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Home - Il “figlioccio di Moretti” e il piano “per conquistare Foggia e provincia”: i pentiti svelano il movente del duplice omicidio di Apricena

Il “figlioccio di Moretti” e il piano “per conquistare Foggia e provincia”: i pentiti svelano il movente del duplice omicidio di Apricena

Nei verbali di Raduano, Pettinicchio e Francavilla emerge il progetto criminale dei clan foggiani e garganici: “Volevano prendersi tutto”. Ferrelli e Petrella uccisi perché ostacolavano gli affari di droga ed estorsioni del gruppo legato a Rocco Moretti

Di Francesco Pesante
11 Maggio 2026
in Gargano, Inchieste
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Dietro il duplice omicidio di Nicola Ferrelli detto “mezzo chilo” e Antonio Petrella ci sarebbe stata una strategia criminale precisa, finalizzata al controllo del territorio tra Apricena e San Severo, con interessi legati al traffico di droga, alle estorsioni e agli equilibri mafiosi tra Gargano e provincia di Foggia. È quanto emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia riportate negli atti dell’inchiesta, dove vengono ricostruiti i rapporti tra i clan e i retroscena dell’agguato.

Secondo i pentiti, il movente del delitto del 20 giugno 2017, commesso per la DDA da Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Luigi Ferro, quest’ultimo autista del commando, sarebbe riconducibile al fatto che le due vittime avrebbero interferito negli affari di Angelo Bonsanto, ritenuto una sorta di “figlioccio” del boss di Foggia, Rocco Moretti e legato agli ambienti criminali riconducibili a Marco Raduano, Francesco Scirpoli e Matteo Lombardi.

Il ruolo di Bonsanto e il legame con il clan Moretti

Dalle dichiarazioni emerge come Bonsanto fosse attivo nel traffico di stupefacenti, nelle estorsioni e negli omicidi, muovendosi nell’orbita dei clan foggiani e garganici. Lo stesso sarebbe poi diventato, secondo gli atti, l’esecutore materiale dell’omicidio di Omar Trotta (ergastolo in primo grado), episodio durante il quale Raduano avrebbe avuto modo di conoscerlo personalmente.

Nei verbali viene riportato che Bonsanto parlava delle vittime con disprezzo, definendole “porci” e lasciando intendere che rappresentassero un ostacolo ai suoi interessi criminali sul territorio.

Il video dell’agguato e la paura di essere riconosciuti

Raduano racconta di aver appreso del duplice omicidio guardando la televisione, dove venivano trasmesse le immagini della telecamera che aveva ripreso l’esecuzione. Quelle immagini avrebbero generato forte preoccupazione all’interno del gruppo criminale, soprattutto perché il fisico di Scirpoli detto “il lungo” o “Bacchettone” era ritenuto facilmente riconoscibile.

Nonostante i timori, i componenti del gruppo decisero di non parlare apertamente dell’accaduto, anche per evitare eventuali intercettazioni.

Secondo il racconto del collaboratore di giustizia, Scirpoli avrebbe poi confessato direttamente a Raduano, alla presenza di La Torre, di essere stato uno degli esecutori materiali del duplice omicidio.

“Hai visto come li abbiamo combinati? Li abbiamo macellati”, avrebbe detto Scirpoli, spiegando anche di aver cambiato due caricatori di kalashnikov durante l’azione di fuoco.

La confessione di La Torre e il dettaglio del gesto riconoscibile

Nei verbali viene riportato anche un particolare inquietante. Raduano avrebbe rimproverato La Torre per un gesto fatto con la mano durante l’agguato, ritenendolo potenzialmente utile alla sua identificazione. “Ruotò con la mano nel senso della morte, questa rotazione l’ha fatta identica nell’omicidio di Silvestri”.

La Torre avrebbe replicato sostenendo che nessuno, oltre a Raduano, conoscesse quel suo modo abituale di gesticolare.

“Purtroppo mi esce naturale”, avrebbe detto ridendo, minimizzando il rischio di essere riconosciuto dalle immagini.

