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Home - Raduano esclusivo: “Sono stato un boss, ho commesso reati orribili”. La lettera che scuote la mafia garganica

Raduano esclusivo: “Sono stato un boss, ho commesso reati orribili”. La lettera che scuote la mafia garganica

L'ex capo criminale di Vieste, oggi collaboratore di giustizia, ripercorre il suo passato e lancia un appello ai mafiosi del territorio: "Salvatevi, collaborate con lo Stato"

Di Francesco Pesante
25 Giugno 2026
in Apertura, Gargano
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Lettera esclusiva a l’Immediato di Marco Raduano, 43 anni, ex boss della mafia garganica detto “Pallone” e oggi collaboratore di giustizia. Raduano è stato per anni il capo della frangia viestana del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, dopo aver militato nell’organizzazione dei montanari Li Bergolis-Miucci. Considerato uno dei principali protagonisti della guerra di mafia sul Gargano, è stato indicato dagli inquirenti come mandante e autore di fatti di sangue. Dopo l’omicidio di Angelo Notarangelo, avvenuto nel 2015, avrebbe assunto un ruolo centrale negli equilibri criminali di Vieste. Condannato in diversi procedimenti, tra cui a 20 anni di reclusione nel processo “Omnia Nostra”, è finito alla ribalta nazionale per la clamorosa evasione dal carcere di Nuoro nel febbraio 2023, quando riuscì a calarsi dal muro di cinta utilizzando lenzuola annodate. Dopo circa un anno di latitanza venne arrestato a Bastia, in Corsica. Oggi collabora con la giustizia. Di seguito la lettera inviata in esclusiva a l’Immediato.

Egregio Direttore, spettabile Redazione de l’Immediato,

credo non servano presentazioni: da più di un decennio il mio nome è associato a fatti di cronaca terribili, essendo io stato – sino a poco più di due anni fa – a capo di un gruppo mafioso costituito da criminali spietati, alleati dei boss della società foggiana. Fatti che hanno segnato profondamente il territorio del Gargano, minandone lo sviluppo, inquinandone la bellezza, ma soprattutto mietendo molte, troppe vittime. In questi due anni ho sentito spesso l’esigenza, l’impulso, la necessità di mettere nero su bianco quanto sia cambiata la mia vita da quando ho scelto di collaborare, e vi ringrazio per l’opportunità che mi state dando permettendomi di parlare apertamente di me. Spinto da ideali sbagliati e fallaci, mi sono macchiato di reati orribili, ne sono consapevole. Così come sono consapevole che forse non esiste perdono per uno come me, per le mie condotte non del tutto riparabili, per i miei atti e le decisioni che ho preso in passato: la vita di un essere umano è un bene inalienabile, e non c’è e ci sarà mai nulla che possa giustificare i miei agiti. Dopo una catena di eventi – ben nota alle cronache ma che poco racconta dell’uomo che l’ha vissuta e causata – ho deciso di collaborare con la Giustizia, diventando denominatore comune di molte operazioni antimafia.

Foggia e il Gargano tutto, è sempre stata terra povera di collaboratori di Giustizia. Oggi, però, si può affermare che ci sia un significativo segnale di discontinuità col passato, un vento nuovo, una rivoluzione copernicana, per citare un’espressione usata dal Sost. Procuratore dr. Ettore Cardinali, durante l’ultima requisitoria che l’ha visto protagonista. La stessa rivoluzione copernicana che ho vissuto anche io, nel profondo del mio animo, della mia coscienza, e della mia memoria, nella quale ogni giorno della mia vita passata è inciso con una potenza drammatica e indelebile. La guerra di mafia che ha caratterizzato la mia terra, una guerra che in parte ho scatenato, agevolato, ostentato anche io – una mafia primitiva, da giungla – mi ha visto allo stesso tempo vittima e carnefice: vittima di una sottocultura mafiosa radicata e inestricabile; ma anche carnefice quando – convinto di agire nella legittimità del codice malavitoso – ho fatto del male, mi sono vendicato degli agguati subiti, ho usato le armi per non essere a mia volta ammazzato, come dimostrano i tentativi di omicidio che ho subito.

Ho dovuto raschiare il fondo, toccare con mano la disperazione per capire realmente quanto sia fallimentare e devastante essere un criminale e vivere nell’illegalità; e una volta dismessi i panni da boss, ho pensato non mi sarebbe rimasto nulla. Ho creduto di non essere più nessuno, di non valere più niente. Ed invece, ho iniziato a vedere davvero chi sono, a sentirmi più uomo, più pulito. A sentirmi vivo. E a ripensare alla mia terra, la vostra terra, di cui sono figlio e che pure così tanto ho violato. Chiedo scusa ai comuni del Gargano cui è legato il mio nome: la mia adorata Vieste, Mattinata, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, Foggia. Chiedo scusa al Ministero dell’Interno, al Ministero della Giustizia, alla Regione Puglia, alla Fai- Federazione delle Associazioni Antiracket e Anti Usura Italiane. Chiedo scusa ad ogni singolo cittadino che ho sfiorato con i miei agiti.

