Morti di mafia: odio, vendette e gole profonde della faida garganica. L’alleanza tra i Li Bergolis “Calcarulo” e Sinesi “lo zio”, boss di Foggia

In una storica sentenza si ripercorrono le tappe della guerra tra la famiglia montanara e i rivali Primosa-Alfieri. Spuntano anche i favori del noto Mammasantissima del capoluogo dauno. Centrale il ruolo delle donne

Sangue, vendette e alleanze contraddistinguono la mafia del Gargano, fenomeno criminale nato da una storica rivalità. Da un lato i fratelli Francesco (Ciccillo), Giuseppe e Pasquale Li Bergolis soprannominati “Calcarulo” e Libero Frattaruolo detto “Ruscett”, dall’altro Raffaele Primosa detto “Spaccatidd”, Giuseppe Alfieri, Pietro Alfieri e Michele Li Bergolis detto “Calcarulacchio”, solo omonimo dei rivali. Sono loro i protagonisti di una lunga guerra di mafia, tuttora in corso nel promontorio, ereditata da figli, nipoti, vecchi alleati e procugini. Storie raccontate dai giudici nelle sentenze di condanna che si sono susseguite negli anni a scapito di boss e affiliati dei clan. In una di queste, la numero 2650 del 2000 (Tribunale di Foggia, sezione gip) compaiono anche i favori e l’alleanza tra i Li Bergolis e la batteria criminale foggiana, Sinesi-Francavilla, guidata dal Mammasantissima Roberto Sinesi detto “lo zio”, attualmente al 41bis a Rebibbia. Non solo, spuntano anche alcuni testimoni di giustizia, veri e propri delatori dei criminali.

“Ventisette fatti di sangue – raccontano gli inquirenti -, inizialmente scaturiti per questioni di furti e pascoli, tra il 1978 e il 1996 con un’unica provenienza, individuabile in alcuni componenti della famiglia Li Bergolis ‘Calcarulo’ e in persone a loro vicine. Non si è trattato di fatti di sangue vagheggiati, ma di una spaventosa, reale, sequela di omicidi e tentati omicidi che ha decimato interi nuclei familiari, costringendo i superstiti a recidere ogni legame con Monte Sant’Angelo o a viverci da reclusi, in case con vetri blindati, utilizzando auto blindate, indossando giubbotti antiproiettili, in ogni caso consapevoli dell’insufficienza di ogni precauzione a fronteggiare l’implacabilità del proprio nemico”.

Gole profonde e manoscritti

Una guerra caratterizzata da numerose testimonianze rese alle forze dell’ordine, in contraddizione rispetto al “Niente vidi, niente sacciu, niente sentii” di molti mafiosi. Le due famiglie, infatti, denunciarono spesso i rivali davanti agli organi inquirenti.

Antonio Miucci, padre dell’attuale boss Enzo “U’ Criatur” e cognato di Francesco Li Bergolis (perché fratello della moglie), scampò ad un agguato il 18 agosto 1992. “Nell’immediatezza – si legge in sentenza – non rese alcuna significativa dichiarazione ai carabinieri, ma quando vedrà ucciso il proprio fratello, Matteo, il 15 gennaio 1993, affermò ai militari di Manfredonia, nel corso di dichiarazioni spontanee, di aver avuto modo di notare i propri aggressori, individuandoli in Michele Li Bergolis, Michele Primosa e nel cognato di Ludovico Pacilli, cioè Francesco Prencipe. Per tali dichiarazioni, costoro subirono un processo venendo assolti nel giugno 1994″.

