campagne di Mattinata, destinata a diventare la tomba della vittima.
Il 24 giugno 2011 il commando, utilizzando una Fiat Grande Punto rubata, un lampeggiante, palette di ordinanza, manette e perfino divise riconducibili alle forze dell’ordine, avrebbe simulato un controllo stradale.
Bloccata l’auto di Libergolis, gli uomini del gruppo lo avrebbero caricato con la forza sulla propria vettura, mentre un altro componente si sarebbe occupato di allontanare e nascondere l’automobile della vittima nelle campagne di Vieste per depistare le indagini.
La tortura nel bosco prima dell’esecuzione
È uno dei passaggi più drammatici dell’ordinanza.
Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Andrea Quitadamo e Antonio Quitadamo, confermate da ulteriori riscontri investigativi secondo la procura, Libergolis venne portato nel bosco di Vergon del Lupo, dove già lo attendevano altri componenti del gruppo.
Lì sarebbe stato interrogato per sapere chi avesse organizzato l’agguato contro Antonio Quitadamo.
Le accuse parlano di una violenza estrema.
La vittima sarebbe stata colpita ripetutamente con bastoni, pietre, mazze, pugni, calci e con il calcio di un fucile. Gli aggressori gli avrebbero continuato a chiedere chi fosse il responsabile dell’attentato contro il loro sodale.
Secondo il racconto di Andrea Quitadamo, riportato negli atti, ciascun componente del gruppo avrebbe partecipato al pestaggio, mentre Mario Luciano Romito lo avrebbe schernito pronunciando ripetutamente il cognome “Li Bergolis” con intento di disprezzo.
Solo dopo la morte il corpo sarebbe stato trascinato per alcune decine di metri e sepolto nella fossa già predisposta.
La lupara bianca e le auto incendiate
La procura contesta anche la soppressione del cadavere.
Secondo gli investigatori, Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo, Francesco Notarangelo e Michele Silvestri avrebbero occultato il corpo all’interno della buca scavata in precedenza.
Successivamente sarebbero state distrutte anche le automobili utilizzate nell’azione, entrambe incendiate per cancellare ogni traccia.
Per i magistrati si tratta di modalità tipicamente mafiose, finalizzate non solo a eliminare la vittima, ma anche a dimostrare il dominio del territorio attraverso la cosiddetta “lupara bianca”.
L’omicidio di Ivan Rosa
L’ordinanza ricostruisce anche il delitto di Ivan Rosa, avvenuto il 19 marzo 2014 nelle campagne di Monte Sant’Angelo.
Secondo l’accusa, Andrea Quitadamo, Pietro La Torre e il defunto Pasquale Ricucci avrebbero atteso la vittima lungo la strada che conduceva alla sua masseria a Bosco Quarto.
Dopo aver incrociato frontalmente la Fiat 16 guidata da Rosa, il commando avrebbe aperto il fuoco con due fucili calibro 12 e una pistola, inseguendo l’auto fino a costringerla fuori strada.
Quando il mezzo si fermò, sostiene la DDA, Pietro La Torre sarebbe sceso dall’auto avvicinandosi alla vittima ormai ferita per esplodere il colpo di grazia al volto con un fucile a canne mozze.
Una modalità che, come ricordato anche dal sostituto procuratore Giuseppe Gatti, rappresenta uno dei marchi distintivi della mafia garganica: non soltanto uccidere, ma cancellare l’identità della vittima.
Le accuse sul caso Armiento: dall’occultamento del cadavere alle presunte false dichiarazioni di Renato Quitadamo
L’ordinanza dedica un intero capitolo anche all’omicidio e sparizione di Francesco Armiento, avvenuto il 27 giugno 2016 nelle campagne di Mattinata. Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, Antonio Quitadamo e Francesco Notarangelo, insieme al defunto Mario Luciano Romito e a Pio Francesco Gentile (anch’egli deceduto), avrebbero partecipato alla distruzione e all’occultamento del cadavere di Armiento, ucciso, secondo l’accusa, proprio da Mario Luciano Romito.
