Nuovi retroscena nell’inchiesta sul duplice omicidio di Nicola Ferrelli detto “Mezzochilo” e Antonio Petrella, assassinati ad Apricena il 20 giugno 2017 in quello che gli investigatori considerano uno dei delitti che hanno segnato l’escalation della guerra mafiosa sul Gargano.
Dopo gli arresti eseguiti lo scorso anno nei confronti di Francesco Scirpoli, 44 anni, soprannominato “il lungo”, e Pietro La Torre, coetaneo, detto “U’ Muntaner”, la Direzione distrettuale antimafia ha ottenuto nuove misure cautelari anche per Matteo Lombardi, 56 anni, conosciuto come “A’ Carpnese”, montanaro trapiantato a Manfredonia, già all’ergastolo e per il 57enne di San Marco in Lamis Luigi Ferro, alias “Gino di Brancia”.
Secondo l’accusa, i quattro avrebbero preso parte al commando armato che intercettò e uccise le due vittime a colpi di kalashnikov e fucili lungo la strada provinciale alla periferia di Apricena.
Le confessioni dei pentiti
Determinanti, nell’ultima fase dell’indagine, sarebbero state le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Matteo Pettinicchio e Giuseppe Francavilla, ex esponenti di vertice rispettivamente del clan Li Bergolis-Miucci e della batteria Sinesi-Francavilla.
Pettinicchio, ex braccio destro di Enzo Miucci, ha raccontato agli inquirenti di aver appreso in carcere da Leonardo Ciuffreda, vicino ad Antonio Quitadamo detto “Baffino”, che gli autori materiali del delitto sarebbero stati Scirpoli e La Torre insieme ad altri componenti del gruppo riconducibile a Mario Romito, Luigi Ferro e Matteo Lombardi.
Il collaboratore ha riferito che negli ambienti criminali foggiani tutti avrebbero immediatamente riconosciuto Scirpoli nei video trasmessi dalle televisioni per via della sua altezza e della corporatura imponente.
“Volevano conquistare Apricena”
Secondo i magistrati antimafia, il movente del duplice omicidio sarebbe legato al controllo del territorio e degli affari criminali tra Apricena, San Severo e il promontorio garganico.
Pettinicchio ha spiegato che l’obiettivo del gruppo sarebbe stato quello di consolidare il potere egemonico sul traffico di droga e sulle estorsioni, eliminando figure considerate vicine ai clan rivali.
Nelle dichiarazioni viene citata una vera e propria alleanza criminale tra esponenti foggiani e garganici: da Rocco Moretti a Mario Luciano Romito ammazzato nella strage di San Marco dell’agosto 2017 passando per Pasquale Ricucci detto “Fic secc” (ucciso nel 2019), Luigi Ferro, Matteo Lombardi, Pietro La Torre e Marco Raduano detto “Pallone”, collaboratore di giustizia.
Il racconto di La Torre in carcere
Ancora più dettagliate le dichiarazioni di Giuseppe Francavilla, che ha riferito di aver condiviso il carcere di Vicenza con Pietro La Torre tra il 2022 e il 2023.
Secondo quanto raccontato dal collaboratore, La Torre avrebbe ammesso la dinamica del delitto mentre leggeva in cella alcuni verbali con omissis riferiti ai pentiti Quitadamo.
Francavilla ha dichiarato che La Torre gli avrebbe confidato che alla guida dell’auto del commando ci fosse proprio Luigi Ferro, mentre a sparare sarebbero stati lui stesso, Scirpoli e Matteo Lombardi.
Il pentito ha ricostruito anche le fasi finali dell’agguato: il furgone delle vittime sarebbe finito contro un palo dopo la raffica iniziale. A quel punto Scirpoli e La Torre sarebbero scesi dall’auto per completare l’esecuzione.
“La Torre mi disse che il kalashnikov di Scirpoli si era inceppato e allora fu lui a dare il colpo di grazia con il fucile”, ha riferito Francavilla agli investigatori.
“Una cupola tra Foggia e Gargano”
Nelle dichiarazioni emerge anche il quadro di una federazione criminale tra clan foggiani e garganici che, secondo gli investigatori, in quel periodo avrebbe tentato di espandere il proprio controllo su tutta la provincia.
Francavilla parla di una “cupola” composta da Moretti, il sanseverese Giuseppe La Piccirella detto “il professore”, Romito, Ricucci, Lombardi, La Torre e Raduano, con Luigi Ferro indicato come “anello di congiunzione” operativo sul Gargano.











