Il processo “Ambiente Svenduto” sull’ex Ilva di Taranto potrebbe perdere alcuni dei principali capi d’accusa prima ancora della sentenza di primo grado. Come riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno, nel corso dell’ultima udienza davanti alla Corte d’assise di Potenza, i difensori di diversi imputati hanno chiesto che vengano dichiarati prescritti i reati di associazione a delinquere, omissione dolosa delle cautele sui luoghi di lavoro e anche la concussione contestata all’ex governatore pugliese Nichi Vendola.
Secondo i legali, sarebbe ormai trascorso troppo tempo dai fatti contestati perché il procedimento possa arrivare a una decisione nel merito su quei reati. Una ricostruzione sulla quale, riferisce ancora La Gazzetta del Mezzogiorno, avrebbe sostanzialmente concordato anche la Procura di Potenza, ritenendo corretti i calcoli relativi ai termini di prescrizione, ad eccezione della posizione dell’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso.
Il nuovo processo dopo l’annullamento della sentenza
Il procedimento si sta celebrando a Potenza dopo che, nel settembre 2024, la Corte d’assise d’appello di Taranto aveva annullato la sentenza di primo grado. Oggi sul banco degli imputati restano 18 persone fisiche e tre società, mentre inizialmente gli imputati erano 47.
Nelle prossime udienze saranno le parti civili a intervenire sulle richieste avanzate dalle difese. Successivamente toccherà alla Corte decidere se dichiarare o meno prescritti i reati contestati.
L’eventuale accoglimento delle istanze consentirebbe ad alcuni imputati di uscire dal processo. È il caso di Nichi Vendola, accusato di concussione per presunte pressioni esercitate, secondo l’accusa, sull’allora direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato affinché assumesse una linea più morbida nei confronti dello stabilimento siderurgico. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra giugno 2010 e marzo 2011.
Le accuse ai vertici dell’ex Ilva
L’accusa di associazione a delinquere riguarda invece, tra gli altri, Nicola Riva, Fabio Riva, l’ex direttore Luigi Capogrosso, alcuni fiduciari dell’azienda e l’avvocato Francesco Perli.
Secondo la ricostruzione accusatoria, gli imputati avrebbero fatto parte di una struttura organizzata che avrebbe operato attraverso relazioni istituzionali, tecniche e politiche per evitare iniziative considerate dannose per la continuità produttiva della fabbrica.
A rischio prescrizione anche il reato di omissione dolosa delle cautele sui luoghi di lavoro, contestato ai Riva, ai fiduciari e a diversi dirigenti dello stabilimento.
Nel capo d’imputazione si contesta la mancata gestione adeguata degli impianti che avrebbe provocato “lo sversamento di una quantità imponente di emissioni diffuse e fuggitive in atmosfera”, ritenute nocive per la salute dei lavoratori e dei residenti delle aree circostanti.
Secondo l’accusa, quelle emissioni provenivano da diverse aree dello stabilimento, tra cui parchi minerali, cokerie, acciaierie e impianti di agglomerazione, provocando “malattia e morte” tra i lavoratori esposti.
Restano disastro ambientale e avvelenamento alimentare
Se la Corte dovesse accogliere le richieste delle difese, resterebbero comunque in piedi le accuse di disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari, quest’ultima considerata la contestazione più grave dal punto di vista giuridico.
Anche il reato di disastro ambientale, tuttavia, secondo quanto emerge dal procedimento, si avvicinerebbe ai termini di prescrizione.
L’allarme dell’indotto: “Così non si va avanti”
Intanto, mentre il processo prosegue, cresce nuovamente la preoccupazione per il futuro industriale dell’ex Ilva e delle aziende collegate al siderurgico.
A lanciare l’allarme, sempre sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno, è stato il presidente di Aigi, l’associazione che rappresenta circa l’80% delle imprese dell’indotto, Nicola Convertino.
“Ridare slancio alla produzione ed effettuare i lavori di adeguamento degli impianti potrà essere fatto soltanto immettendo nel sito produttivo ingenti risorse di denaro”, ha dichiarato.
Convertino ha definito la situazione “grave ma non seria”, richiamando una celebre frase di Ennio Flaiano per descrivere una crisi che “continua a trascinarsi tra rinvii, promesse vane e prestiti ponte incapaci di risolvere i problemi strutturali”.
Secondo il presidente di Aigi, i 149 milioni di euro recentemente concessi non sarebbero sufficienti neppure a coprire i costi di gestione dei prossimi due mesi.
Il rischio di nuove chiusure
La situazione finanziaria rischia così di aggravare ulteriormente le difficoltà delle aziende dell’indotto, molte delle quali devono ancora recuperare crediti arretrati.
“Non serve essere un esperto di finanza aziendale per capire che, perdurando questo stato di fatto, sia praticamente impossibile andare avanti”, ha affermato Convertino.
Da qui l’appello rivolto alla politica e alle istituzioni: “Qualcuno auspica forse che altre aziende chiudano? Che altro personale venga messo per strada? Che Taranto sia condannata alla macelleria sociale?”.
Il presidente di Aigi ha infine chiesto “una decisione definitiva” sul futuro dell’ex Ilva, accusando la politica di continuare a rinviare scelte ormai non più procrastinabili.











