Mafia, in provincia di Foggia è Moretti “il padrino” indiscusso. Si rafforza asse coi giovani boss del Gargano e San Severo

Il suo clan presente nei maggiori interessi affaristici della Capitanata. Questo è emerso anche dall’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia

Comanda “il porco”. Ci sarebbe ancora Rocco Moretti al vertice della “Società Foggiana” secondo l’ultima relazione della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) che inserisce il clan da lui capeggiato dentro i maggiori sodalizi locali, dal Gargano al Tavoliere. Rocco Moretti, 68 anni, ha passato in carcere 27 degli ultimi 29 anni. L’ultima volta fuori, ma in regime di serveglianza speciale, ci è stato dalla primavera del 2016 all’ottobre 2017 quando fu riportato in cella per estorsioni. Circa un anno e mezzo utile a tessere le sue trame, sfruttando anche le difficoltà dei rivali Sinesi-Francavilla che anche la DIA reputa in affanno a causa della detenzione di tutti i capi: Roberto Sinesi, il figlio Francesco e i fratelli Emiliano e Antonello Francavilla.

“Il porco”, storico soprannome del boss, avrebbe rafforzato i propri legami con i garganici e i sanseveresi. Proprio a San Severo negli ultimi anni sono stati ammazzati pezzi da novanta come Severino Palumbo nel 2015 e soprattutto Nicola Salvatore detto “Nicolin dieci e dieci”, eliminato in una profumeria insieme alla moglie, nel 2017

Per la DIA “si continua ad assistere all’ascesa di alcuni gruppi sanseveresi che si starebbero affermando a scapito di altri”. Gli occhi sono puntati soprattutto sui La Piccirella e in particolare sul 60enne Giuseppe Vincenzo La Piccirella, detto “il professore”, stesso soprannome del più noto Raffaele Cutolo, boss napoletano che nel 1979 “benedì” la mafia foggiana nello storico vertice presso l’Hotel Florio.

Stando ad una recente inchiesta degli inquirenti, La Piccirella sarebbe vicino a Moretti in quanto coinvolto, assieme al boss foggiano, nel tentativo di estorsione scoperto ad ottobre 2017. Legami tra i due sarebbero emersi anche nelle indagini sull’omicidio di Matteo Lombardozzi, 50enne di San Severo ucciso il 14 luglio 2017 in un’area di servizio a pochi chilometri dal centro dell’Alto Tavoliere, sulla Statale 16. L’uomo, all’epoca in semi libertà, stava tornando in carcere quando alcuni sicari lo trucidarono a colpi di kalashnikov. Lombardozzi, pregiudicato, era il dipendente “factotum” dell’imprenditore che a ottobre scorso denunciò proprio Rocco Moretti, per estorsioni. Insieme al “Mammasantissima”, finì dietro le sbarre anche Domenico Valentini, classe ’72. L’omicidio Lombardozzi, stando ai ben informati, potrebbe svelare la rete di interessi che legherebbe la mafia foggiana a quella di San Severo, fino ai clan del Gargano.

L’omicidio Lombardozzi

Ma perchè Lombardozzi fu ammazzato? Secondo le ipotesi al vaglio, il 50enne pregiudicato si sarebbe intromesso in difesa dell’imprenditore taglieggiato. “Considerando il suo profilo criminale non è escluso che si fosse messo in mezzo. Lombardozzi fu ammazzato pochi giorni prima della denuncia dell’imprenditore. Crediamo poco alle coincidenze”, hanno detto gli investigatori.

I capi del clan Moretti-Pellegrino-Lanza: da sinistra, Rocco Moretti detto “il porco”, Pasquale Moretti detto “il porchetto” e Vincenzo Antonio Pellegrino detto “capantica”

D’altronde procura e carabinieri conoscono bene i legami tra i Moretti e i gruppi sanseveresi e su quella pista intendono battere, senza tralasciare i clan del Gargano che in passato favorirono la latitanza di Pasquale Moretti detto “porchetto”, figlio del capomafia Rocco. Dietro a tutto questo ci sarebbe sempre la guerra per il controllo dei traffici di droga, soprattutto quelli tra promontorio e Albania che fruttano ogni anno milioni di euro per le casse delle batterie malavitose.

