Mafia a Monte Sant’Angelo, i motivi del no al ricorso: “Elementi concreti su infiltrazioni criminali”

L’arresto di Ciccillo Libergolis, morto ammazzato nel 2009

Una bocciatura senza appello quella del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso dell’ex giunta Di Iasio e dei consiglieri di maggioranza della lista civica “Monte nel cuore” contro lo scioglimento del Comune di Monte Sant’Angelo per mafia.

Stando alla sentenza del tribunale amministrazione, “emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”. Parole forti per motivare la decisione di respingere il ricorso presentato dai vecchi amministratori.

“Il ricorso in esame – spiegano i giudici – si profila infondato”E “non meritevoli di considerazione si appalesano le contestazioni rivolte all’analisi di contesto – effettuata nella relazione del Prefetto – e basate sull’affermazione che gli interessi della mafia si sarebbero spostati negli anni verso realtà economiche più aggredibili, nell’area di Manfredonia, e sul rilievo che dagli anni novanta le famiglie -OMISSIS- (si fa riferimento ai clan Pacilli e Libergolis, ndr) non vivrebbero più a Monte Sant’Angelo. Si osserva in contrario – si legge ancora sulla sentenza – che i suddetti clan hanno mantenuto nella zona in considerazione non solo le loro famiglie ma anche il centro degli interessi anche economici, come risulta dall’accertamento effettuato dal Comando Provinciale Carabinieri di Foggia, contenuto in atti”.

L'arresto di Giuseppe Pacilli detto “Peppe u’ Montanar”
L’arresto nel 2011 di Giuseppe Pacilli detto “Peppe u’ Montanar”

Candidabili ma respinti

A nulla è valso il tentativo dei ricorrenti di far valere quando disposto dal tribunale di Foggia che a maggio 2016 respinse l’azione della Prefettura tesa ad ottenere la dichiarazione di incandidabilità di alcuni amministratori comunali.

“Si osserva a riguardo – spiegano dal Tar – che i provvedimenti invocati, peraltro non ancora definitivi, non solo non hanno alcuna diretta efficacia sull’odierno giudizio, ma neppure indirettamente possono fornire elementi utili per la decisione rimessa al Collegio, diversi essendone i presupposti.

E, invero, la predetta ordinanza ha avuto riguardo ai contenuti della relazione prefettizia, concentrandosi essenzialmente su alcuni elementi al fine di stabilire se valevano o meno a dimostrare l’esistenza di collegamenti diretti o indiretti fra gli ex amministratori di cui era stata proposta l’incandidabilità e la criminalità organizzata di stampo mafioso.

Il decreto di scioglimento all’odierno esame, invece, si fonda su un’istruttoria che risulta principalmente dalla relazione della Commissione d’Accesso e, diversamente dalla ordinanza e dalla sentenza citate, non poggia esclusivamente su fatti e circostanze riguardanti i predetti amministratori ma su valutazioni afferenti alla situazione complessiva dell’Ente, di tal che, scarsa significatività, ai fini della verifica di legittimità degli atti in questa sede impugnati, assumono le affermazioni contenute nei provvedimenti predetti”.

Monte sant'angelo - Rione Junno

“Clan radicato nella città micaelica”

Il tribunale ha quindi confermato “la presenza nell’apparato amministrativo e burocratico del Comune di persone legate da vincoli di parentela, affinità e frequentazione con noti esponenti di spicco della criminalità mafiosa locale. Acclarata, inoltre, l’attuale operatività, nella zona di Monte, di clan mafiosi presenti nella schedatura delle cosche operata nella “Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento”. Ed è confermato come al vertice del clan Libergolis, un soggetto risultava avere intrattenuto molteplici rapporti e frequentazioni con amministratori e imprenditori locali”.

Sempre sulla sentenza si legge del “profondo radicamento nella città micaelica dell’organizzazione mafiosa nota come “clan dei -OMISSIS-” (i Libergolis, ndr), e la sua connotazione quale una delle consorterie più potenti della provincia di Foggia”. Infine, sottolineata “la mala gestione amministrativa finalizzata agli scopi che la misura di rigore è intesa a prevenire”.

Il ricorso era stato presentato da Antonio Di Iasio, Felice Scirpoli, Pietro Accarino, Giuseppe Ciuffreda, Michele Ferosi, Giovanni Granatiero, Matteo Savastano, Marco Galli, Domenico Ciuffreda, Vincenzo Totaro, Francesco Granatiero, Antonio Pettinicchio, Mario Troiano, Matteo Taronna, rappresentati e difesi dagli avvocati Franco Gaetano Scoca, Stefano Salvatore Scoca, Antonio Senatore e Lucia Murgolo contro il Ministero dell’Interno, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Territoriale del Governo – Prefettura di Foggia, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura generale dello Stato.