I “Racastill” e il fantasma dei Li Bergolis: Manfredonia stenta a liberarsi dalla piovra del malaffare. E nessuno fa nulla

Ancora violenze in Ase, l’azienda dei rifiuti. I recenti episodi criminali sembrano ricalcare in pieno ciò che i commissari scrissero ben tre anni fa nella relazione che portò allo scioglimento per mafia del Comune

A Manfredonia tiene banco la questione Ase, l’azienda dei servizi ecologici che sarebbe, ormai da anni, sotto lo scacco della famiglia “Racastill”, ovvero i Fatone, citati ampiamente nella relazione della commissione d’accesso agli atti che portò allo scioglimento per mafia del Comune sipontino nel 2019. I recenti episodi criminali sembrano ricalcare in pieno ciò che i commissari scrissero ben tre anni fa. Nel corso del tempo nessuna amministrazione ha mai ripristinato legalità all’interno dell’Ase e i Fatone, protagonisti di varie vicende di cronaca, avrebbero spadroneggiato indisturbati fino al giorno d’oggi. L’ultimo episodio inquietante risale a sabato 2 luglio quando Michele Fatone e suo figlio Raffaele avrebbero pestato a sangue il capo del personale Domenico Manzella: “Se oggi non cambi il turno a mio figlio e viene lunedì mattina a lavorare, tu muori!”, la minaccia proferita prima delle botte. Il caso ha scatenato la forte reazione di istituzioni e politica, debole quella della giunta Rotice che si è limitata al solito post su Facebook. I comunicati stampa ufficiali, come ogni amministrazione che si rispetti, sono pura eresia in riva al golfo. Sul caso Ase, inoltre, si registra l’assordante silenzio dell’assessore competente al ramo Basta.

Intanto, i Fatone continuerebbero ad aleggiare in maniera preoccupante sull’Ase e non solo: parenti dei “Racastill” – alcuni con precedenti penali gravi – sarebbero impiegati presso il cimitero cittadino, a conferma di una situazione tutt’altro che bonificata dopo lo scioglimento.

Ma veniamo alla relazione del 2019: “Di assoluto interesse appare la presenza di tre esponenti della famiglia Fatone – scrissero i commissari -, di cui uno, Michele, con un ruolo di rilievo nell’area tecnica (di Ase, ndr), in quanto ispettore. Oltre a Michele, anche Raffaele e Ciro, rispettivamente figlio e fratello del primo. Si fa presente che il figlio di Ciro Fatone, Francesco, è cognato di Francesco Armiento, scomparso da Mattinata il 27 giugno 2016 e ritenuto vittima di lupara bianca, considerato soggetto contiguo agli ambienti di Antonio Quitadamo, detto ‘Baffino'”, quest’ultimo fresco di collaborazione con la giustizia. 

La commissione d’accesso ricordò due episodi “di pregnante interesse” riguardanti Michele e Raffaele Fatone, “poiché i comportamenti protervi e le modalità usate sono sintomatici della possibile appartenenza a contesti delinquenziali. Innanzitutto, nel 2015, a seguito di un licenziamento, Raffaele Fatone aggredì in più occasioni, ed anche per mezzo di una spranga di ferro, gli ormai ex datori di lavoro, presso la loro abitazione e in strada. Gli stessi trovarono anche le ruote delle proprie automobili tagliate. Durante l’aggressione a colpi di spranga presso il domicilio, intervenne pure il padre di Raffaele, Michele. Questi, dapprima cercò di calmare e disarmare il figlio, successivamente si unì a lui nel minacciare le parti offese (titolari di un mobilificio), proferendo – a quanto si legge sugli atti del procedimento – minacce piuttosto gravi. Tra l’altro, rivolgendosi all’ex datore di lavoro del figlio, Michele Fatone avrebbe pure affermato ‘hai fatto lo sbaglio più grande della tua vita, adesso dovete sparire da Manfredonia, come ho fatto con un’altra persona’. Gli episodi in cui i Fatone, padre e figlio, diedero in escandescenza proseguirono nel gennaio del 2019. Particolare attenzione deve essere data ai fatti del 5 gennaio”.

