Anche durante la detenzione avrebbe continuato a mantenere un ruolo centrale nelle dinamiche del clan, impartendo direttive e partecipando alle decisioni strategiche della batteria mafiosa foggiana. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza “Decimabis” depositate dalla corte d’appello di Bari dopo il processo di secondo grado celebrato nei confronti di 23 imputati accusati, a vario titolo, di mafia, usura ed estorsione.
Per i giudici, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni raccolte nel corso delle indagini convergono tutte nella stessa direzione: Pasquale Moretti, 49 anni, alias “il porchetto” sarebbe stato uno dei vertici storici della batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.
Le dichiarazioni dei collaboratori
Nelle motivazioni vengono riportati numerosi passaggi delle testimonianze dei pentiti che descrivono il ruolo attribuito a Moretti all’interno dell’organizzazione.
Secondo il foggiano, ed ex morettiano, Carlo Verderosa, “Pasquale Moretti dirige il clan quando non ci sta il padre Rocco. Quando c’ero io, lui era il reggente di tutte le direttive”.
Sulla stessa linea anche l’altro ex morettiano, Alfonso Capotosto, che lo definisce “il capo della banda”. “Diceva: ‘o è così, oppure non si fa più niente’. Una volta che sta in mezzo Pasquale Moretti, o volevi o non volevi, glieli dovevi dare per forza”, ha raccontato agli investigatori, spiegando inoltre che quando andava a riscuotere denaro dalle vittime dell’usura specificava sempre di agire “a nome di Pasquale”.
Per il garganico Danilo Della Malva detto “U’ meticcio”, invece, Moretti era “il boss del loro gruppo criminale”, persona che “deve essere messa a conoscenza di tutto: traffici di droga, omicidi, estorsioni”.
I giudici sottolineano nelle motivazioni “la sostanziale convergenza delle propalazioni”, ritenendo che tutte le dichiarazioni raccolte collochino Moretti “ai vertici del sodalizio con poteri decisionali”.
La sentenza d’appello
La corte d’appello ha condannato Pasquale Moretti a 12 anni di reclusione, riducendo la pena inflitta in primo grado, dove erano stati disposti 16 anni per associazione mafiosa, usura ed estorsione aggravata.
Secondo i giudici, il 49enne foggiano avrebbe fatto parte della componente di comando della batteria mafiosa insieme al padre Rocco “il porco” Moretti, a Vincenzo Antonio Pellegrino detto “Capantica” e Vito Bruno Lanza alias “U’ lepre”, partecipando anche alle decisioni strategiche della cosiddetta “Società Foggiana”.
La riduzione della pena è stata motivata dal riconoscimento delle attenuanti generiche legate alla condotta processuale.
Le intercettazioni dal carcere
Un passaggio centrale delle motivazioni riguarda anche le intercettazioni dei colloqui avvenuti nella primavera del 2019 tra Moretti e il cugino Nicola Valletta, affiliato al clan.
Secondo la corte, in quelle conversazioni emerge chiaramente la capacità del detenuto di continuare a incidere sulle dinamiche criminali del gruppo. In uno dei dialoghi, Moretti avrebbe parlato della necessità di uccidere una persona, indicando persino dove appostarsi.
I giudici richiamano inoltre una conversazione relativa all’omicidio di Rodolfo Bruno, ritenuto il cassiere del clan e assassinato il 15 novembre 2018. Commentando quell’agguato, Moretti avrebbe detto: “Se stavo io andavo all’ospedale. Un’ora e mezza durava questa cosa e basta. E finiva la questione”.
Per la corte d’appello, quelle parole dimostrano che “il ruolo apicale di Pasquale Moretti, seppur affievolito dallo stato di detenzione, fosse rimasto comunque inalterato nella sua essenza”.
Il peso del nome Moretti
Nelle motivazioni si evidenzia anche come il nome di Pasquale Moretti venisse utilizzato per intimorire le vittime di usura ed estorsione, elemento ritenuto indicativo del suo peso criminale all’interno della batteria.
I giudici ricordano inoltre che Moretti, soprannominato “il porchetto”, è detenuto quasi ininterrottamente dal novembre 2014, salvo un breve periodo di libertà prima del nuovo arresto nel blitz “Decimabis” tra novembre e dicembre 2020, operazione che portò complessivamente a 44 arresti.
La sentenza d’appello ha confermato, secondo i magistrati, la permanenza del suo ruolo direttivo anche nei periodi trascorsi ai domiciliari, durante i quali avrebbe continuato a discutere con altri affiliati delle strategie del clan e delle tensioni interne culminate nell’omicidio di Rodolfo Bruno.










