TeleVisti n.9

La sigla è un concentrato straordinario di doppi sensi e metafore praticamente impossibili da descrivere. Dopodiché “Masters of Sex” tutto è tranne che una serie tv di stampo pruriginoso. Ovviamente non è “Don Matteo” ed è senz’altro molto meno violenta di “Criminal Minds”.

Del buon sesso in prima serata. La sigla è un concentrato straordinario di doppi sensi e metafore praticamente impossibili da descrivere. Dopodiché “Masters of Sex” tutto è tranne che una serie tv di stampo pruriginoso. Ovviamente non è “Don Matteo” ed è senz’altro molto meno violenta di “Criminal Minds”. È una delle creature “made in Usa” che Sky Atlantic propone ai suoi abbonati. Il racconto si basa sulla biografia del ginecologo e sessuologo William Masters e della psicologa Virginia Johnson che, a cavallo degli anni sessanta, segnarono la prima vera rivoluzione sessuale. Il tutto è basato sulla fisiologia umana nel suo rapporto con il sesso. Le vicende hanno uno sfondo fortemente psicologico e scientifico, ed è notevole la scrittura della sceneggiatura che si destreggia in un filone tutt’altro che facile. Niente morti ammazzati o intrighi di potere, ma sesso dall’inizio alla fine, senza tabù ma soprattutto senza luoghi comuni e volgarità. In Italia se n’è parlato molto quando la serie è partita soprattutto per quell’esigenza – inconscia a molti commentatori della stampa nazionale – di affrontare subito e di petto le cose che potrebbero creare qualche imbarazzo. Di “Master of Sex” se n’è parlato soprattutto per rimarcare il ruolo della donna in quegli anni, e della sua emancipazione rispetto al resto del mondo. Il punto vero è che gli Stati Uniti – dal punto di vista televisivo – continuano a essere molto più emancipati di tutti. Sky Atlantic, “Master of Sex”.

 

inondaToglietemi tutto, ma non il talk show. Togliersi il vizio del talk show almeno in estate? Assolutamente no. Così La7 rilancia anche il suo “In Onda” in prima serata per sostituire “Otto e Mezzo” di Lilli Gruber che si prende la pausa estiva. E con due conduttori di eccezione: Alessandra Sardoni, cronista politico del Tg e presidente dell’associazione Stampa Parlamentare, e Salvo Sottile, reduce dal flop di “Linea Gialla” (chiuso pure in anticipo). Caso singolare: una volta gli insuccessi venivano “sanzionati” se non altro con qualche, anche breve, periodo di purgatorio in orari improbabili nel palinsesto. Invece Sottile viene praticamente “premiato” con la prima serata. I soliti maligni sostengono che il ragazzo debba comunque fare carriera. È pur sempre il marito del direttore di SkyTg24 Sarah Varetto. Quindi è bravo a prescindere. A parte questo, il programma – che sta facendo gli ascolti (bassi) del periodo estivo ed è quindi un riempitivo – è il solito tentativo di raccontare la politica in modo diverso dagli altri. Chiaramente senza riuscirci. La7, “In Onda”.

 

tv14pollici/1. Gli ascolti? Chissenefrega. A onor del vero il “Ballarò” di Giovanni Floris ha sempre fatto ottimi ascolti: prima serata, parterre sempre nutrito e mediamente (e anche moderatamente) litigioso, più il traino di Crozza. Eppure Floris sta per approdare a La7 sapendo benissimo che dovrà sudare per raggiungere uno share a due cifre. Però Urbano Cairo gli darà più del doppio di quello che gli avrebbe dato la Rai. Oddio, non l’avrà fatto per soldi?!

 

14pollici/2. Per Serena Bortone, conduttrice estiva di “Agorà” su Rai3 in Italia non servono serie tv alla “House of Cards” perché “la realtà – italiana, ndr – è più che sufficiente!” quindi perché proporre al pubblico qualcosa del genere? Probabilmente si riferiva al fatto che i talk show della tv generalista raccontano la politica in modo già sufficientemente finto. A cosa servirebbe, dunque, un’ulteriore fiction?!

 

14pollici/3. Mai annunciare un “finale di stagione” se poi torni in video meno di un mese dopo. Lo ha fatto Felice Sblendorio col suo “Culturalmente Impegnato” per presentare il Manfredonia Festival 2014 su Manfredonia Tv. È una questione di semantica televisiva: se chiudi il programma non lo riapri se non nella nuova stagione. Se fai uno “speciale”, usi un altro nome.