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Home - Mafia Gargano, Miucci come un “signore della droga”. Poi la rivelazione: “Partecipò alla strage di San Marco”

Mafia Gargano, Miucci come un “signore della droga”. Poi la rivelazione: “Partecipò alla strage di San Marco”

Di Francesco Pesante
19 Luglio 2023
in Inchieste
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Telefonate dal carcere per gestire il narcotraffico sul Gargano. Questo e molto altro avrebbe fatto il boss Enzo Miucci detto “U’ Criatur” (foto in alto), 40enne di Monte Sant’Angelo, reggente del potente clan dei montanari, Li Bergolis-Miucci-Lombardone. Nella recente ordinanza cautelare sul suo arresto, inquirenti e collaboratori di giustizia hanno ricostruito le trame criminali di Miucci evidenziando la sua influenza sul mondo criminale garganico. Il documento, 141 pagine firmate dal gip Ferraro, accende i riflettori sul giro di stupefacenti ma anche sulla nota strage di San Marco del 9 agosto 2017.

Ma andiamo per gradi. “Secondo la prospettazione accusatoria – si legge nell’ordinanza -, risulta che Miucci, soggetto di spicco della criminalità organizzata, coadiuvato da Claudio Iannoli e Matteo Pettinicchio, rispettivamente referente su Vieste e ‘braccio destro’ del Miucci, si serviva dei fratelli Davide e Mario Carpano per organizzare il narcotraffico nel viestano”.

Ed infatti i cinque sono stati arrestati pochi giorni fa in un blitz dell’Arma dei Carabinieri. Miucci è attualmente detenuto a Palermo-Pagliarelli, Pettinicchio a Benevento e Iannoli detto “U’ Zannut” a Terni. I due Carpano, Davide detto “Davidone” o “Il ciotto” e Mario sono invece ai domiciliari. I primi tre erano già in cella per altre vicende al momento dell’arresto. All’epoca dei fatti contestati, però, Miucci e Iannoli erano entrambi detenuti a Terni condividendo la stessa cella, mentre Pettinicchio si trovava nel carcere di Lanciano.

Che Miucci sia il “dominus” della mafia garganica lo si evince in un passaggio dell’ordinanza: “È utile ricordare che il predetto capo batteria malavitosa ‘montanara’, nell’intento criminale ha potuto affidarsi ad una struttura organizzativa di tipo ‘militare’ con la distinzione, al suo interno, di gradi e gerarchie. In tale ambito, è verosimile sostenere che Pettinicchio, sia amicalmente che per la totale condivisione degli intenti criminali, sarebbe da ritenersi a tutti gli effetti, il suo luogotenente”.

Pettinicchio e Iannoli

Gli affari di droga gestiti dal carcere

“I principali elementi indiziari sono costituiti dalle intercettazioni telefoniche che dimostrano – si legge – non solo l’utilizzo di apparecchi telefonici all’interno delle case circondariali per comunicare con l’esterno, ma anche la programmazione dell’attività di spaccio di cocaina”.

Già le sole telefonate, secondo gli inquirenti, avrebbero evidenziato la gerarchia nel clan. Miucci si faceva “annunciare” da Iannoli che, per suo conto, contattava Davide Carpano. Una volta al telefono, Miucci “dapprima chiedeva all’interlocutore l’andamento dell’attività di spaccio – prosegue l’ordinanza -, per poi accertarsi che lo stesso avesse avuto contatti con Pettinicchio. Il dialogo veniva condotto con linguaggio criptico/evasivo, in quanto gli interlocutori non menzionavano mai in modo esplicito il reale oggetto della conversazione ma, entrambi, capivano immediatamente il significato di ogni frase. In altri termini, le domande di Miucci che potrebbero sembrare vaghe e generiche, venivano chiaramente intese dall’interlocutore in relazione all’attività di spaccio di droga che stava conducendo, tant’è che questi rispondeva senza tentennamenti e con linguaggio altrettanto evasivo”. Per gli inquirenti “emerge, dunque, la chiara finalità di eludere le indagini, finalità questa evidentemente perseguita dagli indagati”.

Il giorno dopo, nuova telefonata, sempre tra carcerati, stavolta Miucci e Pettinicchio. “I due interlocutori facevano riferimento a cifre che, agevolmente e logicamente, vanno intese riferite all’approvvigionamento di stupefacenti di cui materialmente si sarebbe occupato Carpano, ponendosi anche il problema dei costi del rifornimento di droga”.

Miucci: “Sentimi a me… fai fare mezzo… o dopo 10-12 giorni… tu glielo dai inc… ogni 12, 13 giorni…”. Pettinicchio: “…Eh, ma non hai capito niente però… compà… quello sta… senza… là devi anticipare anche tu, forse non hai capito niente… è quello che ti sto dicendo io… quello fa senza, non sta anticipando… ha detto due o tre giri senza e poi si mette a giro…”. Miucci: “…Eh… si si, ho capito dai… va bene”.

