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Home - Lupare bianche e omicidio, gli indagati tacciono davanti al gip: parla solo Renato Quitadamo

Lupare bianche e omicidio, gli indagati tacciono davanti al gip: parla solo Renato Quitadamo

Interrogatori di garanzia nell'inchiesta della Dda di Bari. La misura cautelare del mattinatese, fratello dei pentiti "Baffino", è stata attenuata dal gip, che ha disposto i domiciliari: una decisione che potrebbe essere legata agli elementi forniti

Di Francesco Pesante
15 Luglio 2026
in Apertura, Gargano
Renato Quitadamo e Francesco Armiento

Renato Quitadamo e Francesco Armiento

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Primi sviluppi giudiziari dopo il blitz della Direzione distrettuale antimafia di Bari che nei giorni scorsi ha portato all’esecuzione di numerose misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sulle “lupare bianche” di Francesco Armiento, scomparso nel 2016 e Francesco Libergolis, sparito nel 2011 oltre che sull’omicidio di Ivan Rosa, ammazzato nel 2014.

Secondo quanto si apprende, nel corso degli interrogatori di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari, la quasi totalità degli indagati si sarebbe avvalsa della facoltà di non rispondere.

L’unica eccezione sarebbe Renato Quitadamo

L’unico ad aver scelto di rispondere alle domande del gip e della procura sarebbe stato Renato Quitadamo, di Mattinata, fratello dei collaboratori di giustizia Antonio e Andrea Quitadamo detti “Baffino”, un tempo amico di Armiento.

Un elemento che assume particolare rilievo anche alla luce del provvedimento adottato dallo stesso giudice, che ha disposto nei suoi confronti la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari.

Al momento non sono stati resi noti i contenuti dell’interrogatorio, né le motivazioni del provvedimento. Tuttavia, il fatto che Quitadamo sia stato l’unico a rendere dichiarazioni e che contestualmente abbia ottenuto una misura meno afflittiva potrebbe far ipotizzare che le sue parole siano state ritenute di interesse investigativo. Si tratta, allo stato, di una semplice ipotesi, in assenza di conferme ufficiali da parte della procura o dell’autorità giudiziaria.

Il caso Armiento

Secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbero tre le possibili causali prese in esame per spiegare la scomparsa e l’uccisione di Francesco Armiento.

La prima pista conduce all’incendio dell’auto di Francesco Pio Gentile, ritenuto boss di Mattinata e ucciso in un agguato nel 2019. Per gli inquirenti sarebbe stato proprio Armiento ad appiccare il rogo. Un episodio che avrebbe innescato forti tensioni e che avrebbe portato Renato Quitadamo ad accompagnarlo a un incontro chiarificatore, sfociato, secondo l’ipotesi accusatoria, nell’omicidio del giovane.

Un secondo movente ipotizzato è di natura passionale. Nelle carte dell’inchiesta si fa riferimento ad alcuni messaggi ritenuti sospetti tra Armiento, descritto come una persona solita intrattenere relazioni con donne sposate, e la moglie di Renato Quitadamo. Un elemento che gli investigatori inseriscono nel quadro indiziario per ricostruire il possibile deterioramento dei rapporti tra i due.

Infine, gli inquirenti valutano anche una terza ipotesi. Pochi giorni prima della scomparsa di Armiento, ai carabinieri sarebbe giunta una segnalazione su un presunto deposito di armi che potrebbe essere stato riconducibile proprio a Renato Quitadamo. Secondo gli investigatori, non si esclude che la soffiata possa essere partita dallo stesso Armiento. I controlli effettuati all’epoca dai militari, tuttavia, non portarono ad alcun ritrovamento.

Le accuse al centro dell’inchiesta

L’operazione della Dda, ricostruita nei dettagli nei giorni scorsi, ruota attorno a tre tra i più gravi episodi attribuiti alla criminalità organizzata garganica.

Gli investigatori contestano, a vario titolo, le presunte responsabilità nella scomparsa e nell’uccisione di Francesco Armiento e Francesco Libergolis, due vicende rimaste per anni senza una verità processuale e ricondotte al fenomeno delle cosiddette “lupare bianche”, oltre all’omicidio di Ivan Rosa, maturato nel contesto delle sanguinose faide che hanno segnato il Gargano.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia si fonda sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, su riscontri investigativi e su una lunga attività d’indagine volta a ricostruire gli equilibri e le dinamiche interne ai clan operanti sul promontorio.

I nomi

Per queste vicende nei giorni scorsi DDA di Bari e carabinieri del ROS hanno arrestato Antonio Quitadamo, il fratello Andrea e l’altro fratello Renato, soprannominati “Baffino”, tutti di Mattinata; i primi due collaboratori di giustizia. Poi ancora un altro pentito, Francesco Notarangelo detto “Natale” di Mattinata, Francesco Scirpoli detto “Il lungo” di Mattinata, Giuseppe Lorusso detto “Mussolini” di Manfredonia, Michele Silvestri alias “U’ russ” di Mattinata, Matteo Lombardi detto “A’ carpnese” di Manfredonia e Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” di Manfredonia.

Attese le prossime mosse della procura

Dopo gli interrogatori di garanzia, il procedimento entrerà ora in una nuova fase, con la valutazione degli elementi raccolti e delle eventuali istanze difensive.

Resta da capire se le dichiarazioni che avrebbe reso Renato Quitadamo possano avere sviluppi investigativi o incidere sulla ricostruzione accusatoria della procura. Per il momento, però, il contenuto dell’interrogatorio resta coperto dal riserbo e ogni valutazione sulle sue eventuali ricadute processuali appare prematura.

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Tags: Andrea QuitadamoAntonio QuitadamoDda BariFoggiaFrancesco ArmientoFrancesco Li BergolisgarganoIvan Rosalupare biancheMafia garganicaMattinataRenato Quitadamo
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