La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Bari del processo “Grande Carro” nei confronti di Luciano Cupo, 54 anni, foggiano, nipote di Roberto Sinesi, storico boss della Società Foggiana conosciuto come “lo zio” e considerato uno dei capi del clan Sinesi-Francavilla.
La decisione riguarda esclusivamente la contestazione dell’aggravante mafiosa legata a un episodio di estorsione. I giudici della Suprema Corte hanno disposto un nuovo giudizio davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari per rivalutare la sussistenza dell’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso prevista dall’articolo 416 bis.1 del codice penale.
L’assoluzione dall’accusa di mafia già decisa in Appello
La vicenda processuale “Grande Carro” nasce da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari su una presunta organizzazione criminale armata e di stampo mafioso ritenuta articolazione della batteria Sinesi-Francavilla, la “cosca Delli Carri”, inserita nella cosiddetta “Società Foggiana” e operativa tra Foggia e i comuni limitrofi dal 2008 fino agli anni recenti.
In primo grado, nel giudizio abbreviato celebrato davanti al gup di Bari nel luglio 2022, a Cupo erano stati contestati sia il reato associativo mafioso sia un episodio di estorsione aggravata.
La Corte d’Appello di Bari, con sentenza del 30 gennaio 2025, aveva però assolto Cupo dall’accusa di partecipazione all’associazione mafiosa, escludendo anche le aggravanti relative all’agevolazione mafiosa e alla qualità di appartenenti al clan per gli imputati coinvolti nell’estorsione.
I giudici baresi avevano mantenuto soltanto l’aggravante del cosiddetto “metodo mafioso”, ritenendo che la minaccia fosse stata veicolata evocando indirettamente la forza intimidatrice tipica delle organizzazioni mafiose. Per lui 4 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione contro gli oltre 7 anni del primo grado.
La Cassazione: “Elementi ambigui e contraddittori”
Proprio su questo punto si è concentrato il ricorso della difesa accolto dalla Suprema Corte. Secondo la Cassazione, la motivazione della Corte d’Appello presenta “elementi ambigui e contraddittori sotto il profilo logico-ricostruttivo”.
Nelle motivazioni, i giudici evidenziano come il riferimento fatto da uno dei coimputati ad alcuni “amici” pronti a usare violenza nei confronti della vittima non basti automaticamente a configurare il metodo mafioso. Secondo la ricostruzione richiamata dalla stessa sentenza di primo grado, quegli “amici” sarebbero stati identificabili nello stesso Cupo e in Antonello Delli Carri, soggetti non ritenuti mafiosi.
La Cassazione sottolinea inoltre che altri elementi valorizzati dalla Corte d’Appello, come il riferimento a una sala ricreativa frequentata anche da esponenti del clan o il richiamo a un incendio subito dalla vittima nei terreni agricoli, non dimostrerebbero in maniera sufficiente il ricorso al metodo mafioso.
Per i giudici supremi, tali elementi possono essere compatibili con la configurazione dell’estorsione semplice, ma non bastano da soli a dimostrare l’aggravante mafiosa.
Nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Bari
La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente alla circostanza aggravante dell’uso del metodo mafioso, disponendo un nuovo esame davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari.
Resta invece definitiva l’assoluzione di Cupo dall’accusa di partecipazione all’associazione mafiosa contestata nell’ambito dell’inchiesta sulla batteria Sinesi-Francavilla.