Marco Raduano

Secondo fonti ben informate, l’asse Foggia-San Severo-Gargano potrebbe tirar fuori numerose tracce utili alle indagini. La mente degli inquirenti va anche alle quattro persone arrestate a Torremaggiore l’11 agosto 2017, due giorni dopo la strage di San Marco in Lamis. Quattro giovani che secondo i carabinieri erano pronti a mettere a segno un agguato sanguinario. Tra gli arrestati spuntò pure Tommaso Alessandro D’Angelo, classe ’85 di Foggia, nullafacente, ritenuto “vicino” alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.

Sul Gargano, gli affari tra il clan Moretti e i gruppi di Monte Sant’Angelo e Vieste non sono mai mancati. Anche oggi che il clan Libergolis è in difficoltà per via della detenzione dei capi storici (ergastolo per Armando Libergolis, 26 anni per Franco e Matteo), le redini sarebbero nelle mani del giovane Enzo Miucci, nuovo punto di riferimento per i foggiani sul Gargano.

Girolamo Perna

A lui vanno aggiunti altri giovani capi clan, i viestani Marco Raduano e Girolamo Perna, in guerra tra loro per il predominio del centro garganico dopo l’azzeramento della famiglia Notarangelo e la conseguente scissione delle nuove leve del crimine. Secondo la DIA sarebbe in atto un’alleanza proprio tra Perna e Miucci.

L’ascesa dei Moretti

In foto, Raffaele Cutolo e il corpo senza vita di Giosuè Rizzi ammazzato in via Napoli a Foggia

La criminalità organizzata foggiana iniziò ad avere una sua configurazione verso la fine degli anni ’70 ed i primi ’80, quando, a seguito delle mire espansionistiche della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, si registrò la nascita in Puglia della Nuova Camorra Pugliese. A conferma dell’importanza accreditata dal fondatore della N.C.O. alla componente foggiana, fu proprio la terra di Capitanata ad ospitare nel 1979 presso l’Hotel Florio il celebre summit che sancì ufficialmente la nascita della Nuova Camorra Pugliese, all’interno della quale un ruolo di primo piano venne immediatamente assunto proprio dai foggiani Giosuè Rizzi e Giuseppe Iannelli.

Dopo quell’incontro, il clan facente capo a Pinuccio e Nicola Laviano, che in qualche modo provarono ad affermare la Sacra Corona Unita anche a Foggia, dovette cedere il passo alla fazione emergente capeggiata da Rocco Moretti e da Gerardo Agnelli, detto anche lui “Professore”, ai quali si affiancò Giosuè Rizzi, dopo la sua scarcerazione avvenuta nel 1986. Fu una strage eclatante, degna della Chicago degli anni venti, passata alla storia come la strage del “Bacardi”, a mettere definitivamente fine alle velleità espansionistiche dei Laviano e a sancire l’ascesa del “porco” e dei suoi più fedeli alleati, Vito Bruno Lanza “U’ lepre”, Mario Francavilla e, appunto, Giosuè Rizzi (che il boss Salvatore Annacondia, detto “Manomozza” soprannominava il “Papa di Foggia”). Furono loro a dare vita alla nuova consorteria criminale denominata “Società Foggiana”, destinata, qualche anno dopo, ad essere giudizialmente riconosciuta come vera e propria associazione di tipo mafioso. 

Negli anni ’90, la “Società” si divise in tre batterie: i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e i Trisciuoglio-Tolonese. Sette le guerre di mafia registrate fino ad oggi per il controllo del territorio.

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