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Home - Serve la commissione antimafia? Il Corriere: “L’ex 5stelle Morra non proprio un gigante della politica”

Serve la commissione antimafia? Il Corriere: “L’ex 5stelle Morra non proprio un gigante della politica”

Di Redazione
24 Maggio 2023
in Cronaca
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“Gli scioglimenti per mafia dei Comuni e le interdittive sono strumenti dolorosi ma necessari”. Così il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro in un recente incontro a San Severo. In questi giorni tiene banco il caso dei negazionisti della mafia che proliferano anche a Foggia. Tra questi il direttore de l’Attacco, Piero Paciello che ha evidenziato ed esaltato le parole della Commissione parlamentare antimafia presieduta fino a poco tempo fa da Nicola Morra, un ex 5stelle, “non un gigante della politica” secondo un approfondimento del Corriere della Sera. Il giornalista ha ricordato che per Morra e soci gli scioglimenti e le interdittive non funzionerebbero. Lo stesso direttore ha però anche detto che lo scioglimento per mafia del Comune di Foggia “fu una scelta del tutto politica presa da Roma”. Ma non sono esponenti politici anche i componenti della commissione antimafia? E quanto sono credibili?

Il caso “Grande Carro”

Paciello parla di “mafia foggiana primordiale”, quasi incapace di condizionare l’economia cittadina. Una sorta di “si ammazzano tra di loro e amen”. Eppure i clan controllano, direttamente o indirettamente, gran parte degli esercizi commerciali della città. Ma non solo: forse il direttore, che per anni ha snobbato la cronaca nera sul suo giornale, non ha mai sfogliato un’ordinanza cautelare; in “Grande Carro”, blitz antimafia del 2020, gli inquirenti evidenziarono la capacità del clan Delli Carri (costola dei Sinesi-Francavilla) di agganciare persino i fondi europei grazie a colletti bianchi e politici compiacenti. Proprio la commissione parlamentare antimafia, durante la presidenza Morra, scrisse così a settembre 2022: “Con l’operazione ‘Grande Carro’ viene documentato il salto di qualità della mafia foggiana la cui forza risiede nella capacità di tenere insieme, al contempo, tradizione e modernità, quindi un modello di organizzazione familiare e di azione militare fondato sull’uso diffuso della violenza, mutuato, da un lato, dal familismo mafioso della ‘ndrangheta, dall’altro dalla ferocia della camorra cutoliana e una sempre più evoluta vocazione agli affari con maggiore attenzione verso i percorsi legati alla globalizzazione del crimine e delle risorse. Emblematici di tale evoluzione affaristico-imprenditoriale sono gli investimenti in ambito nazionale – effettuati per esempio in Emilia-Romagna – e in ambito internazionale (si fa qui riferimento agli investimenti immobiliari effettuati in particolare in Repubblica Ceca e alle società ‘cartiere’ create in Romania, Bulgaria e Portogallo). Con riferimento a quest’ultimo punto, in particolare, viene messa in risalto la penetrazione nei circuiti economico-imprenditoriali da parte di personaggi storicamente collegati alla batteria Sinesi-Francavilla già coinvolti in processi importanti che hanno segnato la storia della Società foggiana. Emerge chiaramente la capacità di questa costola operativa di potenziare la dinamica estorsiva attraverso l’interazione, sistematica e strutturale, con imprenditori e funzionari pubblici compiacenti, specie in relazione a settori strategici, quali il fotovoltaico e l’eolico. Interazione che si sostanzia in quella capacità di creare e far fruttare il proprio ‘capitale sociale’ e la propria capacità di tessere relazioni funzionali ai propri scopi, come emergerebbe dal circuito truffaldino, costruito sulla base della presunta compiacenza di funzionari pubblici e grazie a collegamenti con esponenti del mondo politico regionale, finalizzato al compimento di una truffa ai danni dell’Unione europea collegata al settore e ai contributi in materia di agricoltura, i cui profitti ammonterebbero a 13 milioni di euro. Ultimo, ma non per importanza, sempre in ordine a tale riserva di ‘capitale sociale’, è la capacità di penetrazione della sfera pubblica e democratica: nella progettualità di questo circuito criminale, infatti, vi era anche quella di intervenire sulle elezioni comunali e regionali del 2014 e 2015 di Foggia, dimostrazione di un interesse verso lo scenario politico amministrativo”.