Raduano racconta di aver identificato Scirpoli dal fisico, dal modo di camminare e persino dalla postura mentre sparava. Anche La Torre sarebbe stato riconosciuto per il modo di camminare “a gambe un po’ divaricate”.

“Li seguivamo da una settimana”

Secondo quanto riferito dai collaboratori, il duplice omicidio sarebbe stato pianificato con estrema attenzione. La Torre avrebbe spiegato a Raduano che il gruppo aveva seguito le vittime per oltre una settimana prima di entrare in azione.

“Hai visto ad Apricena noi? Quando non siamo sicuri non partiamo a fare l’azione. Siamo stati più di una settimana dietro, fin quando abbiamo fatto l’esecuzione quando eravamo certi”.

Parole che delineano un’organizzazione strutturata e metodica.

Il commando armato e la dinamica dell’esecuzione

Gli atti ricostruiscono anche la composizione del gruppo di fuoco. Alla guida dell’auto ci sarebbe stato Luigi Ferro, mentre Matteo Lombardi occupava il sedile anteriore. Nei sedili posteriori, invece, sedevano Scirpoli e La Torre.

Secondo Raduano, gli assassini avrebbero utilizzato una pistola calibro 9×21, un kalashnikov e uno o due fucili calibro 12.

Lombardi avrebbe sparato con la pistola, utilizzata — secondo quanto riferito — per il cosiddetto “colpo di grazia”.

“Quando affianchi la macchina, il kalashnikov o il fucile sparano subito quattro-cinque colpi. Quando li esaurisci poi esci la pistola”, racconta Raduano nei verbali.

Un altro dettaglio riguarda il rischio di “fuoco incrociato”: il gruppo avrebbe criticato Lombardi per essersi spostato dal lato guida durante la sparatoria, rischiando di essere colpito dagli stessi complici.

Il T-Max regalato dopo il delitto

Dopo il duplice omicidio, Raduano racconta di aver incontrato Scirpoli, trovandolo in possesso di un T-Max di ultima generazione.

Secondo quanto riferito dal collaboratore, il motociclo sarebbe stato un “regalo” di “zio Rocco”, cioè di Rocco Moretti, per la disponibilità dimostrata nell’eseguire gli omicidi.

Gli approfondimenti investigativi avrebbero poi ricostruito la catena di intestazioni fittizie del mezzo, collegandolo ad ambienti storici della Società foggiana e alla batteria “Moretti-Pellegrino-Lanza”.

La guerra per il controllo del territorio

I collaboratori di giustizia indicano nel controllo del traffico di droga e delle estorsioni il vero movente dell’omicidio.

Secondo Matteo Pettinicchio, ex numero due del clan Li Bergolis-Miucci, il gruppo riconducibile a Moretti, Mario Romito e altri esponenti mafiosi puntava a conquistare progressivamente il controllo di Foggia e provincia.

Nei verbali si parla di accordi tra i clan di Torremaggiore, Gargano e San Severo, con l’obiettivo di eliminare i rivali e consolidare un potere egemonico sul territorio.

“Volevano prendere tutta Foggia e provincia”, racconta Pettinicchio, spiegando come si parlasse apertamente anche dell’eliminazione di lui e di Renzo Miucci.

“Erano persone da abbattere”

Anche Giuseppe Francavilla conferma il quadro investigativo. Secondo il collaboratore foggiano, Ferrelli e Petrella erano considerati rivali nella gestione del traffico di droga e vicini agli ambienti legati ai Sinesi e ai Francavilla.

“Erano persone da abbattere”, dichiara Francavilla, spiegando come in quel periodo il clan Moretti fosse federato con i gruppi del Gargano attraverso la figura di Gino Ferro.

Nei verbali si parla di una vera e propria “cupola” criminale composta da Moretti, La Piccirella, Romito, Ricucci, Lombardi, La Torre e Raduano.

Secondo Francavilla, le decisioni più importanti sarebbero state prese proprio dai vertici del sistema mafioso foggiano e garganico, in un’alleanza che avrebbe avuto l’obiettivo di controllare traffici illeciti e territori strategici della provincia.

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