Non posso cambiare le azioni nefaste che ho compiuto nella mia prima vita; ma posso mettere tutto me stesso per essere un uomo migliore in questa mia seconda, ecco perché sto intraprendendo anche un percorso di Giustizia Riparativa, e sarò pronto a portare a compimento i progetti che mi verranno proposti. Ma ci sono altre scuse che sento salirmi dal profondo del cuore, un cuore che finalmente appartiene ad un uomo e non ad una bestia: chiedo scusa ai familiari delle vittime coinvolte in questa guerra di mafia, e ai familiari di tutte le vittime innocenti. Il pensiero corre ad una data che ha segnato per sempre il mio percorso, e il percorso di questa terra: 09 agosto 2017. Pur non avendo ricoperto alcun ruolo in quella tragica giornata, il mio pensiero, le mie scuse e la mia richiesta di perdono vanno alle famiglie di Luigi e Aurelio Luciani. I colpevoli delle loro morti non sono solo gli autori materiali della strage, ma lo siamo tutti, tutti i mafiosi della mia terra sono colpevoli indirettamente. Me compreso. La responsabilità di quanto da me fatto, di quello che sono stato, è un bagaglio enorme e pesantissimo che sto portando giorno dopo giorno. Ed è giusto così. Ma in questi ultimi due anni, fortunatamente – mi si conceda l’avverbio – ho avuto l’opportunità di rendermi conto che il mio arresto, avvenuto nel febbraio 2024 dopo un anno di latitanza conseguente alla mia evasione, è stato la mia salvezza. Mi sono trovato solo a vivere il momento peggiore della mia vita, e in quella solitudine ho capito che le redini del mio destino erano nelle mie mani. Si è aperta così dentro di me la strada del coraggio. Un coraggio diverso, nuovo più potente di quello che conoscevo – pensavo, di conoscere. Beninteso, è stato un cammino travagliato, difficile, non privo di sofferenza il mio. Ma è stato anche il cammino che mi ha allontanato per sempre da una vita fatta di latitanze, fughe, galera, inganni, tradimenti, disprezzo per le vite. Un mondo sterile e vuoto, che per anni però ha rappresentato l’unica realtà che conoscevo, l’unica realtà che riuscivo a concepire. Ero pervaso da principi, credenze, legami che ritenevo essenziali per la mia esistenza, e che si sono rilevati nient’altro che pietre, macigni che mi tenevano sommerso nel fango della violenza, dei reati, dell’odio e della vendetta.

Marco Raduano; a sinistra, un momento dell’evasione dal carcere di Nuoro

Nelle prime settimane dopo il mio arresto, ristretto in una cella d’isolamento del “41 Bis” nel carcere dell’Aquila, la coscienza mi ha messo con le spalle al muro, e dentro di me qualcosa ha iniziato a smuoversi. Circondato dai libri come unico spiraglio verso l’esterno, mi sono trovato un giorno a sfogliare pagine scritte dal giudice Giovanni Falcone, proprio colui che la legge per i collaboratori di Giustizia l’ha voluta e ci ha fortemente creduto. «Possiamo sempre fare qualcosa. Basta cominciare…». Nel buio di una cella minuscola, nel silenzio rotto delle urla dei miei pensieri, quella frase è risuonata per giorni, finché ho capito quello che avrei dovuto fare: mi sono affidato allo Stato, ho affidato allo Stato la mia famiglia. Sono diventato un collaboratore di Giustizia. È stata come una chiamata, per me, e trovare il coraggio di seguirla è stato il mio vero viaggio. Un viaggio verso l’autentico me, una promessa di eticità, onestà, correttezza morale. Ed ogni giorno, da allora, cerco di essere all’altezza di quella promessa. Collaborando, mi sono impegnato a sottoscrivere un contratto ad oggetto pubblico in cui trovano applicazione i principi generali del codice civile: buona fede, lealtà e correttezza. Il mio dovere morale è quello di dire la verità, ed è quello che ho fatto e sto facendo, riferendo quanto in mia conoscenza anche sulla strage aberrante di San Marco in Lamis.