“Baccus” e i Comuni sciolti per mafia

La capacità della mafia foggiana di infettare l’economica legale emerse anche con l’operazione “Baccus” del 2012 che evidenziò le infiltrazioni mafiose nel mondo vitivinicolo anche fuori dalla Puglia. Lo scioglimento dei Comuni, invece, ha sottolineato la forza dei clan nel controllare gli appalti della PA entrando con le proprie società in vari settori nevralgici della città e piazzando nelle amministrazioni una serie di politici a loro vicini o imparentati. Infine, l’occupazione abusiva – anche decennale – di numerosi alloggi a scapito delle famiglie perbene. Una mafia talmente forte che per anni ha tenuto Foggia sotto scacco, nello stato omertoso più totale e senza lo straccio di un collaboratore di giustizia.

In tutto questo, una domanda: “Serve la commissione antimafia?”

Sul punto si è interrogato proprio oggi il Corriere della Sera: “Serve ancora la commissione parlamentare Antimafia? – si legge sul giornale -. Ieri si è insediata, a otto mesi dall’inizio legislatura, con la nuova presidente, la contestatissima Chiara Colosimo, prima esponente di Fratelli d’Italia a sedere su quella poltrona. Accusata – soprattutto da Repubblica, sulla base di un servizio di Report – per una foto di anni fa insieme a Luigi Ciavardini, ex militante dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar), condannato a 30 anni di carcere per la strage alla stazione di Bologna, a 13 per l’omicidio del poliziotto Francesco Evangelista e a 10 per quello del giudice Mario Amato. Una foto nell’ambito di un contatto con una discussa associazione per il recupero dei detenuti (Gruppo idee): tanto basta a Lirio Abbate per parlare di ‘intreccio maleodorante’. Altri particolari non si sanno (rileva il Dubbio) ma certo il presidente dell’Antimafia dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto. E, auspicabilmente, dovrebbe essere di un autorevolezza trasversale. Invece FdI ha insistito sul suo nome e così Pd, M5S e sinistra sono usciti dall’Aula (ma i 5 Stelle hanno ottenuto la vice presidenza con Cafiero de Raho, alimentando i sospetti di ‘inciucio’, dopo gli incarichi ad Alfondo Bonafede e Barbara Floridia)”.

Il Corriere ricorda che l’insediamento della nuova commissione con la contestata presidente è avvenuto proprio nel giorno in cui “si è celebrato il 31esimo anniversario della strage di Capace e Giuseppe Sottile sul Foglio lo interpreta così: ‘Credono che la cipria, un po’ annacquata, della retorica possa nascondere o quantomeno appannare l’inutilità di una commissione parlamentare Antimafia nata oltre sessant’anni fa per contrastare l’invadenza di Cosa nostra e divenuta nel tempo una sorta di Cappella cardinalizia all’interno della quale la politica celebra il proprio impegno – certamente sincero e a tratti persino appassionato – contro l’arroganza dei boss e le trame delle cosche. Un impegno istituzionale, formale, quasi burocratico’. L’idea della commissione fu addirittura di Ferruccio Parri e risale al 1948. Ma la prima fu insediata nel 1963 e aveva come presidente un grande giurista socialdemocratico, Paolo Rossi, autore nel 1932 di un libro contro la pena di morte, subito censurato dal fascismo. Allora si chiamava ‘Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia’. I presidenti a seguire non sono sempre stati all’altezza. Tra gli altri citiamo Gerardo Chiaromonte, Luciano Violante, Tiziana Parenti, Ottaviano Del Turco, Giuseppe Lumia, Francesco Forgione, Giuseppe Pisanu. Fino a Rosy Bindi e, ultimo, il 5 Stelle fuoriuscito Nicola Morra, non proprio un gigante della politica”, secondo il focus del Corriere.

