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Home - I maghi del travestimento: il marchio di fabbrica del clan garganico per sequestrare e uccidere i nemici

I maghi del travestimento: il marchio di fabbrica del clan garganico per sequestrare e uccidere i nemici

Le nuove carte dell'inchiesta che ha portato a nove arresti ricostruiscono il delitto di Francesco "Faccia di pecora" Libergolis. Secondo i collaboratori Antonio e Andrea Quitadamo, il commando avrebbe simulato un posto di blocco utilizzando divise della Guardia di Finanza, palette, lampeggiante e manette

Di Francesco Pesante
7 Luglio 2026
in Apertura, Gargano
Mario Romito, Francesco Scirpoli e Giuseppe Lorusso

Mario Romito, Francesco Scirpoli e Giuseppe Lorusso

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L‘arte del travestimento come arma di guerra mafiosa. Non soltanto pistole, fucili e agguati, ma anche uniformi delle forze dell’ordine, palette di segnalazione, lampeggianti e persino manette per sorprendere le vittime e neutralizzarle senza destare sospetti.

È uno degli aspetti più inquietanti che emerge dall’ordinanza dell’operazione eseguita ieri contro il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, culminata con nove arresti per omicidi e lupare bianche della guerra di mafia garganica. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Quitadamo, detto “Baffino”, e del fratello Andrea Quitadamo “Baffino jr” consegnano agli investigatori il racconto di un’organizzazione che, secondo l’accusa, avrebbe trasformato il travestimento in una vera e propria tecnica operativa.

Un metodo che richiama un episodio già emerso anni fa nelle carte giudiziarie: nell’autunno del 2002, secondo una testimonianza raccolta durante il maxi processo alla mafia garganica, il gruppo guidato da Mario Luciano Romito, boss ucciso nella strage di San Marco, avrebbe partecipato alle ricerche del latitante Gianluigi Quitadamo indossando pettorine dei carabinieri. All’epoca quella circostanza fu riferita da un appuntato dell’Arma e alimentò uno dei filoni più discussi del processo.

Dal falso posto di blocco ai travestimenti: un copione che si ripete

Le nuove indagini descrivono un copione sorprendentemente simile.

Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, il 24 giugno 2011 il bersaglio era Francesco Libergolis, conosciuto come “Faccia di pecora”, parente degli esponenti di spicco dell’omonimo clan.

Per la Direzione distrettuale antimafia sarebbe stato eliminato perché ritenuto coinvolto nel precedente tentato omicidio di Antonio Quitadamo, episodio che avrebbe acceso la spirale di vendette tra le due fazioni.

Per fermarlo, sostiene l’accusa, non sarebbe stato organizzato un semplice agguato.

Il commando avrebbe simulato un controllo delle forze dell’ordine.

Divise della Guardia di Finanza, lampeggiante e palette

Le dichiarazioni di Antonio Quitadamo descrivono nei dettagli la preparazione dell’azione.

Racconta che il gruppo recuperò “i fucili, le pistole, le divise”, precisando che “tenevamo le divise da finanzieri”. Il lampeggiante arancione sarebbe stato addirittura modificato e verniciato di blu per renderlo simile a quello utilizzato dalle forze di polizia.

Secondo il collaboratore, nella Fiat Grande Punto rubata utilizzata dal commando erano già presenti le due divise della Guardia di Finanza, la paletta di segnalazione e il lampeggiante, mentre le armi sarebbero state recuperate successivamente.

Anche Andrea Quitadamo, nelle sue dichiarazioni, conferma che il mezzo era stato predisposto con tutto il necessario per simulare un controllo stradale.

Le manette comprate a Manfredonia

Un dettaglio che colpisce gli investigatori riguarda le manette.

Nei verbali, Antonio Quitadamo attribuisce a Francesco Scirpoli detto “il lungo” il compito di procurarle.

Secondo il collaboratore, sarebbero state acquistate proprio a Manfredonia, mentre il resto dell’attrezzatura – divise, paletta e lampeggiante – era già stato predisposto per il finto posto di blocco.

Il sequestro di “Faccia di pecora”

L’ordinanza ricostruisce poi la fase operativa.

Il gruppo composto da Mario Luciano Romito, Francesco Scirpoli e Giuseppe Lorusso, detto “Mussolin”, avrebbe intercettato Francesco Libergolis a bordo della Grande Punto.

Utilizzando il lampeggiante, le uniformi, la paletta e le manette, avrebbe simulato un normale controllo delle forze dell’ordine.

Secondo la contestazione, Li Bergolis venne bloccato, fatto salire sull’auto del commando e trasportato nelle campagne di Vergon del Lupo, in agro di Mattinata.

Parallelamente, un altro componente del gruppo avrebbe recuperato l’automobile della vittima per farla successivamente sparire nelle campagne di Vieste.

Le torture e il racconto dei pentiti

Una volta giunti nella zona isolata di Vergon del Lupo, il racconto dei collaboratori diventa ancora più drammatico.

Antonio Quitadamo riferisce di aver trovato la vittima già ammanettata e con evidenti segni delle percosse subite durante il trasporto.

Nel verbale racconta di aver colpito Libergolis con il calcio di un fucile mentre gli venivano chieste informazioni sulle attività del clan rivale.

Descrive anche il momento in cui gli sarebbe stato chiesto di recuperare una fiamma ossidrica, inizialmente pensata – secondo il suo racconto – per intimidire ulteriormente la vittima e costringerla a parlare.

Quando tornò sul posto, sostiene, Li Bergolis era ormai morto.

La buca scavata prima dell’omicidio

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, la soppressione del cadavere era stata pianificata ancora prima del sequestro.

Nell’ordinanza si legge infatti che nei giorni precedenti Andrea Quitadamo e Michele Silvestri alias “U’ russ” avrebbero scavato una fossa destinata a occultare il corpo.

Antonio Quitadamo afferma inoltre di aver partecipato personalmente, insieme al fratello Andrea e a Francesco Notarangelo detto “Natale”, altro pentito, al seppellimento del cadavere.

L’automobile utilizzata per il sequestro sarebbe stata invece incendiata per cancellare ogni traccia.

Il filo che lega il 2002 e il 2011

L’elemento che colpisce maggiormente, osservando le carte processuali di ieri insieme a quelle del passato, è la ricorrenza del medesimo schema operativo.

Nel 2002, durante la caccia al latitante Gianluigi Quitadamo, un appuntato dei carabinieri raccontò in aula che Mario Romito & co. avevano partecipato alle ricerche indossando pettorine dell’Arma.

Nel 2011, secondo l’attuale ricostruzione accusatoria, il travestimento sarebbe stato affinato: non più semplici pettorine, ma divise della Guardia di Finanza, lampeggianti modificati, palette d’ordinanza e manette utilizzati per simulare un posto di blocco e attirare la vittima in una trappola mortale.

Due episodi separati da quasi dieci anni ma accomunati, secondo gli investigatori, dalla stessa capacità del clan di utilizzare simboli e strumenti delle forze dell’ordine per sorprendere le vittime e rendere ancora più efficace la propria azione criminale.

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