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Home - “Mo’ li dobbiamo uccidere a tutti”: le parole choc di Scirpoli nelle carte sul duplice omicidio di Apricena

“Mo’ li dobbiamo uccidere a tutti”: le parole choc di Scirpoli nelle carte sul duplice omicidio di Apricena

Dall’inchiesta della Dda emergono i retroscena della latitanza di Pietro La Torre, Francesco Scirpoli e Angelo Bonsanto nella cava di Apricena dopo l’evasione dal carcere di Foggia. Nel mirino del clan anche Roberto Prencipe, ritenuto vicino ai Li Bergolis-Miucci

Di Francesco Pesante
15 Maggio 2026
in Gargano, Inchieste
Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Roberto Prencipe

Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Roberto Prencipe

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Si dichiara innocente, nega di essere un boss mafioso, ridimensiona i rapporti con presunti affiliati e collaboratori di giustizia e prova a spiegare come casuali alcune delle vicende che negli anni lo hanno visto coinvolto. Ma per la Direzione distrettuale antimafia di Bari e per il gip resta uno dei riferimenti di vertice del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, rivale dei montanari Li Bergolis-Miucci dopo una vecchia scissione.

È uno dei passaggi più significativi contenuti nelle nuove carte dell’inchiesta sul duplice omicidio di Nicola “mezzochilo” Ferrelli e dello zio Antonio Petrella, uccisi il 20 giugno 2017 alla periferia di Apricena in un agguato di mafia maturato, secondo gli investigatori, nella guerra tra clan per il controllo del traffico di droga nell’area dell’Alto Tavoliere, territorio del clan di Poggio Imperiale, Di Summa-Ferrrelli.

Per quel delitto la squadra mobile e la Dda hanno individuato quattro presunti responsabili: il manfredoniano Pietro La Torre detto “U’ Muntaner”, “Pi-pi” o “U’ figlie du poliziot”, 44 anni, e il coetaneo mattinatese Francesco Scirpoli “Il lungo” o “Bacchettone”, arrestati il 25 settembre 2025, oltre a Matteo Lombardi, 56 anni, ergastolano montanaro, trapiantato a Manfredonia, detto “A Carpnese”, e Luigi Ferro, 57 anni di San Marco in Lamis, alias “Gino di Brancia”, arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di concorso nel duplice omicidio aggravato da premeditazione e metodo mafioso.

La versione di La Torre davanti ai pm

Nell’ordinanza cautelare firmata dal gip Gabriella Pede vengono riportate anche le dichiarazioni rese da La Torre nel novembre 2025, quando chiese di essere interrogato per respingere tutte le accuse.

Il 44enne ha negato di essere conosciuto con il soprannome “Pì Pì”, indicato invece da diversi collaboratori di giustizia. Ha spiegato di aver conosciuto l’ex boss di Vieste, Marco Raduano detto “Pallone” in carcere a Foggia tra il 2000 e il 2001, definendo i rapporti con il boss viestano poi divenuto collaboratore di giustizia come occasionali.

Ha inoltre parlato della sua amicizia con Scirpoli, sostenendo che il rapporto sarebbe nato durante un processo, e ha fornito la propria versione sull’arresto avvenuto il 14 aprile 2020 in una cava di Apricena, quando venne trovato insieme a due evasi dal carcere di Foggia.

Secondo La Torre, la sua presenza in quel luogo sarebbe stata casuale: da latitante, avrebbe semplicemente chiesto qualcosa da mangiare. Peccato che in quell’abitazione ci fossero personaggi di spessore criminale come lo stesso Scirpoli, evaso un mese prima durante la maxi fuga del 9 settembre di 72 detenuti dal penitenziario foggiano, Angelo Bonsanto, “figlioccio” del boss Rocco Moretti e Michele Lombardi detto “U’ cumbarill”, figlio di Matteo. Il duplice omicidio di Apricena sarebbe stato eseguito proprio per favorire l’ascesa di Bonsanto nel territorio dell’Alto Tavoliere a scapito dei Di Summa-Ferrelli.