Ma sono i risultati, come spesso accade nelle Commissioni, “che lasciano a desiderare”. Sono stati anni, scrive Sottile, “di lunghe e spossanti audizioni, di interminabili verbali, di ambiziosi ordini del giorno, di relazioni di maggioranza che vogliono comprendere tutto e di relazioni di minoranza che hanno invece la pretesa di narrare il contrario di tutto”.

Alla domanda se la Commissione sia “un rituale stanco o qualcosa di ancora utile”, risponde Violante, uno dei più attivi presidenti del passato: “La commissione serve per una riflessione continuativa sul fenomeno mafioso e per sostenere l’azione. In particolare, il lavoro di questo Parlamento potrebbe essere, a mio parere, incentrato sull’aspetto finanziario, e quindi sul riciclaggio posto in essere dalle mafie, su quello amministrativo – e mi riferisco alla spesa pubblica e alle minacce ricevute dagli amministratori locali – e sull’attività della camorra, rispetto alla quale, nonostante l’ottimo lavoro della magistratura, c’è un’analisi insufficiente. Preoccupante è la situazione nel Foggiano. Ho letto la Relazione Massari del 1863 sulla situazione sociale nella zona di Foggia e sono rimasto colpito dalla persistenza di alcuni fenomeni di degrado”.

Va ricordato, anche se dovrebbe essere evidente, che la Commissione è un organo politico. La sua funzione più propria potrebbe essere quella di fornire gli strumenti di conoscenza del fenomeno mafioso ai legislatori. Tra i poteri nati con Rosy Bindi c’è quello della lista degli “impresentabili”, stilata sulla base delle inchieste giudiziarie, non delle condanne. Violante non apprezza: “Non è compito della Commissione fare un elenco moralistico dei buoni e dei cattivi o dare il certificato di malavita. Per queste valutazioni ci sono i giudici e i partiti. Se decidono di candidare una persona inadeguata, la responsabilità deve essere loro”.

Il vero compito della Commissione Antimafia, per Violante, dovrebbe essere “fare un’analisi dello stato delle cose, per quanto riguarda il fenomeno mafioso, e sostenere l’impegno anche sociale contro le mafie”. Per il Corsera, “il primo aspetto dovrebbe essere compito dei giornalisti e degli storici. Il secondo, dovrebbero svolgerlo le associazioni, i partiti e gli eletti. La Commissione si è invece spesso addentrata in un ambito che dovrebbe spettare ai magistrati. Così è avvenuto nell’eterna discussione sulla trattativa Stato-mafia, cavallo di battaglia della gestione Morra”.

Secondo quanto scritto dal Corriere, “c’è, forse, un elemento utile che dovrebbe essere centrale nell’attività della Commissione e che viene sollevato quasi en passant da Violante: ‘Sarebbe importante, ad esempio, fare una ricognizione sui luoghi in cui c’è carenza di organico di magistrati o di forze di polizia, per programmare meglio l’azione’. E in effetti, la Commissione, se proprio deve dare un senso non solo simbolico o di rappresentanza alla sua esistenza, potrebbe occuparsi proprio di questo. Di fornire elementi utili alla politica, al legislatore, per capire quali sono gli strumenti necessari e mancanti nella lotta alla criminalità organizzata. Di quali risorse disporre, di quali tecnologie fornire gli uffici, di quale sostegno debba essere dato sul territorio. Per esempio, spiccano, sia pure anche qui un po’ a latere, le parole del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia sulle ‘scoperture di organico che toccano il 50% dei magistrati in Antimafia e un carico di lavoro di cui le statistiche non danno l’esatta misura’. Sarebbe bello che la Commissione si concentri su questo, tra le altre priorità, e spinga il Parlamento ad agire”. (In foto, Morra e Paciello)

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Tags: Nicola morra Piero paciello
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