Un’organizzazione strutturata, capace di muoversi tra Napoli e Foggia, con ruoli divisi, cellulari intestati a stranieri, documenti falsi, assegni clonati e conti correnti aperti in frode per incassare denaro sottratto a cittadini e compagnie assicurative. È il quadro che emerge dalle 466 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip del Tribunale di Foggia Loretta Plantone nell’ambito dell’inchiesta “Fake Check”, coordinata dalla Procura di Foggia e condotta dalla Polizia Postale.
Gli indagati complessivi sono 49. Per 20 di loro il gip ha applicato misure cautelari: 9 in carcere, 9 agli arresti domiciliari e 2 con obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria.
Secondo l’accusa, l’associazione avrebbe operato su due fronti principali: da un lato le truffe telefoniche ai privati cittadini, dall’altro le frodi ai danni delle compagnie assicurative, con la monetizzazione di assegni, vaglia, bonifici e ricariche ottenuti attraverso raggiri, documenti falsi e identità costruite ad arte.
La doppia base: Napoli per organizzare, Foggia per incassare
Nell’ordinanza il gip descrive l’esistenza di una associazione criminale “attiva sul territorio nazionale, duratura e prolifica”.
La base napoletana, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stata utilizzata per organizzare le truffe, predisporre documenti d’identità falsi, recuperare titoli di credito e costruire la parte operativa dei raggiri. La base foggiana, invece, avrebbe avuto un ruolo decisivo nella fase successiva: aprire conti correnti, reclutare persone da utilizzare come intestatari, versare assegni e incassare il denaro.
Il gip parla di una “associazione per delinquere di non comune spessore criminale”, capace di avvalersi di strumenti sofisticati e di una rete ramificata sul territorio.
I nomi dei destinatari delle misure
La custodia cautelare in carcere è stata disposta per Ciro Agrillo, Giovanni Berrioli, Giovanni Cozzolino, Renato Di Meglio, Leonardo Bonapitacola, Michele Calabrice, Veronica Calabrice, Matteo Capozzi e Antonio Consalvo.
Gli arresti domiciliari sono stati applicati a Giuseppe De Leo, Francesco Paolo Di Sibbio, Roberto La Riccia, Renato Poppi, Abramo Procaccini, Antonio Rizzi, Francesco Sforza, Antonio Stanchi e Gabriele Tarullo.
L’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria riguarda invece Gianluca D’Arcangelo e Gina Rondinella.
Tra questi, secondo l’accusa, Ciro Agrillo per Napoli e Antonio Consalvo per Foggia avrebbero avuto un ruolo centrale. Il primo viene indicato come promotore e organizzatore della componente napoletana, il secondo come figura di riferimento del gruppo foggiano incaricato della monetizzazione del denaro.
Gli altri indagati
Oltre ai destinatari delle misure, nell’ordinanza compaiono anche i nomi di Enza Anzalone, Ambrogio Bruno, Anna Savina Bruno, Leonardo Bruno, Raffaele Calitri, Vittorio Cocozza, Francesco D’Agnone, Giuseppe D’Angelo, Luca D’Angelo, Giuseppe Delli Carri, Marco Diurno, Fiorentina Gargiulo, Clementino Bruno Gatta, Gianmarco Illuzzi, Pasquale Labianca, Silvio Giovanni La Lumera, Pierpaolo Paciletti, Luca Pompa, Giuseppe Procaccini, Pasquale Recchia, Samuele Riccio, Saverio Rondinella, Maria Rubano, Antony Pio Santacroce, Vincenzo Scodellaro, Vittorio Scopece, Francesco Sforza, Maria Lisa Sforza e Giuseppe Wierdis.
Per queste posizioni, allo stato degli atti riportati, non risultano applicate le misure cautelari eseguite nei confronti dei venti destinatari del provvedimento restrittivo.
Il trucco delle telefonate: “Il conto è sotto attacco”
Uno dei meccanismi descritti nell’inchiesta riguarda le truffe telefoniche ai privati. Secondo gli investigatori, le vittime venivano contattate da soggetti che si presentavano come operatori bancari, dipendenti delle Poste o appartenenti alle forze dell’ordine.
Il copione era sempre simile: il conto corrente sarebbe stato sotto attacco, i risparmi sarebbero stati in pericolo e bisognava intervenire subito. A quel punto la vittima veniva indotta a emettere assegni, effettuare bonifici o ricariche, oppure a inviare fotografie dei titoli tramite WhatsApp. Quegli assegni, secondo la procura, venivano poi clonati, falsificati o utilizzati per aprire ulteriori passaggi di monetizzazione.
In altri casi, invece, il gruppo avrebbe intercettato e sottratto assegni autentici emessi da compagnie assicurative in favore di persone danneggiate in incidenti stradali, sostituendosi ai reali beneficiari attraverso documenti falsi e conti correnti aperti con identità fittizie.
L’insider e le pratiche assicurative
Una parte rilevante dell’indagine riguarda il presunto accesso a informazioni riservate relative a pratiche assicurative.
Secondo l’accusa, il gruppo sarebbe riuscito ad acquisire dati utili sulle liquidazioni di sinistri stradali, individuando gli assegni emessi dalle compagnie e i relativi beneficiari. In questo contesto viene citato Gianluca D’Arcangelo, dipendente di Allianz, per il quale è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Nelle carte si fa riferimento a consultazioni interne, informazioni sulle pratiche e dati che sarebbero poi confluiti nella disponibilità dell’organizzazione, consentendo di predisporre falsi documenti e incassare somme destinate ad altri.