Spero che il mio contributo, unitamente a quello di altri collaboratori di Giustizia e alle collaterali e incessanti indagini svolte dall’autorità giudiziaria – che non si fermano – possa davvero portare ad una svolta decisiva per individuare gli artefici di quei barbari ed inutili omicidi. Questa mia è anche per voi, perché spero che a passare dalla parte giusta, la parte dello Stato, siano tanti altri mafiosi della nostra terra. Perché lo Stato arriverà comunque a fare piena luce sui tanti casi ancora irrisolti. Lo Stato vince, lo Stato vince sempre. Ora lo so. E allora l’auspicio è che i colpevoli arrivino a mettersi una mano sul cuore, a smuovere le loro coscienze, e scelgano di intraprendere il viaggio che ho intrapreso io. Che scelgano di collaborare, perché questo li renderebbe più uomini, più essere umani, più degni di rispetto. Il rispetto vero, non quello che si ottiene con la paura. Mi rivolgo a voi, proprio a voi, miei ex complici, ex alleati, ex rivali. A voi vada il mio appello, il mio invito, il mio incitamento. Questa mia testimonianza. Mi rivolgo a voi, colpevoli della strage del 9 agosto 2017 e a chi, per un motivo o per l’altro, oggi è dietro le sbarre a sperare in una libertà che non arriverà mai o che non rispecchierà mai del tutto il senso della parola stessa. A chi è coinvolto direttamente e indirettamente nella strage che è costata la vita ai poveri fratelli Luciani. Un salto che invito anche chi non ha premuto il grilletto a fare, chi non è stato l’artefice della morte di persone innocenti, e che invece, oggi, è il solo a pagare la pena per tutti, il parafulmine di un clan che vi ha solo usato e sfruttato. Conosco la filosofia mafiosa di chi promette Mare e Monti, ma vi invito a guardare la realtà: in mano avete solo un pugno di mosche.

Scrivo queste righe per chi sente che è tempo di cambiare. Per chi ha dentro una voce che dice “non è più questa la mia strada” ma non sa ancora come svoltare: trovate il coraggio di seguire quella chiamata. SALVATEVI, perché potete ancora farlo. E mi rivolgo anche alle vostre famiglie, alle vostre mogli o compagne, ai vostri figli: se volete bene, se amate, se volete riabbracciare i vostri cari uomini liberi, uomini redenti, convinceteli a collaborare con la Giustizia. Fate sì che dimostrino così il loro amore per voi. Lo Stato si prenderà cura di voi tutti, sarete inseriti un contesto civile, sano, lontano dalla mafia, avulso dalle logiche mafiose. Potete garantire ai vostri figli un futuro diverso, un futuro vero. Fatevi promotori e portatori di coraggio, inducete chi si è macchiato di questi gravi delitti a passare dalla parte dello Stato. Chi sa e non parla è colpevole. Chi è stato condannato e non fa niente per dare Giustizia e verità è un colpevole perenne. Chi non collabora con la Giustizia è complice. Tutti possono dare un piccolo contributo per aiutare la nostra terra. Sappiate però che per collaborare ci vuole coraggio, non codardia. L’infame non sono io. L’infame è la cultura mafiosa che si è annidata in voi, sono gli ideali sbagliati a cui credete, la malattia infettiva dell’odio che vi ha contagiato. Non sono io a dovermi vergognare, ma voi che ancora non collaborate perché chiusi dietro una maschera di omertà. Cambiate il vostro domani, apritevi alla strada del coraggio, amatevi, in galera ci siete voi con tutta la vostra sofferenza, per sopportare il peso di questa vita siete spezzati dal dolore, dalle paure, dai rimorsi. Dal tarlo di quello che sarebbe potuto diventare il vostro presente, se avreste condotto un passato diverso. Trovate la forza e il coraggio di collaborare con la Giustizia, da quella vita si può uscire se lo si vuole davvero, ve lo dice uno che ha attraversato le tenebre, le peggiori avversità, i veri dolori, e che adesso sta mettendo tutto se stesso in questa collaborazione, coadiuvato dalla serietà, dalla fiducia, dalla professionalità che ho riscontrato da parte di chi gestisce la mia collaborazione, la mia sicurezza, il mio domani.

La nomea da boss, la caratura criminale, il rispetto, il potere che pensate di vantare stanno solo nella vostra testa, credetemi. In realtà sapete bene che nemmeno lì ci sono veri valori, siamo sul Gargano, dove la mafia non ha, e non conosce, codici di onore, non ha moralità, si tradisce, si infamia, si ammazzano persone innocenti, si spara davanti a donne e bambini, a volte proprio ai bambini. Per diventare dei “boss” ci siamo dovuti trasformare in belve feroci. Vivendo fuori da ogni logica civile, come se quella fosse la normalità. In questa vita sarà un complice a tradirvi, un rivale ad ammazzarvi, una sentenza a mettere la parola fine. Non lo dice Marco Raduano, lo dice la Storia. Dissociatevi da quelle scelte, da quella sottocultura, da quei pensieri che vi fanno credere legittimo usare le armi e uccidere delle persone. In una guerra cosi distorta, cosi arcaica, così stupida e inversa che ci fa distruggere reciprocamente. Svegliatevi da quel falso sogno, le prigioni vere sono solo quelle che avete costruito nelle vostre teste.