Francesco Li Bergolis, il noto “Ciccillo”, sentito dai pm l’8 novembre 1993, consegnò un proprio manoscritto in cui erano riportate alcune frasi relative all’esistenza di un duraturo conflitto con la famiglia Primosa-Alfieri. Questo il testo originale, con evidenti errori grammaticali: “Ma chi sono questi chilleri che anno ammazzate questi personi, non si sa, ma io credo bene che non si sa, ma però si sa chi e la mandante. Non trovo il motivo, non zo il perchè, questa signora (Antonia Alfieri, ndr) non è stata mai arrestate. Lasciamo stare i due fratelli Miucci (il riferimento è agli omicidi dei propri cognati, Antonio e Matteo Miucci, ndr), parlamo un puoche di altri ferimente, è omicidio, ferimento Pacilli Ludovico, omicidio Palena Raffaele, omicidio Carbonelli Raffaele. Non credesse che nommene di questi i 3 reate non sa niente la s.g. Alfieri Antonietta”. “Ciccillo – stando al resoconto dei giudici – accusò la Alfieri, madre di Nicolino Primosa, di essere la mandante dell’omicidio non solo dei propri cognati, ma anche dell’agguato patito da Ludovico Pacilli, dell’omicidio di Raffaele Palena e dell’omicidio di Raffaele Carbonelli, così rivelando direttamente quanto l’avessero colpito tutte quelle morti e come ne avesse inteso a perfezione il significato”.

Anche Salvatore Ricucci, figlio di Lorenzo, non esitò ad indicare l’autore dell’omicidio del padre, individuato proprio in Francesco Li Bergolis con il quale la vittima aveva avuto un violento diverbio “per motivi di pascolo”. Fu questo l’episodio che scatenò la faida.

Le testimonianze della signora Alfieri

Le donne tornano spesso protagoniste nelle vicende di mafia garganica. Nelle carte emerge quanto dichiarato da Antonia Alfieri (la donna accusata da Ciccillo), moglie di Raffaele Primosa. Fu lei, tra i primi, a parlare apertamente del conflitto esistente tra la sua famiglia e i Li Bergolis. Dichiarazioni rese il 15 marzo 1992 ai carabinieri di Monte Sant’Angelo, il giorno dopo l’omicidio di Pasquale Basta. Poi ai cc di Manfredonia il 15 agosto 1992, il giorno dell’attentato a suo figlio Michele Primosa. E poi ai carabinieri di Nova Milanese il 17 settembre 1992 dopo l’uccisione del figlio Nicolino. Infine, al pm di Monza il 22 settembre 1992 e il 20 gennaio 1993, e al pm di Foggia il 7 ottobre 1992.

“Sono la moglie di Primosa Raffaele che, negli anni passati, antecedenti il 1982, è stato oggetto di diverse vicende giudiziarie per fatti di sangue relativi ad una lite con esponenti della famiglia Li Bergolis ‘Calcarulo’. In un primo tempo tra la famiglia di mio marito e quella dei Li Bergolis vi era pace, anzi, erano addirittura soci avendo animali e pascoli insieme. La lite ebbe inizio con l’omicidio di Ricucci Lorenzo (grande amico di Raffaele Primosa, ndr) e il ferimento del figlio Salvino (Salvatore, ndr). Infatti, dopo tale fatto, i familiari del Ricucci confidarono a me o meglio, a mio marito, ma io ebbi modo di ascoltarli perché ero presente, che autori di tale fatto di sangue in danno dei Ricucci erano stati i fratelli Pasquale e Ciccillo Li Bergolis”.

In un’altra deposizione disse: “Sono la madre di Primosa Michele colpito a colpi d’arma da fuoco oggi alle ore 12:30 circa in Monte Sant’Angelo. Non sono in grado di dare notizie sull’identità degli aggressori, posso però dirvi che non ho altri nemici se non i Li Bergolis ed i loro amici. Dalla data dell’ultimo omicidio, mio figlio Michele ha cominciato a ricevere telefonate che alcune volte prendevo anch’io. Il tenore di queste telefonate minacciose, era che io dovevo tenere segregati in casa tutti i figli, altrimenti li avrebbero uccisi”.

“Assassini, assassini!” fu il grido di Antonia Alfieri verso i Li Bergolis nel corso del funerale dei propri fratelli, Giuseppe e Pietro, uccisi l’1 marzo 1989.

L’arresto di Ciccillo Li Bergolis nel 2005; foto Cautillo

“Ciccillo Padreterno? Mi sembrava un povero zappatore”

Caterina Audiello, moglie di Antonio Colangelo, uno dei malavitosi della zona garganica, assassinato nel 1996, è un’altra di quelle donne che agli inquirenti fornì informazioni utili a ricostruire il conflitto tra le due famiglie montanare. “La sua credibilità sul punto è elevatissima – scrivono i giudici -, tenuto conto sia della sua storia personale, alla quale sono sempre rimaste estranee le scelte criminali poste in essere dal marito, sia della circostanza che ella ha fornito piena prova della propria personale conoscenza di persone quali Francesco Li Bergolis”.