Per la procura, il delitto sarebbe stato commesso con metodo mafioso per rafforzare il potere del gruppo di Mario Romito lanciando un messaggio di dominio sul territorio e garantendo l’impunità degli autori attraverso la soppressione del cadavere e dell’arma utilizzata per il delitto.
A Antonio Quitadamo viene inoltre contestata la detenzione e l’occultamento di una pistola Smith & Wesson calibro .357 che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata utilizzata proprio per l’omicidio di Armiento.
Diversa la posizione di Renato Quitadamo, nei cui confronti viene contestato il reato di false informazioni al pubblico ministero. Secondo l’accusa, durante un confronto investigativo con i collaboratori Antonio e Andrea Quitadamo, avrebbe fornito una versione non veritiera dei fatti, negando di aver accompagnato Francesco Armiento nel luogo dove sarebbe stato ucciso, di aver incontrato qualcuno e di essere stato informato dai fratelli Antonio e Andrea sull’accaduto.
L’ordinanza sostiene inoltre che Renato Quitadamo avrebbe omesso di riferire agli investigatori anche un acceso diverbio, verbale e fisico, avuto sul posto con il fratello Antonio Quitadamo, intervenuto nel tentativo di salvaguardare l’incolumità di Francesco Armiento. Anche questa condotta, secondo la procura, si inserirebbe nel contesto dell’omicidio aggravato dal metodo mafioso e finalizzato ad agevolare il clan.
Questo passaggio completa il quadro accusatorio sul caso Armiento, aggiungendo sia le contestazioni sull’occultamento del cadavere sia il ruolo che la procura attribuisce a Renato Quitadamo nelle fasi successive all’omicidio.
L’ipotesi del movente: i messaggi alla moglie di Renato Quitadamo e la pista passionale
Secondo quanto riportato nel provvedimento, durante le prime indagini era emersa anche una possibile pista passionale. In particolare, gli accertamenti avrebbero documentato che, nei giorni immediatamente precedenti alla scomparsa, Armiento aveva intrattenuto attraverso Facebook una fitta corrispondenza con Francesca Mantuano, moglie di Renato Quitadamo. Un elemento ritenuto dagli investigatori meritevole di approfondimento insieme agli altri aspetti della vicenda.
Dalle indagini emerge inoltre il profilo di Armiento, descritto come una persona che frequentava ambienti vicini alla criminalità garganica e, in particolare, esponenti della famiglia Quitadamo, pur conducendo una vita ai margini della legalità. Nell’ordinanza si ricorda anche che era sospettato, nell’opinione pubblica mattinatese, di alcuni episodi intimidatori, tra incendi di autovetture e danneggiamenti di reti da pesca, oltre a svolgere l’attività di parcheggiatore abusivo in un’area di Mattinata.
Gli investigatori richiamano anche un episodio del 25 gennaio 2016, quando una telefonata anonima segnalò ai carabinieri che Renato Quitadamo deteneva armi da fuoco. La successiva perquisizione, tuttavia, diede esito negativo.
Nonostante questi elementi, il procedimento sulla scomparsa di Armiento venne archiviato il 3 settembre 2018 per assenza di riscontri. Oggi, però, la procura ritiene che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e gli ulteriori elementi raccolti consentano di ricostruire l’omicidio e di individuare i presunti responsabili dell’occultamento del cadavere, indicando come autore materiale Mario Luciano Romito, nel frattempo deceduto.
Le confessioni dei collaboratori
Il cuore dell’inchiesta è rappresentato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo e Francesco Notarangelo, ai quali si sono aggiunti, in tempi più recenti, i contributi di Marco Raduano, Matteo Pettinicchio e Matteo Lauriola.
Secondo la procura, i racconti sono stati riscontrati attraverso intercettazioni, sequestri, tabulati telefonici, sopralluoghi e accertamenti tecnici.
È proprio grazie a queste collaborazioni che gli investigatori hanno potuto ricostruire, a distanza di oltre un decennio, tre omicidi rimasti per anni senza un quadro accusatorio completo, restituendo un nome e un volto ai presunti responsabili di alcuni dei delitti più efferati della guerra di mafia sul Gargano.