Per gli inquirenti, Scirpoli e Bonsanto “approfittarono della rivolta evadendo dal carcere di Foggia al fine di ‘ricongiungersi’ con La Torre, considerato in quel lasso temporale già uno dei capi del ‘rimodulato’ clan mafioso”.

L’indagato ha anche cercato di ridimensionare il significato delle intercettazioni con il cognato Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, ucciso nel novembre 2019 nella guerra di mafia tra il suo gruppo e il clan rivale Li Bergolis-Miucci.

L’obiettivo da eliminare: “Roberto della Montagna”

Dalle carte è emerso anche il presunto piano dei latitanti durante la convivenza nella cava di Apricena. L’intenzione era quella di “richiamare a raccolta tutti gli altri sodali in quanto Scirpoli e La Torre volevano pianificare la vendetta per la morte del loro sodale Ricucci: i due avevano individuato come vittima sacrificale Roberto Prencipe detto “Piter”, “il cacciatore” o “Roberto della Montagna”, appartenente al clan Li Bergolis-Miucci e fedelissimo del boss Enzo Miucci. Così il pentito Andrea Quitadamo, ex alleato di Scirpoli&co.: “Scirpoli e La Torre volevano preparare subito la vendetta a Ricucci, che era da poco stato ucciso; dovevamo fare per forza qualcosa, mi ricordo che dicevano. Mi ricordo che Scirpoli diceva: ‘Se non li distruggiamo mo a questi non li distruggiamo più perché siamo latitanti, mo’ li dobbiamo uccidere a tutti quanti’… Il principale era Roberto ‘della Montagna’, Roberto Prencipe mi ricordo…”.

Prencipe, 39 anni, è uno degli affiliati ai Li Bergolis più misteriosi, rintanato a Ruggiano, frazione montagnosa tra Manfredonia e Monte Sant’Angelo, non utilizza telefonini e dialoga solo di persona, “un uomo all’antica”. Per i pentiti avrebbe preso parte alla famigerata strage di San Marco in Lamis e per il clan si occuperebbe di omicidi, armi e stupefacenti.

Il gip: “Era uno dei capi del clan”

Nel frattempo, le spiegazioni rese da La Torre vengono respinte dal giudice. Nell’ordinanza il gip richiama quanto emerso nel processo “Omnia Nostra”, conclusosi in primo grado il 30 aprile scorso con la condanna di La Torre a 30 anni per mafia, tentato omicidio di Giovanni Caterino, basista della strage di San Marco, e altri reati “minori”.

Secondo il giudice, dalle indagini sarebbe emerso che La Torre e Marco Raduano “facevano riferimento a un unico centro decisionale”, inizialmente guidato da Mario Luciano Romito e, dopo la sua uccisione nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, da Pasquale Ricucci e Matteo Lombardi, “con immediatamente in subordine La Torre”.

Il gip definisce inoltre “fantasiosa” la giustificazione fornita sull’incontro nella cava di Apricena del 2020.

Il summit nella cava di Apricena

Per il gip, quando La Torre, Scirpoli e Bonsanto vennero arrestati nella cava di Apricena nell’aprile 2020, non si trattava di un incontro casuale.

Il giudice parla apertamente di un summit mafioso in corso. In quel periodo, scrive il gip, il clan era impegnato su due fronti: da una parte la guerra con i Li Bergolis, dall’altra il sostegno al gruppo di Marco Raduano nella faida di Vieste contro il clan Iannoli-Perna.

Secondo il giudice, le dichiarazioni rese da La Torre “non scalfiscono le risultanze investigative” e non mettono in discussione l’attendibilità dei nove collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni costituiscono l’ossatura dell’inchiesta sul duplice omicidio di Ferrelli e Petrella.

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