“Della guerra fra i Li Bergolis e i Primosa me ne parlava mio marito – le parole della Audiello -, il quale mi diceva che i Li Bergolis erano in guerra con i Primosa e che questi ultimi erano perdenti; mi sono chiesta molte volte come è nata questa guerra. Mio marito mi diceva che erano questioni di abigeato, che a Monte chi tocca gli animali muore, ma a me la cosa non sembrava convincente. Quanto ai rapporti tra mio marito e tale Ciccillo (Francesco Li Bergolis) posso dire che mio marito si sentiva fiero di avere un’amicizia con questa persona. Ne parlava come di un Padreeterno. Quando venne, mio marito mi disse: ‘Guarda chi mi è venuto a trovare’. Era infatti gioioso e molto orgoglioso. Io rimasi colpita, in quanto Ciccillo era vestito come uno zappatore e mi era parso un poveretto”.

La latitanza (e i racconti) del boss foggiano Sinesi

Nelle carte giudiziarie spunta anche Vittorio Foschini, “un collaboratore di giustizia, in passato inserito nell’organizzazione criminale capeggiata da Franco Trovato, Giuseppe Flachi e Antonio Schettini, operante in Lombardia ma inserita nella ‘ndrangheta calabrese, il quale riferì di aver trascorso un lungo periodo di latitanza, pari a circa nove mesi, proprio sul Gargano e di aver conosciuto, in tale periodo, Roberto Sinesi, capo dell’associazione a delinquere di tipo mafioso operante sul territorio foggiano, anch’egli latitante, e lo stesso Antonio Colangelo, marito della Audiello”.

Foschini: “Io i contatti con le persone di Monte Sant’Angelo non ne ho avuti, però ho contatto con le persone che affiancavano questi di Monte Sant’Angelo, la famiglia Li Bergolis, ed era Roberto Sinesi. Parlava sempre di questa famiglia; la guerra era scoppiata per semplice di cose di animali, prima di animali e poi di terreno, si parlava prima degli animali che avevano sconfinato il mio terreno, il tuo animale ha confinato il mio, Roberto diceva così ‘C’è stata una guerra per animali’ ed io dicevo dentro di me ‘Tutti questi morti per la terra’. I Li Bergolis, come parlava lui, erano due o tre famiglie unite e quella rivale era anche due o tre famiglie unite, però chi aveva la meglio, per come raccontava lui, erano i Li Bergolis, però anche i Li Bergolis hanno avuto i morti”.

Altro collegamento tra i montanari e Sinesi emerge nel caso dell’omicidio di Pasquale Basta del 14 marzo 1992, uomo legato da vincoli di parentela alle famiglie Primosa-Alfieri. “L’arma utilizzata per l’omicidio – scrivono i giudici – fu ritrovata in un terreno in uso a Gaetano Piserchia e Danilo Conticelli, e cioè in un fondo utilizzato dai sodali di Roberto Sinesi il quale, durante il periodo di latitanza, ebbe a godere dell’appoggio della famiglia Li Bergolis, contraccambiando il favore ricevuto con la commissione di omicidi”.

Le morti eccellenti

La sequenza di morti fu impressionante. Tra le vittime eccellenti ci fu senza subbio Giuseppe Li Bergolis, il primo a cadere dei fratelli “Calcarulo”, ucciso il 18 dicembre 1980. Raffaele Primosa, invece, fu catturato il 25 agosto 1982 dopo un periodo di latitanza, a seguito di un conflitto a fuoco con agenti di polizia nel corso del quale riportò lesioni cerebrali permanenti, rimanendo paralizzato. “Il fatto che a quell’operazione di polizia avesse partecipato Andrea Clemente, cognato di Francesco e Pasquale Li Bergolis – si legge in sentenza -, determinò il convincimento nei componenti della famiglia Primosa-Alfieri, che in realtà il ferimento del proprio congiunto non fosse stato affatto una conseguenza accidentale“.