La fabbrica dei documenti falsi
L’ordinanza ricostruisce anche la presunta disponibilità di strumenti e file per realizzare documenti e assegni contraffatti.
Durante le perquisizioni, gli investigatori avrebbero rinvenuto hard disk, software, file grafici, immagini di assegni e documenti d’identità elettronici. In alcuni casi, secondo quanto riportato nelle carte, le identità utilizzate per aprire i conti correnti sarebbero state costruite apponendo fotografie degli indagati o dei soggetti reclutati su documenti intestati ad altre persone.
In un passaggio dell’ordinanza si fa riferimento anche a file denominati in modo esplicito come “Postale giallo”, “Postale rosa”, “fronte”, “retro”, “fluorescenza”, “filigrana”, riconducibili, secondo l’accusa, alla predisposizione grafica di assegni e titoli falsificati.
Le intercettazioni: “L’originale lo devi tenere”
Le intercettazioni riportate nell’ordinanza mostrano il linguaggio operativo del gruppo.
In una conversazione, Antonio Consalvo insiste sulla necessità di conservare il documento originale: “L’originale lo devi tenere, non lo devi dare a nessuno”. In un altro passaggio, parlando della gestione dei documenti e della banca, emerge la preoccupazione di non lasciare tracce: “Noi dobbiamo avere la persona dell’Unicredit, se abbiamo la persona dell’Unicredit lo blocchiamo”.
Altre conversazioni riguardano la divisione dei guadagni e il controllo delle percentuali. “Ci spetta il cinquanta”, si legge in uno dei dialoghi riportati dagli investigatori. In un’altra intercettazione, parlando dei soldi da consegnare, uno degli interlocutori dice: “Questa sono mille… quello che hanno segnato fuori…”. Frasi che per gli inquirenti documenterebbero la gestione concreta delle somme incassate e la ripartizione tra i partecipanti.
“Io faccio il lavoro che è il mio”
Particolarmente significativa, secondo la procura, è la posizione di Veronica Calabrice, alla quale gli investigatori attribuiscono un ruolo di primo piano nell’associazione.
Nelle conversazioni con Consalvo, la donna parla della gestione dei rapporti, dei compensi e dei soggetti da impiegare. In un passaggio intercettato afferma: “Io faccio il lavoro che è il mio”, frase che secondo gli investigatori confermerebbe la consapevolezza del ruolo svolto.
Sempre nelle intercettazioni, il gruppo discute delle quote da trattenere, delle persone da coinvolgere e dei compensi da riconoscere. “Tu li dai fuori a cinquecento e cinquecento”, è una delle frasi riportate negli atti, inserita nel contesto della divisione delle somme.
I reclutatori e i prestanome
L’indagine descrive un sistema basato anche sul reclutamento di soggetti da utilizzare per aprire conti correnti, presentarsi agli sportelli bancari o postali, incassare assegni e compiere successive operazioni di prelievo.
Tra le figure indicate dagli investigatori in questa fase compaiono, a vario titolo, Leonardo Bonapitacola, Giuseppe De Leo, Roberto La Riccia, Renato Poppi, Abramo Procaccini, Antonio Rizzi, Francesco Sforza, Antonio Stanchi, Gabriele Tarullo e altri soggetti coinvolti nelle singole operazioni.
In alcuni casi gli indagati avrebbero accompagnato materialmente i soggetti reclutati presso uffici postali o istituti bancari. In altri, avrebbero fornito fotografie, documenti falsi e istruzioni per aprire i rapporti finanziari o incassare il denaro.
Gli assegni Allianz e le somme contestate
Le contestazioni riguardano numerosi episodi di negoziazione di assegni, vaglia e titoli di credito. Tra quelli ricostruiti nell’ordinanza figurano assegni riconducibili alla compagnia Allianz, alcuni dei quali dell’importo di 92mila euro, 24mila euro, 35mila euro, 14.500 euro, 263mila euro e altre somme.
Secondo gli investigatori, i titoli sarebbero stati sottratti, falsificati o clonati, per poi essere versati su conti aperti con false identità e successivamente monetizzati tramite prelievi agli sportelli, bonifici, ricariche Postepay e trasferimenti verso altri rapporti.
La presunta catena del denaro
Il cuore del sistema, secondo l’ordinanza, era la trasformazione del titolo in denaro disponibile.
Una volta ottenuto l’assegno o il bonifico, il gruppo avrebbe predisposto documenti falsi, reclutato soggetti da utilizzare come intestatari, aperto conti correnti e proceduto alla monetizzazione. Le somme venivano poi prelevate o spostate su altri conti, con passaggi successivi finalizzati a nascondere l’origine illecita del denaro.
Per il gip, la struttura avrebbe dimostrato una notevole capacità organizzativa, sia nella fase preparatoria sia in quella esecutiva e successiva ai raggiri.
Il quadro accusatorio
L’accusa principale riguarda l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di reati: falso ideologico e materiale, truffa aggravata, ricettazione di titoli di credito, riciclaggio e monetizzazione di somme provenienti da truffe telefoniche.
Gli indagati, come previsto dalla legge, devono considerarsi innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. Le contestazioni sono allo stato fondate sui gravi indizi ritenuti sussistenti dal gip nella fase cautelare.