Il capoclan si premurava anche in caso di intercettazioni: “Comunque le schede cambiale ogni tanto – diceva al braccio destro Pettinicchio -. Se ti pigliano ti pigliano a te e poi mi prendono a me. Te lo metto per iscritto cento per cento“.

Monopolio della droga/ Le verità dei collaboratori di giustizia

Il gip ha evidenziato il ruolo dei pentiti Carlo Verderosa detto “Sciallett”, ex clan Moretti di Foggia, Danilo Della Malva alias “U’ Meticcio”, ex clan Lombardi-Scirpoli-Raduano per la frangia di Vieste e Andrea Quitadamo, “Baffino junior”, stesso clan di Della Malva ma per l’area di Mattinata. Tutti e tre hanno confermato il ruolo di vertice ricoperto da Miucci nel clan Li Bergolis. “Tengono il monopolio della cocaina a Manfredonia e Monte Sant’Angelo”, le parole di Verderosa sul gruppo di Miucci.

“È un clan centenario dedito al traffico di droga, omicidi ed estorsioni”, la testimonianza di Della Malva. Inevitabili gli interessi del clan su Vieste: “Vieste è una città dove l’estate fa i numeri, è una città ricca, gli sbarchi di marijuana, della cocaina pure, c’erano molti interessi”.

Da sinistra, Raduano e Perna

Di Miucci ne ha parlato anche il collaboratore di giustizia Orazio Coda detto “Balboa”: “Miucci si arrabbiò perché Angelo Notarangelo (boss viestano detto “Cintaridd” ucciso nel 2015, ndr) venne meno con la sua parola, perché era diventato boss grazie ai Li Bergolis, promettendogli che si sarebbe rifornito da loro avendo questa carica; però Notarangelo ha fatto così per… Era diventato boss di Vieste. Si riforniva da loro per… non so per quanti anni, poi decise di rifornirsi per conto suo, e questo fatto a Miucci non gli scendeva giù. In effetti al passeggio, che Notarangelo se ne era accorto che Girolamo Perna e Marco Raduano parlavano sempre con Miucci, parlavano che una volta fuori dovevano levare di torno a Notarangelo, cioè lo dovevano uccidere, sempre con una promessa che Raduano e Perna si dovevano rifornire da Miucci aiutandolo, perché Miucci c’ha molte persone in galera con lunghe condanne, che giustamente doveva mantenere. Dopo l’omicidio di Notarangelo questo gruppo aveva il monopolio su tutto, ma tutte le sostanze dovevano prenderle da Miucci“.

Dopo la morte di “Cintaridd”, Vieste finì nelle mani di Raduano e Perna, a loro volta rivali tra loro e protagonisti di una lunga guerra di mafia. Un conflitto senza esclusione di colpi, culminato con l’omicidio di Perna e l’arresto di Raduano, attualmente latitante dopo l’evasione dal carcere di Nuoro. Ma mentre Perna e Iannoli rimasero con Miucci, Raduano entrò a far parte della fazione rivale oggi denominata Lombardi-Scirpoli-Raduano.

A confermare questo ruolo di Miucci da “signore della droga”, anche il pentito Andrea Quitadamo del clan rivale: “Il clan Li Bergolis è sempre operativo, diciamo da molti anni, dagli anni ’80. Poi dall’arresto dei suoi cugini (i fratelli Li Bergolis, ndr) ha preso lui il posto (Miucci, ndr), dalla morte dello zio (il patriarca Ciccillo Li Bergolis, ndr). Loro avevano il monopolio di sbarco di erba sul Gargano, tutti gli sbarchi di erba li comandavano loro. Dall’Albania avevano contatti con albanesi, con calabresi dove la vendevano, a Roma dove la portavano. So che Miucci aveva molti rapporti in Calabria per la droga”. Una circostanza emersa nell’operazione “Friends” del 2019 per la quale il boss è attualmente sotto processo.

Strage di San Marco

La strage di mafia

L’ordinanza riporta anche passaggi scottanti relativi alla nota mattanza del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis dove un commando armato uccise Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i contadini Aurelio e Luigi Luciani. Principale obiettivo dell’agguato era Romito, storico rivale dei Li Bergolis. Una vicenda di cronaca sfociata in una maxi inchiesta che portò all’arresto del basista Giovanni Caterino, 42enne manfredoniano, fedelissimo di Miucci, condannato all’ergastolo.

“Vi è prova certa – si legge nell’ordinanza – che Caterino, appartenente al gruppo Li Bergolis, prese parte al quadruplice omicidio in qualità di ‘bacchetta’, ritirò insieme a Tommaso Tomaiuolo, altro esponente dei Li Bergolis, tre giorni prima, la vettura Ford C-Max utilizzata dai killer per compiere l’azione delittuosa, e che altri esponenti del clan Li Bergolis, tra cui il capo Enzo Miucci, parteciparono all’eccidio, secondo quanto propalato dal collaboratore di giustizia Andrea Quitadamo che apprese tali notizie in carcere dal predetto Tomaiuolo, il quale non fece alcun cenno al coinvolgimento nell’agguato di esponenti esterni al clan di sua appartenenza”.

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Tags: Enzo Miuccimafia Gargano
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