Nel 1989, ormai tagliato fuori Primosa, la guerra si accese tra Francesco e Pasquale Li Bergolis e i fratelli Giuseppe e Pietro Alfieri, cognati di Raffaele Primosa. Ma questi ultimi, il 1°marzo 1989, furono uccisi.

Pochi anni dopo, la rivalità si spostò tra gli eredi dei boss. Michele Alfieri, figlio di Giuseppe, uccise Matteo Li Bergolis, figlio di Francesco, il 2 marzo 1992, in pieno centro a Monte, nell’anniversario dell’omicidio di Giuseppe e Pietro Alfieri.

Il 7 luglio 1992 l’agguato contro Pasquale Li Bergolis. Tre uomini armati fecero fuoco contro l’auto blindata dell’uomo che, scampato all’agguato, disse di non aver visto i suoi aggressori e di non avere nemici. “La rappresentazione da parte di Pasquale Li Bergolis dell’olimpica serenità della propria vita è a dir poco incrinata dalla blindatura dell’auto a bordo della quale viaggiava”, il commento degli inquirenti. Pasquale Li Bergolis fu comunque ucciso tre anni dopo, il 16 giugno 1995. Cadde anche lui sotto i colpi di fucile dei suoi avversari, in un agguato a Monte Sant’Angelo.

L’omicidio di Francesco detto Ciccillo Li Bergolis

La fine di Ciccillo

Francesco Li Bergolis divenne l’unico capo del clan e si occupò anche della crescita dei figli del fratello (Franco, Matteo e Armando) ai quali trasmise il potere della “guerra guerreggiata”. Ciccillo fu arrestato a maggio del 2005 dai carabinieri in una masseria, accusato di far parte dell’associazione mafiosa con funzioni organizzative, decisionali, logistiche. Era ritenuto anche un grande esperto nell’appropriarsi dei beni altrui: faceva – secondo gli investigatori – piccoli prestiti a un tasso elevatissimo che costringevano le vittime a cedere le proprietà e persino a pagare all’organizzazione una locazione mensile per usufruire di quella che era stata la loro proprietà. Aveva 67 anni quando il 26 ottobre 2009 fu eliminato senza alcuna pietà. Al vecchio capoclan venne riservata un’esecuzione-simbolo: ucciso mentre era solo, nelle campagne di Monte Sant’Angelo, con colpi d’arma da fuoco al volto, in pieno stile mafioso.

A gennaio 2010 morì Michele Alfieri, 35 anni, anche lui sparato in faccia ma nel pieno centro di Monte Sant’Angelo. Per gli inquirenti un agguato mafioso organizzato in risposta alla morte di Ciccillo. Alfieri doveva pagare anche per l’omicidio del 1992, quando ancora minorenne ammazzò Matteo Li Bergolis.

Omicidio Michele Alfieri, gennaio 2010

Iscaro Saburo e la guerra attuale

Il maxi processo “Iscaro Saburo” alla fine del primo decennio degli anni 2000 certificò l’esistenza della mafia del Gargano. Cruenta e spietata. Furono condannati a lunghissime pene Franco, Armando e Matteo Li Bergolis, tutti figli di Pasquale, traditi dagli ex alleati del gruppo di Mario Luciano Romito. Ma il sangue non ha mai smesso di scorrere, nonostante la fine degli storici boss e la cattura degli eredi. Oggi il clan Li Bergolis è ribattezzato Li Bergolis-Miucci perché retto da Enzo Miucci detto “U’ Criatur” e dal fratello Dino, procugini dei “Calcarulo”. È soprattutto Enzo, di recente raggiunto dalla sorveglianza speciale, a portare avanti l’alleanza con i foggiani Sinesi e con le organizzazioni criminali nascenti di Vieste. Dall’altra parte il gruppo composto dalle seguenti alleanze: Moretti di Foggia, Raduano di Vieste e gli ex sottoposti di Mario Luciano Romito, indicati da magistrati e forze dell’ordine nei Lombardi-Ricucci-La Torre.

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