Mafia e droga a San Severo, i giudici: “Come la Camorra”. Anche “Coccione” e “Jerry” coinvolti in Ares

Nelle carte del blitz di polizia e DDA emergono i canali di approvvigionamento dello stupefacente. Dalla Campania all’Olanda passando per la Germania

Riguarda ben 56 persone, due delle quali uccise, la maxi operazione “Ares” messa a segno da DDA e Polizia di Stato contro la mafia di San Severo. L’ordinanza di custodia cautelare, un corposo documento di 318 pagine firmato dal gip Francesco Agnino, era destinata anche a Michele Russi detto “Lilino Coccione”, boss morto ammazzato in un salone di barbiere il 24 novembre 2018 e a Matteo Lombardozzi detto “cocciolone”, “melone” o “Jerry”, trucidato in un’area di servizio il 14 luglio 2017 sulla SS16 tra San Severo e Foggia.

“Ares” ha svelato gli affari illeciti dei clan “La Piccirella” e “Nardino”, in rotta di collisione per il controllo del territorio. I principali boss si facevano la guerra a suon di agguati e propositi di vendetta, da un lato Severino Testa detto “Rino”, “il puffo” o “il mastro” e Giuseppe Vincenzo La Piccirella detto “Pinuccio” o “il ragioniere”, dall’altro i fratelli Franco Nardino detto “Kojac” e Roberto Nardino detto “patapuff”.

Gli inquirenti – anche grazie alle dichiarazioni fornite dal pentito Carmine Palumbo – hanno definito la malavita sanseverese “un’associazione per delinquere camorristico-mafioso”, vicina alla “Società Foggiana” (sono noti i legami tra La Piccirella e il clan Moretti, ndr) ma allo stesso tempo fortemente autonoma e in grado di penetrare anche fuori dai confini provinciali. “Le attività delittuose si spingevano, con riguardo al traffico di stupefacenti, in Campania e Olanda”.

Il conflitto tra i clan si sarebbe acceso dopo il ritorno sulla scena, nel 2015, di Nicola Salvatore detto “Nicolin dieci e dieci”, ucciso insieme alla moglie nella profumeria di famiglia e di La Piccirella, due boss che “avevano spadroneggiato a San Severo a cavallo degli anni ’80-’90”.

La pista investigativa portò ad individuare La Piccirella “come il fulcro di un nuovo organismo criminale operante su San Severo” – spiega il giudice -, in grado di “calamitare alcuni dei maggiori malavitosi del posto”.

Il fronte “camorristico” è ben presente nella mafia dell’Alto Tavoliere. Franco Nardino – si legge nelle carte giudiziarie – faceva spesso riferimento “ad un tale di nome Francesco, ovvero Francesco Carolla, genero di Gerardo Carofaro, boss della Camorra detenuto con lo stesso Nardino a Sulmona”, con il quale avrebbe pianificato “un nuovo canale di approvvigionamento della droga dalla Campania”.

L’accordo prevedeva di acquistare droga dal gruppo camorristico, “6-7 chilogrammi alla volta, con pagamento posticipato. Ma inizialmente, per metterli alla prova, potranno essere ritirati 1 o 2 chili. Peraltro – è riportato ancora nell’ordinanza -, l’approvvigionamento della sostanza stupefacente è già esperito a mezzo di altro canale, ovvero tedesco-olandese. Roberto Nardino ha già acquistato vari chili, il cui arrivo è stato al momento stoppato proprio da lui. La droga arriva dall’Olanda e fa tappa in Germania, da cui riparte per l’Italia, ovvero San Severo. Il costo è soddisfacente, perchè su ogni chilogrammo venduto a 50mila euro, pagato 38mila euro, guadagnano 10mila euro. 2mila euro al chilo servono per fare giungere direttamente a loro il corriere”.

Secondo i fratelli Nardino, in modo particolare Franco, era necessario “dividere gli introiti tra tutti i componenti della formazione criminale e instaurare un patto di ‘non belligeranza’ con il gruppo La Piccirella con il quale lo stesso Nardino manteneva i rapporti: ‘Lavoriamo tutti insieme, i soldi escono. Noi spartiamo il pesce in porzioni tutte quante uguali'”. Un patto che non verrà mai rispettato.

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