Mafia, strage San Marco: entrano in scena le intercettazioni. Il filo rosso che lega il perito dei giudici al consulente dell’imputato Caterino

Occhi puntati sulle trascrizioni, decisive per fare piena luce sulla mattanza dell’agosto 2017. Lungo interrogatorio del luogotenente Landriscina sentito dalla pm della DDA, Silvestris

È scoccata l’ora delle intercettazioni nel processo a Giovanni Caterino, il 39enne di Manfredonia accusato di essere il basista della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. L’uomo era in videoconferenza dal carcere di Bari. In aula il perito Aldo Gallo, nominato dal Tribunale di Foggia, al quale serviranno altri 30 giorni per sciogliere il nodo su alcune intercettazioni poco chiare, messe in evidenza dalla pm della DDA, Luciana Silvestris. Molte delle conversazioni sono state captate nell’autorimessa dei fratelli Manzella alle porte di Manfredonia, località Posta del Fosso. Ad un certo punto si parla di un certo “Stè”, forse Stefano? Il perito dovrà stabilirlo con maggiore chiarezza. E dovrà meglio dettagliare in merito a presunti rumori di scarrellamento di armi da fuoco uditi all’interno dell’attività.

Il ruolo dei periti

Nei processi per mafia, il lavoro dei periti è quasi sempre decisivo, soprattutto a causa dell’assenza di testimoni. Occhi puntati su Gallo, dunque, ma anche su Antonio Cotrufo, perito nominato dal legale di Caterino.

I due professionisti sono nomi noti nel tribunale di Foggia, già finiti insieme in guai giudiziari con l’accusa di “falsa perizia” in altro procedimento. Sorprende vederli oggi in contrapposizione, uno per l’imputato, l’altro dalla parte dei giudici della Corte d’Assise. Cotrufo fu inoltre uno dei periti del maxi processo “Iscaro-Saburo” contro la mafia garganica, nominato da coloro i quali erano imputati per reati gravissimi (mafia e omicidi). Alcune sue intercettazioni furono rilevanti per determinare qualche assoluzione.

I periti avranno essenzialmente un ruolo fondamentale in questo processo come già avvenuto per altri importanti casi di cronaca. Intercettazioni e attività tecnica degli investigatori sono spesso cruciali per dare un volto ai responsabili dei fatti di sangue. Conversazioni mal interpretate o cassate e professionisti compiacenti hanno, ad esempio, caratterizzato la storia della Banda della Magliana che si serviva del “professore nero” Aldo Semerari per aggiustare i procedimenti penali riguardanti i membri del gruppo criminale romano.

La deposizione del luogotenente 

Oggi in tribunale, per oltre un’ora e mezza ha risposto alle domande della pm, il luogotenente Savino Landriscina del Nucleo Investigativo di Foggia.

Prima però, la Silvestris ha chiesto l’acquisizione della sentenza di Luigi Palena, condannato a 2 anni e 8 mesi lo scorso dicembre per aver custodito una pistola dell’amico Caterino. I due furono arrestati lo stesso giorno nell’ambito dell’inchiesta sulla strage.

Si è partiti dal maggiolone di Matteo De Palma, 44enne vittima innocente della mattanza, cognato del vero obiettivo dei killer, il boss di Manfredonia, Mario Luciano Romito. “L’auto era diretta a Torremaggiore – ha ricordato il carabiniere sfogliando gli incartamenti – ma venne pedinata costantemente da una Fiat Grande Punto intestata a tale Giuseppe Bergantino, classe ’70 (dirimpettaio dell’autorimessa Manzella) ma in uso a Caterino.

La Punto fu individuata in numerose circostanze grazie al gps. Famosa la tappa nel ristorante “L’Orecchietta” di Candela del 28 agosto 2017. Ma con quell’auto Caterino si recò più volte anche presso la “masseria Scola” di Grazia Scola, moglie di Luigi Tarantino ucciso nella faida di San Nicandro Garganico tra i clan Ciavarella e Tarantino. Ed è inoltre zia di Angelo Tarantino, amico di Giovanni Caterino. Alle spalle della masseria fu ritrovata bruciata la Ford C-Max utilizzata dai killer della strage. 

Nella lunga deposizione, il luogotenente ha evidenziato che Caterino utilizzò anche altri veicoli di Bergantino, ad esempio una Matiz, una Opel Meriva e una Ford Fiesta, mezzi che solitamente erano parcheggiati nel piazzale di proprietà di Bergantino, a Posta del Fosso. In quell’area, l’andirivieni di Caterino era continuo. In una intercettazione, uno dei fratelli Manzella si lamentò affermando che subiva numerosi controlli in quanto Bergantino era nel mirino delle forze dell’ordine.

I fratelli Miucci

Oggi in Corte d’Assise sono emersi in modo netto i rapporti tra Caterino e i fratelli Dino e Enzo Miucci. Intercettazioni anticipate settimane fa da l’Immediato durante le quali l’imputato esaltava la scaltrezza dei due montanari, ritenuti a capo del clan Li Bergolis-Miucci. “Enzo è stato un maestro per me”, disse Caterino mentre “Dino (imprenditore edile e suo ex datore di lavoro, ndr) quando parla sembra un santo”. Per i magistrati della DDA non ci sono dubbi sull’appartenenza criminale dell’imputato che quel 9 agosto 2017 avrebbe agito per favorire il gruppo criminale di appartenenza.

Il tentato omicidio del febbraio 2018

Rilevante nella vicenda anche il tentato omicidio del 18 febbraio 2018 ai danni di Caterino. L’uomo, intorno alle 7 del mattino, vestito da calciatore, scese di casa per andare a giocare a calcetto. Una Giulietta lo speronò ma lui riuscì a fuggire. L’auto dei sicari, incidentata, rimase sul luogo del tentato omicidio (fu recuperata proprio dai Manzella). Gi occupanti scapparono a bordo di una Panda, rubata ad un povero anziano che transitava in quell’istante. Mezzo poi ritrovato a Foggia in località Borgo La Rocca.

Caterino individuò in Pasquale Ricucci detto “Fic Secc” e Pietro La Torre alias “U’ Muntaner”, entrambi del clan rivale, i presunti mandanti. Ricucci è stato ammazzato da ignoti lo scorso 11 novembre, La Torre è attualmente latitante. “È facile togliere di mezzo a quel bastardo” diceva Caterino di La Torre, quest’ultimo residente a pochi metri di distanza dal nemico. “Spesso lo vedeva sul balcone”, ha riferito il carabiniere Landriscina ai giudici. Secondo Caterino anche La Torre si trovava in quella Giulietta. “Il bastardo sta ancora qua”, disse sempre Caterino in un’altra conversazione dopo aver notato la Fiat Croma di La Torre parcheggiata sotto casa. Per quel tentato omicidio fu arrestato il foggiano Massimo Perdonò del clan Moretti.

Insomma, con l’entrata in scena delle intercettazioni, inizia la fase clou del processo. Altro ancora sarà ricostruito dal luogotenente dei carabinieri. Infatti, nella prossima udienza (3 febbraio), proseguirà l’interrogatorio al militare ma saranno sentiti anche alcuni suoi colleghi. Sentenza prevista ad inizio 2021.



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