Resta in carcere Francesco Abbruzzese, 49 anni, conosciuto negli ambienti investigativi con il soprannome di “Stoppino”, ritenuto dagli inquirenti un membro del clan Moretti e tra i principali indagati nell’operazione antimafia eseguita lo scorso 11 maggio a Foggia.
L’uomo ha infatti rinunciato al ricorso presentato davanti al Tribunale della Libertà con cui chiedeva la revoca della misura cautelare. La sua posizione resta quindi invariata nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari.
Le accuse del blitz dell’11 maggio
L’operazione aveva portato all’arresto di 18 persone accusate, a vario titolo, di estorsioni consumate e tentate, detenzione di sostanze stupefacenti e armi, con l’aggravante del metodo mafioso e della finalità di agevolare la “Società foggiana”.
Secondo l’impostazione accusatoria, Abbruzzese risponderebbe di 13 dei 19 capi d’accusa complessivamente contestati: cinque episodi estorsivi, quattro tentativi di estorsione, due contestazioni legate alla detenzione di cocaina e due relative ad armi.
Il ritorno sulla scena dopo la scarcerazione
Per gli investigatori, dopo la scarcerazione avvenuta il 24 marzo 2024, una volta espiata una condanna per associazione mafiosa, tentata estorsione e armi, Abbruzzese avrebbe rapidamente ripreso contatti e attività nel contesto criminale foggiano.
L’inchiesta ipotizza che il gruppo avrebbe preso di mira imprenditori, commercianti, operatori del settore alberghiero e aziende del territorio attraverso richieste estorsive e pressioni finalizzate al pagamento del cosiddetto pizzo.
Tra gli elementi raccolti dagli investigatori figurano numerose intercettazioni nelle quali si farebbe riferimento alla gestione delle somme estorsive, al mantenimento dei detenuti affiliati e a possibili azioni punitive nei confronti di chi non si sarebbe adeguato alle richieste del sodalizio criminale.
Le dichiarazioni delle vittime e le intercettazioni
L’accusa si fonda inoltre sulle dichiarazioni di alcune presunte vittime del racket che avrebbero riferito di essere state avvicinate per richieste di denaro riconducibili al gruppo criminale.
Secondo la ricostruzione investigativa, emergerebbe un sistema di controllo del territorio fondato su intimidazioni, minacce e recuperi coattivi di crediti, modalità che gli inquirenti ritengono espressione delle dinamiche tipiche della criminalità organizzata foggiana.
L’inchiesta prosegue mentre restano al vaglio dell’autorità giudiziaria le posizioni degli altri indagati coinvolti nel blitz.












