Dopo decenni di silenzio, superstizioni e caccia indiscriminata, la foca monaca torna a far parlare di sé in Puglia. Lo riporta La Gazzetta del Mezzogiorno. Alcuni esemplari sono stati avvistati lungo le coste del Parco Naturale Regionale “Costa Otranto – Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase”, segnando un momento storico per la biodiversità del Mediterraneo. Considerata tra i mammiferi marini più minacciati al mondo, la sua presenza testimonia non solo la salute degli ecosistemi, ma anche l’efficacia delle politiche di tutela attuate negli ultimi anni.
Un tempo ritenuta una nemica dai pescatori, accusata di danneggiare le reti e scacciare i pesci, la foca monaca è oggi un simbolo di resilienza naturale. “Il ritorno lungo le nostre coste è un segnale straordinario e rappresenta il frutto di un impegno costante nella salvaguardia degli habitat”, ha dichiarato Michele Tenore, presidente del Parco. “Ma è anche una responsabilità collettiva: dobbiamo garantire che il mare resti un rifugio sicuro per lei e per tutte le specie che lo abitano”.
Un progetto per la rinascita della biodiversità marina
Proprio in questo contesto, riporta sempre gazzetta, prende forma SEALIFE, un progetto da 1,2 milioni di euro finanziato dal Programma Interreg VI-A Grecia-Italia 2021/2027, che punta a proteggere la foca monaca e il suo habitat naturale. Coordinato dal Parco Naturale Regionale, in collaborazione con ISPRA, ARPA Puglia, l’ONG greca Archipelagos e il Centro Ellenico di Ricerca Marina (HCMR), SEALIFE si propone di realizzare attività di monitoraggio scientifico e supporto gestionale nelle Aree Marine Protette e nei siti Natura 2000 del Mar Ionio.
“È la dimostrazione concreta che la cooperazione territoriale può tutelare la natura e allo stesso tempo generare sviluppo economico”, ha sottolineato Alessandro Delli Noci, assessore regionale allo sviluppo economico. “Il coinvolgimento delle comunità locali è decisivo per il successo del progetto”.
La rivoluzione dell’eDNA: monitoraggio senza disturbo
Tra le novità più significative, l’impiego della tecnica dell’eDNA (DNA ambientale), che permette di rilevare la presenza della foca attraverso l’analisi delle tracce genetiche lasciate nell’acqua marina, senza interferire con gli animali. Si tratta della prima applicazione su larga scala di questa metodologia nel Mediterraneo, un passo avanti per la ricerca scientifica e la conservazione ambientale.
Le aree coinvolte non sono casuali: secondo il piano UNEP per la protezione della biodiversità marina, le coste del basso Adriatico e dello Ionio centro-settentrionale sono cruciali per la sopravvivenza della specie.
“Questo lavoro aumenterà il valore naturalistico dei nostri mari, che già attraggono un turismo sempre più attento all’ambiente”, ha dichiarato Nicola Ungaro, direttore dell’Unità Ambienti Naturali di ARPA Puglia.
Un’alleanza tra Italia e Grecia per salvare la “strega dei mari”
“Il progetto è un esempio virtuoso di come il mare possa unire territori e popoli”, ha evidenziato Gianfranco Gadaleta, coordinatore del segretariato Interreg Grecia-Italia. “Solo attraverso la condivisione di un obiettivo comune possiamo davvero tutelare il nostro patrimonio naturale”.
Ma SEALIFE non si rivolge solo ai ricercatori: vuole coinvolgere cittadini, operatori turistici e comunità locali in un percorso di sensibilizzazione, partecipazione e tutela attiva. Dopo essere stata per secoli demonizzata come una “strega dei mari”, oggi la foca monaca diventa una messaggera di speranza. Un ritorno che non riguarda solo una specie, ma l’intero equilibrio del Mediterraneo.














