Sono passati sei anni dall’insediamento della Direzione investigativa antimafia a Foggia. Un arco di tempo che coincide con una delle fasi più complesse della storia recente del territorio, segnato dalla stagione degli attentati dinamitardi, dalle grandi inchieste giudiziarie e da una criminalità che, pur cambiando forma, continua a esercitare un controllo pervasivo. È da questa consapevolezza che parte l’analisi del direttore della DIA di Foggia, Paolo Iannucci, che ripercorre le trasformazioni della mafia foggiana e lancia un monito chiaro: abbassare la guardia significa normalizzare un sistema ancora vivo.
All’epoca dell’arrivo della DIA nel capoluogo dauno, la città si preparava al lockdown mentre veniva travolta dalla cosiddetta mafia delle bombe. Le inchieste “Decima Azione” e “Decimabis” segnarono un punto di svolta, aprendo una stagione di arresti e condanne che ha modificato lo scenario. Ma, come sottolinea Iannucci, il cambiamento non equivale a una sconfitta.
Dalla mafia delle bombe a una criminalità più silenziosa
Oggi la violenza eclatante sembra aver lasciato spazio a dinamiche meno appariscenti, ma non meno pericolose. “La mafia delle bombe ha cambiato veste”, spiega il direttore della DIA, ricordando che negli anni non sono mancati omicidi ed episodi gravi, anche se spesso senza lo stesso clamore mediatico del passato. Le grandi condanne hanno inciso sugli equilibri interni, ma non hanno cancellato le logiche di fondo di una società criminale storicamente segnata da contrapposizioni e spinte interne.
La mafia foggiana, chiarisce Iannucci, non può più essere liquidata come un fenomeno primitivo. È una realtà stratificata, in cui i livelli più bassi continuano a contendersi il territorio con estorsioni e intimidazioni, mentre i vertici mostrano una crescente capacità di infiltrazione nell’economia legale.
Patrimoni, economia e infiltrazioni istituzionali
Negli ultimi sei anni la DIA ha sequestrato beni per oltre 30 milioni di euro, molti dei quali già confiscati. Un dato che racconta una mafia capace di accumulare capitali e reinvestirli, spesso anche fuori regione, con l’obiettivo di consolidare il proprio potere economico. Inchieste come “Grande Carro” hanno fatto emergere sistemi complessi di criminalità economica, mentre le azioni di prevenzione amministrativa della prefettura hanno svelato numerosi casi di infiltrazione nel tessuto produttivo.
A questo si aggiunge un dato politico-amministrativo allarmante: sei comuni sciolti per mafia nella provincia di Foggia, incluso il capoluogo, più Trinitapoli. Un segnale evidente di quanto la criminalità organizzata abbia cercato di condizionare anche le istituzioni locali.
L’omicidio Moretti e la fase di rigenerazione
In questo contesto si inserisce l’omicidio di Alessandro Moretti, nipote dello storico boss della società foggiana, ucciso un mese fa in pieno centro. Un fatto che, per modalità e significato simbolico, rappresenta un campanello d’allarme. “È caduta una figura rilevante di uno dei clan più importanti”, osserva Iannucci, ricordando che un omicidio così eclatante all’interno della stessa famiglia non aveva precedenti.
Secondo il direttore della DIA, l’episodio va letto anche alla luce delle dinamiche storiche della mafia foggiana, caratterizzata da scissioni, guerre interne e tentativi di scalata. Potrebbe trattarsi di una vendetta, di un’azione non concordata o di un tentativo di ridefinire le gerarchie. Saranno le indagini a chiarire il quadro, ma il rischio di una nuova escalation non può essere ignorato.
Il ruolo dei cittadini e la sfida culturale
Il messaggio alla comunità è netto: non bisogna normalizzare la presenza mafiosa. Un omicidio in piena serata, le estorsioni mascherate da servizi o fatture false, l’infiltrazione nel mondo del calcio sono segnali di una criminalità che entra nelle case delle persone spesso attraverso porte lasciate aperte. “La squadra stato è fatta soprattutto di cittadini”, ribadisce Iannucci, invitando alla denuncia e alla fiducia nelle istituzioni.
In questa prospettiva assume un valore centrale anche il lavoro nelle scuole. La DIA, come le altre istituzioni, investe nella divulgazione e nella formazione dei giovani (in questi giorni Iannucci sarà impegnato in alcuni incontri nelle scuole), considerati sempre più esposti a modelli devianti tra social e cattivi esempi. Un impegno che punta a costruire una coscienza civile capace di spezzare il ciclo di rigenerazione della mafia e offrire nuove prospettive a una terra ricca di risorse, ma ancora segnata da profonde contraddizioni.








