Una risonanza magnetica fissata a novembre 2027, a quasi due anni di distanza, nonostante una prescrizione urgente. È il caso che sta facendo discutere in Puglia e che racconta, meglio di qualsiasi dato, le difficoltà strutturali della sanità pubblica sul fronte delle liste d’attesa. Una vicenda finita anche sulle pagine del Corriere della Sera, che mette in luce il divario tra gli annunci sul potenziamento delle prestazioni e la realtà vissuta da molti pazienti.
La protagonista è Maristella, 30 anni, madre di una ragazza che in passato ha affrontato un tumore all’ipotalamo. Un intervento chirurgico complesso, superato con fatica, ma che ha lasciato conseguenze neurologiche e fisiche permanenti. Tra queste, un drenaggio impiantato nell’encefalo, destinato a rimanere a vita e che richiede controlli periodici rigorosi.
Una prescrizione urgente ignorata dal sistema
Negli anni, la risonanza magnetica è sempre stata eseguita con cadenza annuale. Questa volta, però, i sintomi che avevano portato alla diagnosi del tumore si sono ripresentati in modo evidente: forti mal di testa, continui e debilitanti. Da qui la decisione dei medici di anticipare l’esame, prescrivendolo con classe di priorità B, che prevede l’esecuzione entro dieci giorni, e con esenzione ticket 048, riservata ai pazienti oncologici.
Alla chiamata al cup del Policlinico, però, la risposta è stata netta e spiazzante: l’unica data disponibile è novembre 2027. Nessuna alternativa, nessuna possibilità di anticipare. “Queste sono le date”, si è sentita rispondere Maristella. Un’attesa di ventidue mesi che, per una situazione clinica delicata, equivale a un salto nel buio.
Il piano regionale e i pazienti che restano fuori
Dal primo febbraio è operativo il piano regionale per l’abbattimento delle liste d’attesa, promosso dal presidente Antonio Decaro e dall’assessore alla Salute Donato Pentassuglia. Un piano che, secondo la Regione, sta già producendo risultati, con centinaia di pazienti richiamati per anticipare visite ed esami. Ma non per tutti.
Maristella racconta di non aver ricevuto alcuna chiamata e di essersi scontrata con un sistema rigido, incapace di distinguere le reali urgenze. “Mia figlia ha mal di testa da quattro mesi, come la prima volta. Mi è crollato il mondo addosso. Abbiamo bisogno di sapere cosa sta succedendo ora, non tra due anni”, spiega.
Macchine insufficienti e reparti sotto pressione
A fornire una chiave di lettura è Stefano Andresciani, neuroradiologo del Policlinico e segretario aziendale Anaao Assomed. Il problema, chiarisce, non è solo organizzativo. Al Policlinico sono attive appena due risonanze magnetiche: una in Neuroradiologia e una in Radiologia, quest’ultima destinata a essere sostituita con un macchinario finanziato dal Pnrr.
Negli anni, spiega Andresciani, le apparecchiature si sono ridotte: da tre risonanze a una in Neuroradiologia e da due tac a una. Quando un macchinario viene fermato, spesso non viene sostituito. A questo si aggiunge la carenza di personale infermieristico e il carico del pronto soccorso, che assorbe una parte consistente delle prestazioni. In alcune giornate si arriva a cento esami in ventiquattro ore.
Numeri che raccontano un sistema in affanno
Secondo i dati trasmessi alla Regione dal direttore generale Antonio Sanguedolce, al Policlinico risultano circa 14mila prestazioni in attesa. Un arretrato che rende difficile qualsiasi intervento immediato, anche in presenza di prescrizioni urgenti.
“Nel 2019 avevamo due mesi di attesa per le tac e sei mesi per le risonanze”, ricorda Andresciani. “Oggi non abbiamo né l’organizzazione né le macchine per fare di più”. Una fotografia che restituisce l’immagine di una sanità sotto stress, dove i piani di recupero si scontrano con limiti strutturali evidenti.
E intanto, per Maristella e sua figlia, il tempo continua a scorrere. Con un appuntamento fissato nel 2027 e una domanda che resta sospesa: quanto può aspettare, davvero, la salute.













