E ora salvate la memoria di Marco Pantani perchè di giallo ci basta quello di Nibali

Vincenzo Nibali e Marco Pantani, due gialli sui pedali. Da una parte il nuovo campione del ciclismo italiano. La storia della sua faccia da bravo ragazzo fresco vincitore del tour de France e di una maglia gialla appiccicata al petto.

Vincenzo Nibali e Marco Pantani, due gialli sui pedali. Da una parte il nuovo campione del ciclismo italiano. La storia della sua faccia da bravo ragazzo fresco vincitore del tour de France e di una maglia gialla appiccicata al petto. Dall’altra il fenomeno delle montagne. Una vita sempre vissuta al limite tra il vincente e il perdente. A dieci anni dalla sua morte il giallo irrompe di nuovo nella sua storia. Stavolta non è quello della maglia sbottonata mentre stringe denti, naso e bocca in una volta sola sul Carpegna. E’ il giallo sulla sua scomparsa. Overdose? Suicidio? Omicidio?. Questi sono sole tre dei punti interrogativi che accompagnano da sempre la biografia del pirata. A cominciare da Madonna di Campiglio, dove forse morì per la prima volta. Controllo a sorpresa. Neanche tanto. I giornalisti lo sapevano prima. Perfino il re delle rapine Renato Vallanzasca rivelò prima del ritiro che Marco, quel giro, nn lo avrebbe finito. Anche lui lo sapeva e si era preparato. Ma niente. Balle su balle sui livelli di ematocrito al limite, che alla fine non servirono nemmeno a squalificarlo ma a tutelarlo. Falso. Servirono a deprimerlo. Servirono ad ucciderlo per la prima volta. Nessuna sostanza dopante eppure tutti a trattarlo come un tossico. Giornali per primi.

La barra di resistenza del Pirata venne sballata. Fu un duro colpo da cui non riuscì più a riprendersi. E poi si che la droga è arrivata nella sua vita. La fragilità del Pirata era pari alla sua sensibilità. E si sa: i cuori teneri sono i primi a morire in guerra. E lui è morto sul serio. Per la seconda e ultima volta. In quell’hotel di Rimini in cui la scena del crimine è stata trattata come un set di un film di terz’ordine, dove gli oggetti li trovi in un ciak a destra e in un altro a sinistra. Quanto disordine in quella stanza d’albergo mezza distrutta. Sangue sul divano. Sos partiti dalla D5 verso la reception che invece non ha recepito un bel niente. Cibo cinese che il Pirata schifava. E poi si: la cocaina. Ma mai sono state prese le eventuali impronte presenti. Mai neanche prese in considerazione nonostante la scena stesse raccontando più storie. Dopo l’autopsia il medico che si porta a casa sua i prelievi anatomici sul cuore di Marco. Una marea di contraddizioni che hanno riempito pagine di quotidiani e di romanzi. Ora quei quotidiani tornano a parlare di lui e i romanzi tornano ad essere dei gialli.

Mentre Nibali prova a cancellare la sporcizia che galleggia nel ciclismo, tornando a pedalare forte sulle stesse montagne dove Pantani stracciava tutti, si riapre il caso sulla morte del pirata. Ritorna l’ipotesi dell’omicidio. Mamma Tonina dopo anni di battaglie è riuscita a ottenere una nuova inchiesta. Non ho mai tollerato le toghe col telecomando. Quelli che dal divano riescono a decidere se Parolisi ha massacrato Melania o quale fosse la parte di zì Michè nell’omicidio della piccola Sarah. Per questo non condanno nessuno ma insinuo. Insinuo che Marco Pantani ha fatto degli errori evidenti nella sua vita da eroe rinnegato. Ad ucciderlo è stata più la sua fragilità che la cocaina o qualche oscuro assassino. Insinuo che tutta la verità finora è stata nascosta. Insinuo che i giornalisti non hanno fatto tutti bene il proprio lavoro, né lo hanno fatto i ‘CSI’ italiani. Insinuo che oggi nella D5 del Residence Le Rose ci starà dormendo un discotecaro X da riviera romagnola, e che le prove dell’eventuale omicidio di Marco Pantani probabilmente sono sparite. Se ci sono trovatele, perché di giallo ci basta quello di Nibali. 





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