In quella circostanza i Fatone si scagliarono contro un dipendente di A.S.E. s.p.a., durante un turno di lavoro svolto insieme ad altro collega della medesima partecipata comunale nei pressi di una pescheria della città. Le vittime erano accusate dai “Racastill” di ricevere pesce gratis dai titolari dell’attività: “Quando vengono questi (riferendosi ai due lavoratori della municipalizzata) dovete fare presto perché devono spicciarsi (…) non dovete dare il pesce a loro due perché vengono pagati‘. Di fronte a queste affermazioni, la parte offesa rispose che quanto affermato era falso, non avendo mai preteso alcunché dai titolari della pescheria. A questo punto Fatone, dapprima il padre, poi anche il figlio nel frattempo sopraggiunto, si scagliarono sull’uomo, colpendolo con un paio di cazzotti e strattonandolo sino a provocare traumi e la lacerazione della tuta da lavoro indossata.

Secondo la commissione d’accesso “quella che potrebbe apparire come un’ordinaria scaramuccia, nasconde – a ben vedere – più gravi fenomeni. Al di là del ricorso alla violenza ed alle intimidazioni, colpisce la protervia usata, ma – ed è questo il punto – la particolare attenzione dedicata dai Fatone, per altro liberi dal servizio, ad un’attività commerciale legata al pescato”.

Legami pericolosi

Sul conto di Michele Fatone la commissione evidenziò una “non estraneità del soggetto, nonché di alcuni suoi familiari, rispetto al cenacolo mafioso che opprime questo territorio”. Ed è qui che spunta l’inchiesta “Iscaro-Saburo”, maxi operazione antimafia del 2004 conclusasi nel 2011 con il “certificato di mafiosità” deciso dalla Cassazione per i clan del Gargano.

Nella relazione che portò allo scioglimento del Comune di Manfredonia si parlò di due pezzi da Novanta della criminalità montanara, i fratelli Franco e Matteo Li Bergolis, nipoti del patriarca Ciccillo. In evidenza un episodio risalente al luglio 2001. “Franco Li Bergolis incontrò Damiano Albonino con il quale discusse della questione di un costruttore manfredoniano ricorso al prestito di soldi, con interessi usurai, dagli zii di Albonino, Michele Fatone e Vincenzo Fatone (fratello di Michele e di Ciro, ndr). Nel contenzioso, poiché il costruttore non poteva onorare ai fratelli Fatone gli interessi maturati, intervenne Albonino, nipote dei Fatone che s’interessò per il recupero del denaro dall’edile. La vittima ricorse all’aiuto dei Li Bergolis che richiamarono Albonino per sistemare la questione. Nel contesto della conversazione intercettata – riportò ancora la relazione -, Franco Li Bergolis per conto del clan di appartenenza ribadì ad Albonino che il costruttore già stava elargendo soldi con interessi usurai ai Li Bergolis, ma Albonino, impassibile, replicò che questi erano affari del costruttore che doveva comunque restituire, come da impegni esistenti, i soldi ai fratelli Fatone”.

Poche ore dopo Albonino si incontrò nuovamente con i fratelli Franco e Matteo Li Bergolis, “per risolvere la questione concernente i soldi che il costruttore manfredoniano doveva elargire, con interessi usurai, agli zii di Albonino. Pure Giovanni Albonino, fratello di Damiano, è un dipendente di A.S.E. s.p.a. – si legge -, con qualifica di lavoratore socialmente utile. Gli Albonino sono cugini di primo grado dei Fatone Michele e Ciro. Infatti, Giovanni e Damiano Albonino sono figli di Antonio e Leonarda Fatone, quest’ultima sorella di Michele, di Ciro, di Vincenzo. I fratelli Albonino (Giovanni dipendente di ASE s.p.a.) sono cugini dei Fatone più volte citati nel corso di questa relazione. Damiano Albonino, assieme ai suoi zii Fatone, era già stato menzionato perché coinvolto nel procedimento Iscaro-Saburo e ritenuto prossimo alla famiglia mafiosa dei Li Bergolis di Monte Sant’Angelo”.

Nulla, nel giro di un ventennio, sembra essere cambiato in riva al golfo: finora solo spot e frasi di circostanza ma non un reale impegno a ripristinare legalità. Sfiduciati i cittadini, sempre più convinti che nessuno sia in grado – o abbia voglia – di cambiare le sorti di Manfredonia. Non resta che sperare in un intervento della Prefettura di Foggia, in attesa del nuovo prefetto – forse l’ex questore Mario Della Cioppa – dopo l’addio per pensionamento di Carmine Esposito. (In alto, Franco e Matteo Li Bergolis; sotto, Michele e Raffaele Fatone; a destra, il prefetto di Foggia Carmine Esposito e la sede ASE; sullo sfondo, il golfo di Manfredonia)

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