Date Giustizia alle vittime di mafia, alle morti ancora senza colpevoli, ripulite il vostro nome, sprigionate i veri valori della vita che ognuno di noi ha relegato dentro, aiutate la nostra terra a liberarsi da questo male. Le collaborazioni nella nostra terra non sono più un fatto inusuale, prima di voi ci sono stati altri a collaborare, ad accusarvi, a puntarvi il dito contro, a dire la verità. Chi dice la verità, NON tradisce MAI. Esiste un sistema di protezione efficace, solido, sicuro. Se oggi la mafia è molto meno agguerrita e potente rispetto agli anni in cui uccideva a raffica, un decisivo contributo allo smantellamento di organizzazioni malavitose proviene proprio dalla legge sui collaboratori di Giustizia, e saremo sempre più numerosi a passare dalla parte dello Stato; non perdete tempo a soppesare se farlo o no, fatelo e basta, non vi fate illudere dalle papabili assoluzioni, cavilli giudiziari, o nell’impunità, ci sarà sempre una Giustizia divina, lì ad assolvervi non ci sarà nessuno. Riponete la speranza sulla roccia della Giustizia e non sulle sabbie mobili della mafia. Salvatevi, non rimanete soli, fossilizzati in una cella, dove viene strappata anche la dignità, uscite da quella leggenda che “la galera ve la mangiate”, è “la galera a mangiarvi e a portavi via, amori e anni della vostra vita che non ritorneranno più”. Affidatevi alla chiesa, alla preghiera, ai Santi della nostra terra, P. Pio, San Michele Arcangelo; nel silenzio delle notti nella vostra prigionia fatevi guidare e consigliare da loro che sapranno essere sicuramente più affidabili e credibili dello scrivente. Provate a ritrovare voi stessi, amatevi. Io sarei dovuto morire il 21 marzo 2018, nella giornata dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, evidentemente il destino doveva dirmi qualcosa, doveva portarmi qui, in questo progetto d’inclusione, e forse un 21 marzo sarò in mezzo alla società, dalla parte giusta, a portare quella che è una testimonianza di ex mafioso e vittima scampata alla mafia, a contrastare la cultura mafiosa; essere quel seme della speranza che non muore mai, di una scommessa che non voglio perdere, con lo sguardo fiero di avercela fatta, una preghiera per potercela fare ancora.

L’organizzazione mafiosa nella nostra terra è ancora presente ma la mannaia della Giustizia sta infliggendo duri colpi, non lasciate questa cattiva eredità ai vostri figli. Non aspettate che il carcere vi consumi e vi logori. Non fingete che il carcere non vi divori, non indossate maschere da eroi. Non aspettate che la morsa della disperazione vi stritoli e vi devasti. Anche chi, ormai, ha un ergastolo definitivo, può gradualmente tornare a vivere, ad abbracciare i suoi figli, che un giorno capiranno che quella di collaborare è stata l’unica scelta giusta. Uscite da quegli schemi e da quei retaggi mafiosi. Datevi la possibilità di tornare ad amare e di essere amati. Il momento più faticoso è proprio quello di prendere la decisione, di fare la scelta di collaborare, uno spazio intermedio, è lì che si combatte la battaglia più intensa e silenziosa. Iniziate con piccoli passi. Chiedete un supporto, un consiglio, un colloquio con i magistrati, concedetevi questa possibilità. Io ci sono riuscito. I fratelli Francavilla – storica famiglia mafiosa Foggiana – ci sono riusciti. Se volete potete riuscirci anche voi. Collaborare con la Giustizia per me era un salto nel buio, ma oggi posso dire che sia stato un salto nella luce. Chi collabora viene accolto, aiutato, supportato. La collaborazione non la si concede in base alla simpatia. Esiste una legge che riconosce uno status a chi collabora.

Cambiate il futuro dei vostri figli, delle vostre famiglie. Abbiate il coraggio di ammettere la vostra sconfitta, quello che è stato, è stato. Nella collaborazione con la Giustizia si può e si deve credere, e sono grato per la possibilità che mi è stata data, perché salvandomi dalla mafia, ho salvato il mio futuro. È un traguardo invisibile, non si ricevono medaglie, eppure quando si raggiunge, si percepisce con chiarezza che qualcosa è successo. Che qualcosa, dentro, si è trasformato. Un traguardo che, nella vita, non è solo un punto di arrivo, ma di partenza. Collaborare con la Giustizia, non è una sconfitta, ma un trionfo. Capitelo, come l’ho capito io. Perché l’unica vittoria possibile, l’unica cosa che mi rende veramente potente, è guardarmi allo specchio senza il desiderio di abbassare lo sguardo, abbracciare le persone che amo, fare del mio passato una testimonianza e fare del mio presente un progetto.

Marco Raduano Località Protetta, 24.06.2026

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